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Filippine: storia di Kaheel, bambino-soldato dell’Isis in Mindanao

Quella di Kaheel è una delle tante storie di bambini sottratti ai genitori con l'inganno nelle Filippine dall'Isis, che ha costretto ragazzini di ogni età a combattere nella guerra a Marawi, nel Mindanao. Vite rovinate per sempre, che si sommano a morti e sfollati

da Chiang Mai, Thailandia

Ormai è passato più di un anno dall’assedio di Marawi, la città delle Filippine meridionali occupata alla fine di maggio 2017 dagli islamisti del Maute e di Abu Sayyaf, le due organizzazioni del terrore nero che hanno tenuto sotto scacco le truppe governative per cinque lunghi mesi. Il loro intento era quello di creare il primo Califfato nel sud-est dell’Asia. Non ci sono riusciti. Ma il conflitto ha causato la morte di oltre mille persone, quasi 400 mila sfollati e la completa distruzione di Marawi.

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Bambini-soldato vittime della guerra Filippine-Isis

Tra le vittime di questa sporca guerra c’è anche Kaheel, un bambino di appena 10 anni venduto – inconsapevolmente – dalla sua famiglia all’Isis. Nel marzo del 2017, insieme a suo cugino Abdullah di 16 anni, con l’inganno, hanno seguito i miliziani locali dello Stato Islamico a Marawi.

La promessa fatta dai jihadisti era quella di farli studiare nel college della città, per dargli un futuro migliore. Più dignitoso, in quest’isola martoriata da decenni di violenza e povertà. A raccontare questa storia è Faisal, il padre del più piccolo, in una intervista uscita recentemente sul South China Morning Post.

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I due ragazzi portati via dall’Isis nel Mindanao

Faisal riferisce che nel marzo 2017 due uomini si sono avvicinati ai due ragazzi nella loro scuola a Piagapo, una piccola città a Lanao del Sur, una delle province a maggioranza musulmana del Mindanao.

«Queste persone hanno offerto ai ragazzi la possibilità di andare a studiare a Marawi, a circa 20 chilometri di distanza da noi. Pensavo che mandandoli avrei fatto una buona cosa, avrei dato loro la possibilità di sfuggire alla povertà. Ma così non è stato e ora non riesco a perdonarmi», spiega il padre di Kaheel.

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«Oltre a farli studiare, si sono offerti di pagarci 25 mila pesos (quasi 500 dollari) per ognuno. Ne guadagno otto al giorno e ho una famiglia di dieci persone da sfamare. Ho pensato fosse la volontà di Allah». I soldi sono arrivati subito. «Come da accordi – continua Faisal – mi sono stati trasferiti da un Paese del Medio Oriente».

Passano due mesi e all’alba del 23 maggio 2017 i jihadisti filippini e stranieri assediano Marawi. «Proprio in quei giorni ho ricevuto la chiamata di mio nipote Abdullah», racconta Faisal. «Mi ha detto che in pratica erano stati reclutati dall’Isis, che invece di farli studiare erano finiti in dei campi di addestramento e che li avrebbero uccisi se non avessero partecipato ai combattimenti. Io gli ho risposto che dovevano trovare un modo per scappare al più presto».

Marawi: in fuga dall’Isis

Abdullah così ha fatto. Una sera ha atteso che tutti si addormentassero e con la scusa di andare in bagno, è riuscito a fuggire nella foresta, trovando, dopo ore e ore di cammino, la via di casa.

Di Kaheel, invece, non si avevano notizie. Fino a quando, dieci giorni dopo l’inizio della guerra per la liberazione della città, le truppe filippine in un raid sono riusciti a prendere il controllo di una zona dove alcuni civili erano rimasti intrappolati. Tra questi c’era anche il piccolo Kaheel.

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Fermo immagine di un video di propaganda dell’Isis

La tragica fine di Kaheel, vittima dell’Isis nelle Filippine

Faisal arriva subito a Marawi per portare a casa suo figlio. «Appena ho visto il mio bambino, non riuscivo a crederci. Lui sembrava stordito, aveva uno sguardo perso, fissava il vuoto», spiega il padre al South China Morning Post. Kaheel non era più lo stesso. Le atrocità che aveva vissuto lo avevano fatto rinchiudere in se stesso.

«Lo avevamo di nuovo tra noi, a casa, ma era una persona completamente diversa. Continuava a piangere e si metteva sempre in un angolo, si nascondeva». Passano due mesi e la situazione del piccolo non cambia. Anzi, peggiora.

La madre Sarah racconta che «il bambino aveva smesso anche di mangiare ed era sempre più debole. Per questo lo abbiamo portato all’ospedale, ma non ce l’ha fatta». Tre giorni dopo Kaheel, ad appena 10 anni, è morto. Faisal è ora ossessionato dal rimpianto. «Ogni volta che ci penso, ho un dolore fortissimo al cuore, non potrò mai perdonarmi per l’errore che ho fatto».

I genitori di Kaheel non sono gli unici che hanno commesso questo errore. Molti, infatti, sono stati ingannati. Non esistono dati ufficiali sul numero dei bambini reclutati dai combattenti dell’Isis per la battaglia di Marawi, ma sembrerebbe che tante famiglie, sempre con la stessa promessa, abbiano venduto – non sapendolo – i loro figli agli islamisti. Jihadisti che hanno fatto leva sulla situazione economica e sull’ignoranza di queste persone.

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