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Comunità di pace: vita sotto sfratto a San José de Apartadò, Colombia

La Comunità di pace di San José de Apartadò, Colombia, vive sotto costante minaccia e scortata dai volontari di Operazione Colomba (comunità Papa Giovanni XXIII). La Comunità coltiva cacao per il commercio equo e i suoi membri hanno scelto la non violenza e chiedono giustizia per le vittime di guerriglia, paramilitari, esercito

José Roviro Lopez ha 31 anni ed è uno dei leader della comunità di San José de Apartadò, nel nord-ovest del paese. Ha lo sguardo determinato di chi è pronto a difendere la sua terra anche con la vita. Aveva solo 10 anni quando il 23 marzo 1997 si costituì la Comunità di pace.

«In quel periodo il paramilitarismo, appoggiato dall’esercito, e la guerriglia cominciarono ad uccidere e far sparire molte persone», racconta ad Osservatorio Diritti. «Nella regione in cui viviamo la forza pubblica è stata promotrice degli assassini, anche se i loro crimini sono poco conosciuti», spiega il rappresentante della Comunità di pace. In quel periodo molti persero le loro terre perché furono costretti a scappare: «L’esercito rapiva le persone nei campi, nelle case, al lavoro poi le consegnava ai paramilitari che uccidevano».

Comunità nella Colombia di oggi e una scuola di pace

«Delle 1200 persone che firmarono l’atto di costituzione della Comunità di pace, oggi ne sono rimaste circa 600. Delle 32 località di cui era composto il comune di San José de Apartadò, oggi ce ne sono 10», racconta José Roviro Lopez.

La comunità è organizzata in gruppi di lavoro, composti da 3 o 4 persone, che si occupano di seminare e coltivare i prodotti alla base dell’alimentazione e di curare le piante di cacao. Nei campi crescono fagioli, cipolle, cavoli, platano e mais. «Del raccolto beneficiano tutti i membri della comunità perché facciamo in modo che i proventi vengano ridistribuiti», spiega.

comunità di pace di san jose de apartado
Cartello con i principi della Comunità di pace. Foto credit: @Operazione Colomba

Nel 2006 è nata una scuola alternativa per i bambini della comunità. «Non potevamo accettare che i nostri figli frequentassero una scuola nella zona controllata dalla forza pubblica, così abbiamo pensato di realizzare un’educazione alternativa», sottolinea uno dei leader di San José de Apartadò.

La comunità è in totale rottura con lo Stato. L’esercito, sottolinea più volte José Roviro Lopez, è connivente con i gruppi paramilitari. Fino al 2005 organizzavano riunioni con il governo. Il dialogo si è interrotto con l’omicidio dell’allora rappresentante legale, ucciso su mandato dell’esercito.

Comunità di pace di San José de Apartadò minacciata

José Roviro Lopez e tutti i membri di San José d’Apartadò vivono sotto la costante minaccia dei gruppi paramilitari, che si infiltrano anche nelle maglie dell’amministrazione. Le intimidazioni arrivano attraverso il telefono, tramite messaggi cartacei o con la presenza.

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«Veniamo minacciati perché non aiutiamo in alcun modo i paramilitari», dice. E aggiunge: «Non forniamo informazioni, cibo o soldi». La comunità, inoltre, chiede giustizia per le violenze subite, denuncia gli avvertimenti ricevuti e le mancanze del governo.

Operazione Colomba: la scorta civile internazionale

«In questi giorni siamo in allerta rossa perché i paramilitari della zona (Autodifesa Gaetanista de Colombia) dicono di voler uccidere a tutti i costi alcuni leader, soprattutto chi si espone di più», spiega Monica Puto, che è coordinatrice volontaria di Operazione Colomba e conosce la comunità da 10 anni.

comunità di pace in colombia
Volontari di Operazione Colomba durante le attività di accompagnamento dei membri della comunità. Foto credit: @Operazione Colomba

Operazione Colomba, il corpo non violento di pace della Comunità Papa Giovanni XXIII, ha cominciato a monitorare la Comunità di pace tra il 2007 e il 2008. La sua presenza è diventata costante all’inizio del 2009.

I volontari di Operazione Colomba hanno la funzione di scorta civile internazionale, si occupano di accompagnare i membri della comunità in tutti i momenti della giornata. «Camminiamo con loro e li aiutiamo a raggiungere i villaggi o i campi», spiega Monica Puto. La scorta civile garantisce il collegamento tra i villaggi più lontani, fino a due giorni di cammino, e il centro di San José de Apartadò.

