L'informazione indipendente sui diritti umani

Venezuela: detenuti politici in balia di situazione di crisi perenne

Mentre il Venezuela subisce un'inflazione da record, l'economia è in crisi e sempre più venezuelani emigrano, peggiora anche la situazione dei detenuti. Soprattutto per chi è accusato di crimini politici, a volte vittime di tortura. La Commissione interamericana insiste con Maduro per entrare nel paese, ma ad oggi mancano risposte

Il corpo di Fernando Albán è stato ritrovato senza vita lo scorso 8 ottobre, sfracellato sull’asfalto della centrale Plaza Venezuela a Caracas, dopo un volo di dieci piani dalla sede del Servicio Bolivariano de Inteligencia (Sebin), i servizi segreti venezuelani. Fernando Albán, consigliere del partito di opposizione Primero justicia (Pj), era accusato di aver partecipato all’attacco con droni contro Nicolas Maduro dello scorso agosto.

Secondo la versione ufficiale del governo, riportata anche dalla CNN, durante gli interrogatori che si svolgevano al decimo piano della sede del Sebin, Fernando avrebbe chiesto di andare al bagno e da lì si sarebbe suicidato lanciandosi dalla finestra. Secondo l’opposizione, invece, Fernando Albán è stato barbaramente ucciso dal regime di Maduro, defenestrato dal decimo piano dagli agenti del Sebin.

Leggi anche: Venezuela: l’America Latina cerca una soluzione alla grande crisi

La Commissione insiste con Maduro per entrare in Venezuela e verificare la situazione dei detenuti

La morte di Albán apre la discussione sulle condizioni di detenzione dei detenuti politici e sui mezzi utilizzati durante gli interrogatori. Bastonate, scariche elettriche, sacchetti di plastica in testa, inalazione forzata di pesticidi, denti rotti col calcio della pistola: i racconti e le leggende che girano attorno ai metodi della polizia bolivariana fanno temere che nel paese siano in corso gravi casi di torture e violazioni dei diritti umani.

venezuela
L’Helicoide, sede del Sebin, Caracas – Foto: Ciro Duran (via Flickr)

In reazione alle sollicitazioni e denunce ricevute, la Commissione interamericana per i diritti umani (Cidh) ha raddoppiato la pressione e lo scorso 4 ottobre ha chiesto nuovamente al governo di Maduro di entrare nel paese per monitorare le condizioni di detenzione nelle prigioni nazionali, in particolare dei reclusi per cause politiche. L’accesso alla Commissione interamericana viene negato da oltre 7 anni e il timore è che le condizioni reali di detenzione siano peggiori di quanto emerge dalle denunce.

Leggi anche: Venezuela: ultime notizie sui diritti dipingono situazione di profonda crisi

Condizioni peggiori con crisi dell’economia e inflazione

Con la crisi economica, l’inflazione che continua a correre, lo Stato in fallimento e la crisi migratoria, le condizioni di detenzione di chi si oppone al governo di Nicolas Maduro peggiorano. L’Osservatorio venezuelano delle prigioni (Ovp) denuncia puntualmente i numerosi casi di malnutrizione.

Secondo l’Ovp, i detenuti delle carceri venezuelane ricevono un’alimentazione a base quasi esclusivamente di riso, servito anche una sola volta al giorno. La malnutrizione, la mancanza di proteine e amminoacidi essenziali, assieme alle cattive condizioni igieniche, hanno sviluppato malattie dell’apparato digestivo e della pelle e sono in aumento i casi di tubercolosi e paludismo. L’Osservatorio venezuelano delle prigioni denuncia anche la totale mancanza di assistenza medica all’interno delle carceri.

Leggi anche: Venezuela: la crisi dell’economia insegue chi scappa in Brasile

Iscriviti alla newsletter di Osservatorio Diritti

newsletter osservatorio dirittiLa strategia venezuelana della “porta scorrevole”

I trattamenti peggiori sono riservati ai prigionieri politici. Secondo l’ultimo report della ong venezuelana Foro Penal, che da più di 15 anni offre assistenza giuridica gratuita alle vittime di detenzioni arbitrarie, in Venezuela ci sono 248 prigionieri politici, di cui due adolescenti. Foro Penal sottolinea che altre 7.498 persone sono sotto processo penale, con accuse politiche e sotto misure cautelari.

