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Diritti dei contadini: l’Onu dà il via libera alla Dichiarazione

Il Comitato dell’Assemblea generale Onu ha adottato la Dichiarazione per i diritti dei contadini e delle altre persone che lavorano in ambito rurale. Astenuti molti paesi europei, tra cui l'Italia. Stati Uniti, Israele e Australia hanno votato contro. La sfida ora riguarda l'applicazione del documento, che potrebbe scontrarsi con gli interessi delle multinazionali

I movimenti contadini lo hanno definito un momento storico. Il 19 novembre scorso a New York il Comitato per gli affari sociali, umanitari e culturali dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato il testo della Dichiarazione per i diritti dei contadini e delle altre persone che lavorano nelle aree rurali. 119 voti a favore, 7 contrari e 49 astenuti. Questo è il risultato di una campagna di mobilitazione globale cominciata più di un decennio fa.

«Il risultato di oggi è la conferma che il processo che abbiamo iniziato era giusto», è il commento di Ramona Duminicioiu, contadina romena e membro de La Via Campesina, che ha assisto al dibattito e ai negoziati.

«Abbiamo messo in campo, sin dal principio, un processo lungo e inclusivo. Abbiamo dibattuto ogni singolo aspetto della dichiarazione: a dare il loro contributo a questo testo non sono stati solo i governi ma milioni di contadini in giro per il mondo», ha detto ad Osservatorio Diritti.

diritti dei contadini
Contadina nei campi in Cambogia

Lavoratori rurali: producono cibo e preservano la biodiversità

Il testo si propone di riconoscere e proteggere le popolazioni che vivono e lavorano in ambito rurale, più soggette alla povertà, alla fame, agli effetti del cambiamento climatico. Nel suo discorso di presentazione della risoluzione, prima del voto, la rappresentante della Bolivia ha evidenziato come contadini e lavoratori rurali forniscano, secondo dati della Fao, il 70% degli alimenti che vengono consumati nel mondo e contribuiscano al benessere del pianeta preservando la biodiversità.

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«La Dichiarazione dei diritti dei contadini dev’essere applicata»

Per vedere concluso l’iter della risoluzione bisognerà aspettare il mese di dicembre, quando l’Assemblea Generale dell’Onu dovrà dare l’approvazione formale. A preoccupare i proponenti adesso è l’implementazione della dichiarazione. «Vogliamo che diventi realtà, che non rimanga sulla carta», sottolinea Ramona Duminicioiu. La dichiarazione sarà utilizzata, secondo i proponenti, come uno strumento per generare trasformazioni nelle politiche dei governi, a livello nazionale, regionale e locale.

I contrari alla Dichiarazione sui diritti dei contadini

Tra i paesi che si sono opposti, sin dal principio, al processo di riconoscimento della dichiarazione, ci sono: Stati Uniti, Australia, Israele, Gran Bretagna e Svezia. I rappresentanti dei movimenti contadini e delle ong che hanno appoggiato il processo negoziale non hanno dubbi: una volta approvata, la dichiarazione verrà adottata anche dai chi ha votato contro o si è astenuto.

I paesi membri della Ue, nella maggior parte dei casi (e tra questi anche l’Italia), hanno deciso di astenersi sulla Dichiarazione per i diritti dei contadini, come avevano fatto a fine settembre al Consiglio dei diritti umani di Ginevra.

Durante la discussione, prima e dopo il voto, alcuni paesi hanno espresso i motivi che li hanno spinti a non votare a favore della risoluzione. All’inizio del processo negoziale alcuni hanno negato la necessità di uno strumento di diritto destinato ai contadini. Altri si sono espressi contro la creazione di nuovi diritti, altri ancora hanno contestato il bisogno di diritti per un segmento specifico della popolazione. La maggior parte delle motivazioni si concentrava sulla necessità di implementare diritti esistenti, senza crearne di nuovi, difficilmente applicabili a livello nazionale.

«C’è ancora molta resistenza da parte dei paesi più industrializzati ad accettare diritti sociali e culturali. Gli interessi delle compagnie private sono molto forti. E proprio queste corporation hanno un ruolo fondamentale nella riduzione dei diritti umani».

A sostenerlo è la rappresentante de La Via Campesina che ha seguito in diretta il voto, e partecipato ai negoziati. Secondo Ramona Duminicioiu molte di queste argomentazioni sono pretestuose e celano una mancanza di coraggio.

Diritto ai semi e interessi delle multinazionali

La dichiarazione chiede il riconoscimento di diritti di accesso all’acqua, ai servizi di base, alla terra e alle sementi. Proprio quest’ultimo punto è stato uno dei più dibattuti e contestati. «I diritti delle multinazionali come Monsanto, oggi Bayer, sono aumentati a scapito di quelli dei contadini», sottolinea Ramona Duminicioiu. Le compagnie hanno imposto copyright e patenti rendono difficile per gli agricoltori poter selezionare, moltiplicare e piantare i propri semi.

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«Alcuni contadini sono finiti a processo per aver coltivato nei loro campi varietà registrate senza aver pagato i diritti. Siamo pieni di legislazioni che tutelano le compagnie, ma nessuna che tuteli i contadini», spiega la delegata de La Via Campesina a New York. Che aggiunge: «Quando la Dichiarazione universale dei diritti umani venne approvata, Monsanto non esisteva ancora. Anche i diritti umani quindi devono evolvere insieme alla società».

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I contadini dell’Est Europa chiedono riconoscimento

Ramona Duminicioiu arriva dalla Romania e il suo paese, come molti dell’Europa dell’Est, si è astenuto durante il voto all’Onu. «Il mio non è solo un paese di contadini, è un paese di migranti. Molti in questi anni se ne sono andati a causa delle scarse opportunità e della mancanza di politiche a sostegno delle economie rurali», dice.

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Donne in un villaggio della Bulgaria

La rappresentante de La Via Campesina aggiunge: «Al tempo stesso siamo parte dell’Unione Europea, uno degli attori più forti dal punto di vista economico, a cui molti paesi sognano di poter aderire». Essere contadini in Romania equivale a non valere nulla:

«L’occupazione in questo settore non viene riconosciuta. Non abbiamo diritto alla previdenza sociale: facciamo funzionare un’economia invisibile».

Si tratta di un paese stretto tra le disuguaglianze e le aspirazioni di crescita economica: «In Europa dell’Est la democrazia è giovane e il passaggio tra comunismo e capitalismo è stato repentino, senza la costruzione di sistemi di tutela e di protezione sociale. Abbiamo bisogno di tempo per avere dei governi più coraggiosi e con una visione di lungo termine».

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