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Venezuela: forze armate di Maduro accusate di repressione contro indigeni

Il governo di Maduro sceglie la strada della repressione contro gli indigeni Pemon, colpevoli di avere manifestato per chiedere di lasciar entrare aiuti umanitari in Venezuela. Le ultime notizie parlano di almeno cinque morti ammazzati. E la Commissione interamericana sui diritti umani chiede misure precauzionali per il rispetto dei diritti umani in pericolo

da Bogotà, Colombia

Il 23 febbraio l’attenzione mediatica internazionale era focalizzata sul tentativo d’ingresso degli aiuti umanitari internazionali in Venezuela. A Cúcuta, alla frontiera con la Colombia, l’esercito venezuelano aveva fermato i camion e respinto i manifestanti con i gas lacrimogeni.

A Santa Elena de Uairén, nel sud del Venezuela, alla frontiera con il Brasile, gli scontri hanno provocato la morte di cinque persone. Tre delle quali erano di etnia Pemon, il popolo indigeno che vive nello stato di Bolívar. Zoraida Rodríguez, José Elsey Pérez Márquez e Kleyver Pérez sono stati uccisi da colpi di arma da fuoco dalle forze dell’ordine bolivariane, mentre esercitavano il loro diritto di manifestazione pacifica.

Da allora la repressione e le molestie contro la comunità Pemon continuano: 58 persone sono state arrestate in Venezuela e il più vicino Hospital General in territorio brasiliano dichiara di aver ricevuto 23 persone ferite da armi da fuoco, 13 delle quali gravi, nelle notti tra il 22 e il 24 di febbraio.

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Un uomo viene arrestato. AFP PHOTO/Dedwinson Alvarez-Diario el Impulso (via Flickr)

Venezuela: Commissione interamericana difende indigeni

In seguito a questi fatti, la Commissione interamericana sui diritti umani (Cidh) ha adottato la risoluzione 7/2019, mediante la quale stabilisce misure precauzionali a favore degli indigeni di etnia Pemon della comunità di San Francisco de Yuruaní, nella regione di Gran Sabana, nello stato di Bolívar, e del difensore del popolo indigeno Olnar Ortiz. Ritenendo che si trovano in una grave situazione di rischio di danno irreparabile dei loro diritti fondamentali.

Secondo la Commissione, tale repressione da parte della polizia nazionale bolivariana e della guardia nazionale bolivariana si deve alle azioni realizzate dagli indigeni Pemon per far entrare gli aiuti umanitari nel paese. In seguito alle quali, l’esercito venezuelano ha militarizzato la regione e i gruppi paramilitari denominati colectivos hanno iniziato una violenta repressione della popolazione.

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Forze armate di Maduro accusate di violazioni dei diritti

L’organizzazione non governativa Provea (Programa Venezolano de Educación-Acción en Derechos Humanos), in una nota del primo marzo, conferma di aver ricevuto denunce per violazioni di domicilio da parte della Guardia Nazionale Bolivariana (Gnb) in case e commerci di Santa Elena de Uaurén e San Antonio de Morichal. Attraverso liste che segnalavano i nomi dei possibili dissidenti indigeni o non indigeni, seminando il panico tra la popolazione e obbligandola alla migrazione forzata.

Provea ha documentato i casi di almeno nove persone che non hanno potuto far ritorno alla propria casa per aver subito minacce di morte, alle quali si aggiungono quelle fatte contro il sindaco di Gran Sabana, l’indigeno Emilio González. Secondo la ong per i diritti umani, La Gnb ha formato dei posti di blocco con l’uso di carri armati in tutta la zona e controlla strettamente il traffico veicolare e pedonale, violando i diritti fondamentali e creando uno stato di persecuzione e repressione per motivi di discriminazione politica.

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Bambino indigeno Pemon in un villaggio tradizionale – Foto Elias Rodriguez Azcarate (via Wikimedia)

Venezuela: ultime notizie parlano di situazione di crisi sempre più grave

Le violenze e la repressione contro i Pemon sono andate intensificandosi in questi giorni, ma non sono una novità. Nel settembre del 2017, José Gregorio Moraleda Zambrano e Jomas José Alcántara, rispettivamente di 21 e 19 anni, furono uccisi da colpi di arma da fuoco dalla Guardia Nazionale Bolivariana durante una manifestazione contro la crisi alimentare.

L’8 dicembre 2018 alcuni funzionari della Dirección General de Contrainteligencia Militar (Dgcim) spararono contro un gruppo d’indigeni Pemon, uccidendone uno. In conseguenza a questo fatto, il 12 dicembre 2018 il consiglio dei cacique Pemon (una sorta di capi comunitari) rispondeva alle affermazioni del ministro della Difesa: mentre quest’ultimo, Vladimir Padrino López, imputava le responsabilità dell’attacco armato alla locale mafia dell’oro, il consiglio dei cacique lo definitiva a propria volta «bugiardo, codardo, ladro, mafioso e assassino».

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Le richieste al governo del Venezuela

Nel comunicato del 1° marzo, Provea condanna l’assassinio d’indigeni disarmati, che esercitavano il diritto di manifestazione pacifica all’interno dei loro territori ancestrali e formalmente amministrati dalla giurisdizione indigena, e l’attuazione di torture e di comportamenti crudeli e degradanti. L’organizzazione, quindi, richiede:

– la cessazione immediata delle torture e dei comportamenti inumani contro indigeni e cittadini, da parte delle forze militari, poliziali e paramilitari;
– la protezione e l’integralità delle comunità Pemon, del sindaco di Gran Sabana Emiliano González e di tutte le autorità indigene locali;
– la cessazione immediata della militarizzazione e l’uscita della Fanb e della Pnb dai territori indigeni di Santa Elena de Uairén, Manakru e Kumarakapai, Maurak, Turasen, Wuara, Sampai;
– la cessazione dell’uso di liste persecutorie, intimidazioni, violazioni di domicilio e detenzioni illegali contro indigeni della Guardia Territorial Pemon, leader sociali e comunitari e privati cittadini;
– la riapertura immediata della frontiera con il Brasile, che condiziona la vita quotidiana e peggiora la già grave situazione di crisi umanitaria della regione;
– la liberazione di tutti i prigionieri detenuti illegalmente per aver manifestato pacificamente;
– Il ritiro delle forze armate militari dagli ospedali di Rosario Vera Zurita e di Santa Elena de Uairén e dall’aeroporto locale, situati in zone di competenza all’amministrazione indigena;
– alla comunità internazionale e agli organismi di protezione dei diritti umani, l’ong chiede la massima attenzione per allertare, frenare e condannare questi atti che attentano alla dignità personale e collettiva del popolo Pemon.

Al comunicato hanno aderito anche: il Comité de Derechos Humano de la Guajira, la Causa Amerindia Kiwxi, la Fundación Centro Gumilla, il Laboratorio Ciudadano de Noviolencia Activa, il Laboratorio de Paz, la Organización de Mujeres Indígenas Amazónicas Wanaaleru e la Revista Sic.

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Indigeni Pemon tra Venezuela, Brasile e Guyana

I Pemon sono un popolo indigeno ancestrale che vive tra Venezuela, Brasile e Guyana. In Venezuela vivono circa 30.000 pemon che occupano le regioni della Gran Sabana e del parco naturale di Canaima.

Abitano in case circolari, con il tetto di paglia e il suolo in terra. Coltivano la yuca amara e completano la loro dieta con prodotti raccolti o cacciati nella foresta. Possiedono una ricca tradizione di miti che portano avanti fino ai giorni nostri.

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Cartina: la mappa del Venezuela (capitale Caracas)

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