Quella messa a punto dalle forze dell’ordine venezuelane, più che una ricerca dei colpevoli sembra essere una strategia della paura volta a terrorizzare l’intera popolazione. Alfredo Romero, avvocato difensore dei diritti umani e direttore di Foro Penal, denomina questa strategia della “porta girevole”. In questo metodo si scarcera un certo numero di detenuti mentre allo stesso tempo un numero uguale o superiore viene arrestato. Il numero di detenuti si mantiene sempre attorno agli stessi livelli, sottolinea Alfredo Romero nell’ultimo rapporto di Foro Penal, ma le persone detenute non sono le stesse.

Leggi anche: Centro America in movimento tra Carovana delle madri e bimbi migranti

venezuela
Manifestazione a Caracas, Venezuela

In totale, dal 2014 ad oggi sono 12.406 i cittadini venezuelani che hanno subito un periodo più o meno lungo di detenzione per ragioni politiche. Questo metodo genera un generalizzato effetto intimidatorio verso la popolazione dissidente, reale o eventuale. Alfredo Romero e Foro Penal denunciano le gravi violazioni alla Costituzione venezuelana, particolarmente dell’articolo 43, sul diritto inalienabile alla vita.

Costituzione della Repubblica Bolivariana di Venezuela

Articolo 43: il diritto alla vita è inviolabile. Nessuna legge potrà stabilire la pena di morte, né alcuna autorità applicarla. Lo Stato proteggerà la vita delle persone che si ritrovino private della libertà, prestando il servizio militare o civile, o sottomesse alla sua autorità in qualunque altro modo.

Leggi anche: Venezuela, ecco cosa sta succedendo nel Paese in crisi

La “tomba”, il centro del terrore nella capitale Caracas

Tra i centri di detenzione peggiori, quello che suscita più terrore per la sua triste fama è quello posto nel sottosuolo della sede del Servicio Bolivariano de Inteligencia (Sebin), in Plaza Venezuela, a Caracas. Lo stesso edificio dove ha trovato la morte Fernando Albán. Lì, 5 piani sotto al suolo, esiste un centro di detenzione e tortura conosciuto come “La Tumba“, come rivela il quotidiano d’inchiesta francese Mediapart, che ha potuto intervistare alcuni ex prigionieri.

Notizie sull’edificio di massima sicurezza del Venezuela

Costruito originariamente per ospitare gli uffici della metropolitana di Caracas, è stato successivamente trasformato in una prigione e centro di reclusione del Sebin. Pensato inizialmente per essere un parcheggio, qui sono state costruite sette celle di massima sicurezza.

Prima di entrare in quest’area, i parenti dei detenuti sono spogliati, perquisiti e fatti passare sotto a un metal detector.

Le celle: racconti dalle carceri venezuelane

Secondo le ricostruzioni dei familiari dei detenuti, le celle hanno dimensioni simili a quelle di un armadio, 3 metri di larghezza per 2 di lunghezza, senza finestre né bagno. Qui i detenuti sono sottoposti in continuazione a tortura psicologica: la luce dei neon può rimanere accesa anche per più di 24 ore, per far sì che i detenuti perdano la nozione del tempo.

L’unica ventilazione è quella proveniente dall’impianto di climatizzazione dell’edificio e le temperature delle celle sono gelide, gli unici oggetti personali consentiti sono una bibbia, un rosario e delle foto. Tutto questo genera un acuto senso di depressione nei prigionieri. È quanto emerge dall’inchiesta della giornalista venezuelana Mariana Atencio pubblicata su Univision Noticias.

Lorent Saleh, 30 anni, è uno dei pochi testimoni diretti delle condizioni di detenzione nel centro di tortura. Nel 2014, Lorent era stato accusato dalle autorità venezuelane di realizzare allenamenti paramilitari e di pianificare attentati contro lo Stato. Arrestato, passò 4 anni nel sottosuolo di Plaza Venezuela, prima di essere liberato ed estradato in Spagna.

Lorent ha dichiarato alla stampa: «Quando mi hanno arrestato, fui sottoposto per un lungo periodo di tempo a una forma di tortura bianca. Fui obbligato a fare uno sciopero della fame solo per avere un orologio e sapere che ora era. La pressione era tale che tentai il suicidio tagliandomi le vene e da allora mi impedirono di utilizzare vestiti e un guardiano dormiva nella cella con me. Ad oggi, nessuna delle accuse nei miei confronti ha potuto essere dimostrata».

Anche il documentario di Maria Eugenia Moron e altre testimonianze denunciano le orribili condizioni di detenzione e i casi di tortura.

La cartina: mappa del Venezuela (capitale Caracas)

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.