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Sport per disabili: discriminazione alle Paralimpiadi di Tokyo 2020

Emanuele Di Marino, atleta paralimpico, lancia la battaglia per evitare che gli atleti senza protesi siano discriminati alle prossime Paralimpiadi. Una lotta che mira a proseguire la storia di integrazione che da sempre caratterizza lo sport per disabili in Italia e nel mondo

«Recenti scoperte indicano che l’uso di dispositivi protesici può fornire un vantaggio in termini di prestazioni». È quanto si legge nel nuovo regolamento 2018-2019 dei Giochi paralimpici della World Para Athletics, che ha così riconosciuto una nuova categoria per gli atleti con disabilità al di sotto del ginocchio, ma che non utilizzano protesi.

Una regola scritta, che tuttavia non trova corrispondenza nella realtà. Gli atleti paralimpici privi di protesi, infatti, continueranno a gareggiare insieme ai protesizzati, portando i primi a rappresentare l’unica categoria a non avere una gara di corsa nel programma di Tokyo 2020.

«La Federazione internazionale non attua ciò che ha lei stesso riconosciuto. Nel momento in cui riconosci un vantaggio di prestazione per gli atleti dotati di protesi, ed è la prima volta nella storia dell’atletica, non puoi permettere che si gareggi insieme. Tanti atleti come me stanno pensando di smettere, perché anche le qualificazioni diventano irraggiungibili per la mia categoria».

A parlare è Emanuele Di Marino, atleta paralimpico nato con una malformazione congenita che prende il nome di piede torto, vincitore di due medaglie ai Mondiali di Londra 2017, il primo atleta senza protesi che negli ultimi otto anni è salito su un podio mondiale, che si fa portavoce di questa battaglia contro la discriminazione messa in atto dalla Federazione a livello internazionale.

Paralimpiadi: nuovo regolamento, ma niente benefici per chi è senza protesi

Quello a cui ci si appella è un criterio squisitamente tecnico, a cui la stessa World Para Athletics fa riferimento. Nel suo regolamento 2018-2019, infatti, si legge espressamente:

«Fino al 1° gennaio 2018, la classe sportiva T44 includeva entrambi gli atleti che gareggiano con un dispositivo protesico e atleti che ne sono privi. Recenti scoperte indicano che l’uso di dispositivi protesici può fornire un vantaggio in termini di prestazioni. World Para Athletics ha condotto un’approfondita revisione delle regole e dei regolamenti sulla classificazione e come risultato ha introdotto nuove classi sportive».

Nel ranking mondiale di quest’anno gli atleti della categoria di Di Marino, la T44, sono 15. Un numero importante se si considera che è superiore rispetto a quello delle 17 gare che sono in programma a Tokyo 2020.

Sport per disabili: il caso Paralimpiadi al Parlamento Ue

A maggio scorso il caso è arrivato persino sul tavolo del Parlamento europeo. L’europarlamentare Isabella Adinolfi, infatti, è la firmataria di un’interrogazione dove chiede alla Commissione se, in quanto sostenitrice dei Giochi paralimpici e supportando, anche finanziariamente, l’European Paralympic Committee e collaborando con l’International Paralympic Committee, non ritenga di dover agire nei confronti degli organismi per sanare la discriminazione.

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Una competizione durante le Paralimpiadi Rio 2016 (foto: Fernando Frazão/Agência Brasil, via Wikipedia)

«A gennaio 2018 – si legge nell’interrogazione – l’International Paralympic Committee ha approvato nuove regole riguardanti la classificazione degli atleti, creando delle nuove categorie, quali la categoria T42-44 (atleti con disabilità agli arti inferiori che non usano dispositivi protesici) e la categoria T61-64 (atleti con disabilità agli arti inferiori che usano dispositivi protesici) relative agli atleti che praticano corsa e salto. Ciononostante, nelle “Classification Hierarchy” si stabilisce che gli atleti delle categorie T42-44 e T61-64 gareggino tra di loro, rischiando così di impedire una sana e leale (alla pari) competizione».

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Tra gli elementi presentati dall’europarlamentare Adinolfi a sostegno della tesi discriminatoria, vengono citati anche gli articoli 21 e 26 della Carta dei diritti fondamentali dell’Ue: «L’Unione riconosce e rispetta il diritto delle persone con disabilità di beneficiare di misure intese a garantirne l’autonomia, l’inserimento sociale e professionale e la partecipazione alla vita della comunità».

La risposta di Tibor Navracsics, a nome della Commissione europea, è arrivata a luglio: «I cittadini che si ritengano lesi dalle regole sportive oggetto dell’interrogazione hanno il diritto di presentare ricorso giurisdizionale o amministrativo a livello nazionale, al fine di ottenere riparazione».