«Con la nostra presenza disincentiviamo le azioni violente», sottolinea la volontaria. L’accompagnamento avviene anche in città, dove la situazione è più pericolosa perché caotica.

«Ci occupiamo anche dell’accompagnamento emotivo, nei momenti cardine della vita di comunità: dai funerali ai matrimoni».

Il tentato omicidio di due leader

Lo scorso 29 dicembre José Roviro Lopez e German Graciano Posso, il rappresentante legale della comunità, hanno subito un’aggressione da parte di alcuni paramilitari. Mentre stavano vendendo il cacao a San Josè, sono stati avvicinati da cinque uomini, di cui due incappucciati, armati di pistola e machete. I due leader sono stati rinchiusi in una stanzina.

comunità di pace
José Roviro Lopez uno dei leader della Comunità di pace di San José de Apartadò. Foto credit: @Operazione Colomba

A salvare loro la vita è stata l’intuizione di German che, vedendo arrivare gli uomini armati, ha telefonato ad un volontario e inviato alcuni bambini ad avvisare la gente di quanto stava accadendo. I bambini hanno dato l’allarme. Monica è arrivata sul posto poco dopo e racconta:

«La gente della comunità era intervenuta riuscendo a disarmare i paramilitari e a bloccarli. Il giorno dopo sono stati consegnati nelle mani del vescovo di Apartadò e di un rappresentante del governo».

La Comunità come segno di pace: difende i diritti umani

German Graciano Posso è stato insignito del premio come “Difensore dei diritti umani per il 2018 in Colombia”.«È stato riconosciuto il lavoro che dura da più di vent’anni», spiega Monica Puto.

Il premio, secondo la volontaria, ha dato nuova linfa alla comunità che, a livello locale, viene stigmatizzata perché denuncia le violenze o viene bollata come idealista.

Il conflitto per la terra in Colombia arriva nella Comunità

Al centro del conflitto c’è il controllo sulla terra. Negli anni delle violenze molti campi sono stati abbandonati dai contadini e occupati dai gruppi armati. Alcuni decisero di vendere a prezzi molto bassi. «Molti non vollero più tornare nei luoghi in cui erano stati uccisi membri della famiglia, dove i genitori vennero fatti sparire o dove stuprarono la mamma o la sorella», racconta José Roviro Lopez.

«I paramilitari sono diventati prestanome, hanno acquisito titoli. Le carte del catasto sono andate perdute o sono state falsificate e gli enti deputati a tutelare la proprietà sono corrotti», sottolinea la volontaria dell’Operazione Colomba.

Durante il conflitto il governo ha continuato a concedere terre alle compagnie sia per lo sfruttamento agricolo sia per quello minerario. I membri della comunità hanno cercato fin da subito di ritornare sulle loro terre e sono riusciti ad acquisire alcuni titoli, come spiega il leader: «Quando nacque la nostra comunità ogni membro aveva una piccola terra, alcuni avevano già legalizzato i titoli altri no. Decidemmo di chiedere dei titoli collettivi, a nome della nostra organizzazione e di ottenere altri campi attraverso compravendite private». Oggi la comunità ha ottenuto titoli legali per la metà delle terre che coltiva, sul resto il possesso.

Dopo la fine del conflitto, la legge garantì, almeno sulla carta, il ritorno sulla propria terra per chi era stato cacciato con la violenza. Molti reclamarono i campi, anche coloro che avevano venduto.

«Oggi le terre della comunità vengono invase da altri contadini, che le reclamano», sottolinea Monica, aggiungendo che le azioni dei contadini sono sostenute da chi ha interesse a mantenere il controllo del territorio. Si tratta, infatti, di zone ricche di minerali: San José de Apartadò si trova in un’area carbonifera.

Il cacao della Colombia in Italia con il commercio equo

La Comunità di pace fornisce il cacao alla Cooperativa Quetzal che lo commercializza in Italia attraverso la rete di commercio equo Equo Garantito. Il cacao è coltivato sulle terre su cui la comunità non possiede titoli perché è una pianta che dura tutta la vita. «Possiamo dire che possediamo le piante», spiega José Roviro Lopez. Che conclude:

«Per noi il cacao è la forza che crea coscienza e comunità, che ci permette di resistere, di proteggere la terra, di difenderla e di reclamarla».

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