L'informazione indipendente sui diritti umani

Disabilità e integrazione scolastica: 4 alunni su 10 sono senza sostegno

Pochi gli insegnanti di sostegno e non tutti specializzati. E poi mancanza di continuità didattica, grosse spese da affrontare e inviti a non lasciare il figlio a scuola perché manca il personale. Emerge da un sondaggio della Fish, la Federazione italiana per il superamento dell'handicap

Entrare a scuola e non sapere se il proprio figlio avrà o meno l’insegnante di sostegno. Attendere, spesso inutilmente, di avere un docente specializzato. Sentirsi dire che è meglio non lasciare a scuola il bambino, o magari che è necessario andare a prenderlo in anticipo perché «non c’è personale». Sono solo alcune delle situazioni che vivono i genitori di figli con disabilità all’interno delle scuole italiane.

E questo accade ancora oggi, anche se l’anno scolastico è ormai iniziato da più di due mesi e si avvicinano le vacanze di Natale. Perché la precarietà e l’instabilità che le famiglie incontrano quando i loro figli tornano sui banchi spesso si protraggono per mesi, se non per tutto l’anno, finendo con il non risolversi mai del tutto o non come ci si aspetterebbe.

Disabilità e scuola: il sondaggio della Fish

È quanto emerge da un sondaggio della Fish onlus, Federazione italiana per il superamento dell’handicap, per valutare la qualità dell’inclusione scolastica all’interno degli istituti italiani di ogni ordine e grado, esclusa l’università. Sondaggio, in forma anonima, che è stato lanciato a fine settembre e diffuso su tutti i canali dell’associazione e che è tuttora attivo.

«Al momento sono 1.712 le persone che hanno risposto, un po’ da tutta Italia, con prevalenza dalla Lombardia, Lazio e Toscana», dice Stefania Stellino, coordinatrice gruppo scuola Fish nazionale e presidente dell’Angsa Lazio (Associazione nazionale genitori soggetti autistici).disabilità e integrazione scolastica«Tramite queste domande, volevamo capire se quando comincia la scuola, comincia con pari opportunità per tutti, ma purtroppo, stando alle risposte raccolte, non è così. Al quesito se il figlio o la figlia, già dalle prime settimane, ha un insegnante di sostegno designato che ha preso servizio, ha risposto “sì” solo il 60 per cento. Certo, è la maggioranza, ma il 40% di risposte negative non è affatto poco».

Leggi anche: Niente prof di sostegno? Miur condannato

Mancanza di continuità con l’anno precedente

Ai genitori che hanno partecipato al sondaggio è stato chiesto, con la seconda domanda, se fosse stata garantita la continuità con l’insegnante dell’anno scorso. Un aspetto tutt’altro che trascurabile: per un allievo che può avere trovato una “sua dimensione” con il maestro o il professore che ha lasciato prima delle vacanze, doverlo cambiare non appena torna in classe significa ricominciare tutto da capo. Una situazione che sembra verificarsi spesso come, in modo anonimo, dichiara un genitore:

«Dopo 7 anni scolastici in cui è cambiata ogni anno, finalmente è arrivata una figura stabile».

E ben il 43% delle risposte sembra confermare la tendenza: non c’è continuità, a fronte di un 29% che invece dice il contrario. Ci sono poi da considerare altre due percentuali: il 23% dei partecipanti al sondaggio ritiene che non si possa parlare di continuità perché il figlio non ha ancora un insegnante designato e il 10% risponde «solo in parte», perché «avrebbe diritto a più figure, che di fatto non ha», aggiunge la Stellino.

Quella mobilità che non aiuta

Perché succede tutto questo? La coordinatrice della Fish, peraltro madre di 2 bambini autistici, se lo spiega così:

«Nel momento in cui a un insegnante viene proposta una cattedra su quelle che sono le sue materie, è altamente probabile che cambi scuole e prediliga qualcosa per cui invece ha studiato».

Così come accade nelle scuole primarie: «Molti insegnanti, magari, avendone la possibilità, scelgono una cattedra sotto casa. Ovviamente non critico la loro decisione, è normale che se uno può farlo lo faccia, però questo non aiuta né i bambini né le famiglie. Si dovrebbe mettere nero su bianco che se si ha una specializzazione si resta comunque vincolati a restare in quella scuola e su quella cattedra per tutto l’anno in corso».

Un tema su cui la Fish è intervenuta spesso perché, se è vero che c’è il diritto del lavoratore, «c’è anche quello dello studente. E la situazione fino a dicembre-gennaio nelle scuole resta il più delle volte “non definita”».

Disabilità e sostegno: tante le cattedre non occupate

Stando agli ultimi dati della Cisl scuola, comunicati nel dossier I paradossi del sostegno, su poco più di 141 mila cattedre complessive per l’anno scolastico in corso, sarebbero state “coperte” solo 50 mila e, il più delle volte, in ritardo rispetto al suono della campanella.

Ma non solo: tuttora molte scuole si ritrovano a dovere riempire i cosiddetti “buchi”, facendo spesso riferimento a docenti di terza fascia. Vale a dire chi è laureato, ma non è ancora abilitato. E, soprattutto, non ha alcuna specializzazione per il sostegno. Una situazione che è sottolineata anche dai commenti al sondaggio.

«Mio figlio ha due insegnanti, uno per fortuna è di ruolo, l’altro non è detto che resti, ma almeno uno delle due c’è». E c’è anche chi dice:

«C’è molta collaborazione con il docente, ma non è specializzato e mi spaventa l’idea di affidare il mio bambino».