Vie legali con l’associazione Avvocati per lo sport

Per quanto i costi legali siano alti, dunque, gli atleti si sono uniti e rivolti all’associazione avvocati per lo sport. L’avvocato Stefano Gianfaldoni da mesi segue la vicenda, divenuta ora una corsa contro il tempo.

«Sono mesi che siamo attivi – spiega l’avvocato Gianfaldoni – purtroppo vi è stata una tempistica dilatata nella risposta della federazione a livello internazionale. Questi mesi potrebbero essere importanti, speriamo non determinanti. C’è l’occasione per alcuni atleti di arrivare al massimo agonistico su scala mondiale, sviliti da una decisione unilaterale, probabilmente presa alla leggera».

Di Martino e un atleta paralimpico sudafricano della stessa categoria hanno portato avanti in questi mesi un lavoro diplomatico per cercare di portare anche altri atleti nella stessa situazione a firmare la lettera che, per vie legali, vogliono far recapitare alla federazione internazionale.

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Un atleta paralimpico (foto: Wikipedia)

Fino a maggio gli atleti erano convinti di poter gareggiare separatamente, ma sembra evidente che non sarà così e molti sono pronti a firmare. L’auspicio è che dei 15 che rientrano nel ranking mondiale, si riesca a raggiungere una decina di firme.

«Se le cose restano così – afferma Di Marino – io e tanti altri ragazzi del mio mondo saremo costretti a lasciare lo sport, non avremo possibilità neanche di lottare per qualificarci per una paralimpiade, arrivando così lo sport paralimpico ad allontanare, non ad avvicinare. Tutto ciò è contro la convenzione dei diritti dell’uomo e pone una discriminazione molto forte nei nostri confronti».

«È ormai pacifico – spiega l’avvocato Gianfaldoni – e non è solo letteratura scientifica, che le protesi arrechino un vantaggio funzionale nell’esercizio del gesto atletico. Il risultato dell’accorpamento è una discriminazione in partenza, una scelta unilaterale che in prospettiva creerà svantaggi verso gli atleti che hanno disfunzionalità simili a quella di Di Marino. Questo incide sui risultati e sulle stesse qualificazioni, innescando una serie di effetti negativi».

I disabili e lo sport: Emanuele Di Marino, storia di integrazione

Emanuele Di Marino è nato nel 1989 con una malformazione congenita che prende il nome di piede torto di terzo grado, con malformazione ossea all’interno della caviglia. In sostanza Emanuele è nato con il piede girato verso l’interno. Ha subito un intervento a sette mesi di età, che gli ha permesso di mettere il piede in una posizione semi normale, ma da sotto il ginocchio, oltre a non avere muscoli, può muovere solo le dita dei piedi.

«Ho iniziato con l’atletica – racconta – l’ultimo anno delle superiori, perché avevo accompagnato mio fratello al campo per farlo smettere di fumare. Vedendo gli altri praticare questo sport ho cominciato a pensare che avrei voluto praticarlo anche io. Per tutta l’adolescenza ho sempre nascosto la mia disabilità. Non andavo al mare, non indossavo pantaloncini. Lo sport mi ha aiutato anche in questo. Le gare le fai per forza con i pantaloncini, mi ha aiutato a sbloccarmi».

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Emanuele Di Marino sul podio dei Mondiali di Londra 2017

Come spesso accade, i genitori sono stati una colonna portante. Tanto più se nel caso di Emanuele, in cui il padre è allenatore di atletica e la è madre anch’essa un’atleta, entrambi professori di scienze motorie.

Gli esordi non sono stati semplici. Emanuele correva e cadeva, soffrendo anche l’emarginazione dei compagni al campo, che lo disincentivavano nell’intento. «Ma io sono testardo – dice – e nel giro di 4-5 anni sono riuscito a fare un allenamento di atletica che potesse definirsi realmente tale».

L’avvicinamento al mondo paralimpico è avvenuto nel 2013. La prima convocazione in nazionale, nel 2014, quando Emanuele è arrivato terzo nei 400. Nel 2015 i mondiali a Doha, in finale nei 400, gareggiando sempre con atleti dotati di protesi. Nel 2016 gli Europei di Grosseto, dove Emanuele ha conquistato un bronzo nei 400 e nella staffetta 4×100.

«Ho partecipato alle Paralimpiadi nel 2016 e nel 2017 – ricorda Emanuele – e lì ho preso le prime medaglie mondiali, arrivando terzo nei 400 e secondo nella staffetta. Erano circa otto anni che non saliva sul podio mondiale un atleta senza protesi quando io ho vinto il bronzo nei 400».

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