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Bangladesh: mobilitazione globale contro lo sfruttamento nel tessile

La lotta dei 4,5 milioni di lavoratori del tessile in Bangladesh si conclude con il raddoppio del salario minimo, ma i valori sono ancora molto lontani dalla soglia anti-sfruttamento elaborata dall'alleanza Asia Floor Wage. E così scatta una settimana di solidarietà globale per spingere in avanti il percorso per la sicurezza sul lavoro cominciato col crollo del Rana Plaza

Dopo settimane di proteste in Bangladesh, la lotta dei 4,5 milioni di lavoratori del tessile per avere salari dignitosi (non più revisionati da circa cinque anni) si è conclusa: per chi ha maggiore anzianità, il salario minimo sale a oltre 18 mila taka (circa 190 euro), per i nuovi assunti ci si ferma a 8 mila taka (84 euro). Si parla di conclusione, ma non si può dire che il risultato sia soddisfacente, se si considera l’indice elaborato dall’alleanza Asia Floor Wage, che elabora una proposta di salario dignitoso del lavoro per i paesi asiatici. In Bangladesh, stando a quanto esaminato dall’indice, non si dovrebbe andare mai sotto i 37.661 taka. Cifra lontana da quanto raggiunto dopo le accese lotte di dicembre e gennaio, che hanno portato al raddoppio del salario minimo, ancora insufficiente rispetto alle richieste di lavoratori e sindacati.

«Si parla di un settore trainante per il paese e la proposta di 8 mila taka rappresenta un quarto di quello che si potrebbe definire un salario dignitoso». dice a Osservatorio Diritti Deborah Lucchetti, coordinatrice della Campagna Abiti Puliti, la sezione italiana della Clean Clothes Campaign».

Per questo, proprio in questa settimana, attivisti e sindacalisti in tutto il mondo stanno protestando davanti alle ambasciate e ai consolati del Bangladesh, per esprimere solidarietà ai lavoratori bengalesi del settore tessile. Una settimana di solidarietà globale per chiedere salari dignitosi, fabbriche sicure e la fine della repressione dei lavoratori.

bangladesh tessile

Proteste contro lo sfruttamento in clima «repressivo»

I lavoratori sono scesi in piazza nonostante un clima che la Clean Clothes Campaign definisce “repressivo“. «Le proteste si svolgono in un quadro generale disastroso per la libertà di associazione nel paese, già evidenziato dalla crisi irrisolta del 2016 in Ashulia, quando in una settimana dozzine di fabbriche chiusero, più di 1.500 lavoratori furono licenziati, circa 30 operai e sindacalisti furono arrestati e 50 leader sindacali costretti a nascondersi. Molti hanno ancora accuse pendenti nei loro confronti e sono in costante rischio di arresto».

L’esordio delle proteste dei lavoratori risale a dicembre scorso. Dopo una pausa a partire dal 30 dicembre per le elezioni, la lotta per un salario dignitoso riprende e i lavoratori scendono nuovamente in piazza a partire dal 6 gennaio. E con la lotta riprende anche la repressione delle forze governative, tanto che si contano ad oggi un morto e 50 feriti. Il 13 gennaio è stato annunciato un aumento minimo per tutti i gradi salariali e i lavoratori sono stati invitati a tornare al loro posto di lavoro. Il giorno dopo sono iniziati i primi licenziamenti.

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«Attualmente – dicono dalla Campagna Abiti Puliti – almeno 5.948 lavoratori sono stati licenziati, 2.292 sono sulla “lista nera” e 45, inclusi alcuni sindacalisti, sono stati arrestati. Molte altre denunce sono state depositate contro i lavoratori, la maggior parte delle quali contro ignoti: questo significa che il tribunale potrà inserire qualsiasi lavoratore nella lista delle persone accusate».

Le richieste di aumento salariale furono ignorate dal governo del Bangladesh già nel 2016. E oggi che la richiesta dei lavoratori era stata fissata a 16 mila taka (un livello già basso rispetto al concetto di salario dignitoso) la risposta è stata di concedere solo 8 mila taka.

«Anche dopo i recenti emendamenti – afferma la Lucchetti – i lavoratori bengalesi continuano a percepire paghe da fame mentre il governo del Bangladesh continua a intimidire i lavoratori e reprimere qualsiasi tentativo di organizzarsi. I lavoratori hanno il diritto fondamentale di manifestare e scioperare per salari dignitosi e devono essere liberi di farlo. La Campagna Abiti Puliti chiede al governo di rispettare questo diritto, di rilasciare tutti i lavoratori e i sindacalisti arrestati e di ritirare le accuse nei loro confronti».