Iscriviti alla newsletter di Osservatorio Dirittinewsletter osservatorio diritti

Disabilità e integrazione scolastica: pochi gli insegnanti specializzati

La conferma arriva dai numeri del sondaggio della Fish: insegnanti specializzati, così come previsto dalla Legge 104 del 92, li ha solo il 30%, mentre il 27% dice il contrario, insieme a un 25% che non può parlare di specializzazione perché il figlio non ha il docente di sostegno e un 18% che dichiara di non saperlo.

disabilita e integrazione scolasticaMa come fanno i genitori a sapere se un docente ha tutte le carte in regola? «Lo chiedono espressamente», spiega la Stellino, «o magari è proprio l’insegnante che lo specifica. C’è chi dice apertamente “Non so nulla, mi date una mano?” e, comunque, di fronte al cosiddetto “balletto delle supplenze”, le famiglie sanno già cosa aspettarsi».

Genitori che, peraltro, affrontano un impegno economico tutt’altro che indifferente. Hanno, infatti, «l’opportunità di potere mandare a scuola il proprio operatore/psicologo che, interfacciandosi con l’insegnante di sostegno, può aiutare a capire come comportarsi con il bambino o il ragazzo in questione», aggiunge la coordinatrice scuola della Fish.

«Tale situazione si verifica, però, se c’è il placet da parte del dirigente scolastico che, con l’autonomia scolastica, può riservarsi di non fare entrare nessuno o, come è successo a noi, di fare entrare l’operatore quando tutti gli altri bambini sono usciti da scuola o durante l’orario di programmazione. E non è tanto un problema degli altri genitori, per i quali basta solo firmare una liberatoria, quanto appunto di capire che si tratta di una figura pagata più che altro dalla famiglia che spesso provvede anche ad acquistare materiale scolastico, software eccetera».

La situazione, comunque, va un po’ meglio almeno per quanto riguarda le ore di sostegno assegnate: il 44% dichiara di avere la copertura totale, il 33% no, mentre il restante non può dirlo perché non ha ancora l’insegnante.

Per “copertura totale” si intende le ore previste a seconda del diverso grado di scuola: 25 per l’infanzia, 22 per la primaria, 18 per medie e superiori. «Diminuiscono in base al tipo di offerta formativa», spiega la Stellino.

Assistente educativo e collaboratore per l’assistenza igienica

disabilità e integrazione scolasticaAltra figura saliente è quella dell’assistente educativo o specialistico, che ha compiti di affiancamento alla struttura scolastica, in compresenza con l’insegnante di sostegno, per aiutare l’alunno disabile non autonomo. Il 66% ha risposto che questa figura è stata riconosciuta, mentre il 34% dice il contrario.

Il sondaggio va ancora più a fondo chiedendo se è stato nominato anche un collaboratore scolastico per l’assistenza igienica, qualora sia necessario. Di coloro che ne ritengono che il figlio ne abbia bisogno, il 39% ha detto di non averlo, il 15% ha dato risposta affermativa. «In molti casi è fondamentale, specie per chi non è autonomo», precisa la Stellino «pertanto la percentuale di chi avrebbe dovuto averla e non ce l’ha fa sicuramente riflettere».

L’invito a non lasciare il proprio figlio a scuola

Con l’ultima domanda, Fish ha chiesto ai genitori se qualcuno della scuola li abbia invitati, implicitamente o esplicitamente, a non lasciare il figlio a scuola o a riprenderlo in anticipo perché non c’era personale disponibile.

Il 65% dice di no, ma c’è un 31% che ha dato una risposta affermativa, con un 4% che ha indicato «altro». «Probabilmente per questa percentuale esigua c’è un aspetto non meno importante: magari è il genitore stesso che non si è sentito di lasciare il proprio figlio a scuola. Forse perché, come qualcuno dice in un commento:

«C’è molta confusione su tempi e disponibilità, continuiamo a recuperare il bimbo in anticipo per mancanza di copertura».

E anche il fatto che un genitore usi il termine “recuperare” è spia di una situazione molto instabile.

Leggi anche: Sport per disabili: discriminazione alle Paralimpiadi di Tokyo 2020

Stessi diritti per tutti, al di là dei ricorsi

Nelle scuole italiane i genitori sono spesso su due fronti diversi: da un lato chi fa ricorso per ottenere determinati diritti e ha una sentenza favorevole; dall’altra chi, invece, tali diritti non li ha ottenuti o perché non si è sentito di lottare, o magari per mancanza di tempo.

«Questo», precisa la Stellino «fa sì che molti di loro si sentano “a posto per tutto l’anno” e pertanto non considerino che invece il problema è di tutti.  La vera conquista non è vincere un ricorso, ma mettere in campo un’azione che faccia sì che l’integrazione scolastica dei disabili sia totale».

Falabella: qualificare anche gli insegnanti curriculari

Vincenzo Falabella, presidente della Fish, ha detto a Osservatorio Diritti: «L’inclusione delle persone con disabilità incontra ostacoli e difficoltà applicative. C’è un tema di fondo che stiamo cercando di portare avanti con il ministero, ossia quello di qualificare non solo gli insegnanti di sostegno ma anche quelli curriculari. Cosa fondamentale perché il docente di sostegno deve essere un supporto alla classe e non il solo delegato. La nostra speranza è che il prossimo anno scolastico si abbiano i decreti applicativi della “Buona Scuola” necessari a garantire per il 2019 un inizio anno scolastico davvero uguale per tutti».

Leggi anche:
Ore di sostegno: sentenza condanna Miur
Migranti disabili: un mondo sconosciuto

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.