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L’Accordo per la sicurezza dopo il crollo del Rana Plaza

Le manifestazioni si sono svolte in un momento in cui gli occhi del mondo e dell’industria dell’abbigliamento erano già concentrati sul Bangladesh, con l’Alta Corte in procinto di decidere sul futuro dell’Accordo per la prevenzione degli incendi e sulla sicurezza degli edifici in Bangladesh.

L’Accordo risale al maggio 2013, come risposta al crollo del Rana Plaza. Era il 24 aprile del 2013, a Savar, nella periferia di Dacca, la capitale del Paese, quando l’edificio di otto piani che ospitava diversi stabilimenti attivi nel settore tessile crollò. Molti degli operai furono evacuati dal Rana Plaza poco prima per la comparsa di alcune crepe. Fatti rientrare al lavoro, la tragedia: 1.129 morti e 2.515 feriti (molti rimasti disabili). E un mese dopo arrivò l’Accordo, sottoscritto da più di 220 aziende tessili bengalesi.

Bangladesh tessile
Il crollo di Rana Plaza – Foto: Rijans (via Wikipedia)

Grazie alle sue ispezioni indipendenti e alla formazione dei lavoratori, l’Accordo ha contribuito a migliorare la sicurezza delle fabbriche bengalesi. È arrivata poi un’estensione dell’iniziale programma quinquennale, l’Accordo di Transizione del 2018, che è già stato firmato da oltre 140 marchi, coprendo più di 1.300 fabbriche e circa due milioni di lavoratori.

«L’obiettivo è di aumentare il numero di operai salvaguardati rispetto al precedente accordo. Convinta che tutti i lavoratori del tessile e dell’abbigliamento che producono in Bangladesh abbiano il diritto a non temere per le loro vite nei luoghi di lavoro, la Clean Clothes Campaign chiede a tutti i marchi che si riforniscono in quel Paese, e non l’hanno ancora fatto, di sottoscrivere l’Accordo di transizione».

L’Accordo include disposizioni migliorative per il risarcimento per i lavoratori infortunati e riconosce l’importanza della libertà di associazione sindacale nell’assicurare che i lavoratori abbiano voce in capitolo nella protezione della propria sicurezza.

«L’incertezza intorno al futuro dell’Accordo unita alla repressione delle proteste rischiano di vanificare questi sforzi», afferma la Lucchetti. «Per prevenire un altro caso come quello del Rana Plaza servono due cose: le fabbriche devono essere regolarmente e adeguatamente ispezionate e i lavoratori devono essere liberi di denunciare e organizzarsi. Se chi lavora ha paura di far sentire la propria voce o di rifiutare un lavoro insicuro, i marchi e i consumatori sappiano che torneranno le condotte aziendali pericolose che hanno causato il crollo del Rana Plaza».

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Economia Bangladesh: nel tessile salari da fame e tante donne

Il Bangladesh è il secondo paese al mondo nella produzione di vestiario dopo la Cina. Il settore tessile è il primo motore economico del Paese, con un introito di circa 30 miliardi di dollari l’anno e l’80% del commercio estero del Paese. I lavoratori del settore tessile sono circa 4,5 milioni, con l’85% di sesso femminile.

«Le lotte per un salario dignitoso – afferma la Lucchetti – rappresentano una questione annosa per il Paese, tra i paesi dove il rischio di povertà è elevato. Quando a dicembre si è modificato il salario minimo, non più ritoccato da cinque anni, a 8 mila taka si parlava già della metà rispetto alla richiesta dei sindacati e di un quarto del salario dignitoso elaborato dall’Asia Floor Wage».

Le recenti proteste dei lavoratori, infatti, sono nate dalle nuove direttive sul salario minimo, in vigore dallo scorso 1° dicembre, che prevedevano un aumento solo per una minoranza dei lavoratori, ovvero i nuovi assunti e non per quelli con maggiore anzianità di lavoro. A fine protesta le cifre sono state raddoppiate, salendo a 18.257 taka per i lavoratori con maggiore anzianità di servizio e 8 mila per i nuovi assunti. Una vittoria parziale, se si considera l’indice stabilito dall’Asia Floor Wage, che invece stabilisce una cifra pari a 37.660 taka.

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