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Eldorado, il film capolavoro di Imhoof tra infanzia svizzera e migranti

Eldorado è la pellicola del regista svizzero Markus Imhoof che ha vinto l'ultimo Film Festival Diritti Umani Lugano 2018. Una storia che oscilla tra i ricordi di un'infanzia in Svizzera, la situazione dei migranti oggi, l'attraversata del Mediterraneo e lo sfruttamento del caporalato in Puglia

«Avevo 5 anni, mio padre combatteva alla frontiera, spedì una lettera a casa. Ci chiedeva di andare a prendere un bambino che aveva bisogno di una nuova famiglia». Si commuove Markus Imhoof, regista svizzero che a Lugano, durante il Film Festival Diritti Umani Lugano 2018, ha ritirato il premio “Diritti Umani per l’autore” per la pellicola Eldorado.

Imhoof si commuove al ricordo di quel viaggio, ai tempi della Seconda guerra mondiale, con sua mamma alla stazione merci di Winterthour. All’epoca la Svizzera aveva la possibilità di concedere un lasciapassare a ebrei in fuga dal nazismo e in possesso del visto per raggiungere Marsiglia e imbarcarsi per gli Stati Uniti. In cambio, le famiglie svizzere che aderivano al progetto di solidarietà avrebbero accolto in casa un ragazzino vittima della guerra, orfano o indigente.

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«Arrivammo ed erano centinaia, stipati come bestiame. Ognuno aveva un numero e appesi al collo i documenti. Io vidi un ragazzo alto, con un cappello di feltro e me lo immaginai come il mio perfetto fratello. Lui neanche mi guardò. La Croce Rossa aveva deciso per noi. Fu così che a casa nostra arrivò Giovanna, una fragile ragazza milanese, timida e spaventata».

Il trailer di Eldorado, il film di Markus Imhoof

Eldorado, un film di solidarietà e amore

Il filo conduttore di Eldorado è uno spezzone del passato di Imhoof. L’incontro con Giovanna, il rapporto che nasce tra lei e la nuova famiglia svizzera, i contatti epistolari e anche il sostegno economico che gli Imhoof continuarono a darle. La giovane donna finì per morire a Milano di stenti e povertà. Questi affidi avevano infatti una durata limitata per far sì che non si creassero legami troppo stretti con le famiglie affidatarie.

Documentato con lettere, immagini di repertorio e dialoghi a volte in italiano, altre con lo stentato tedesco che Giovanna apprese durante il soggiorno nella famiglia Imhoof, il film racconta una storia di solidarietà e amore. Marcolino, così Giovanna chiamava il fratello acquisito, è figlio di professori illuminati della Svizzera tedesca, dove aiutare il prossimo era un dovere sociale.

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Dai migranti al caporalato in Puglia: Eldorado nel 2018

Dai ricordi, Imhoff prende spunto per entrare prepotente e lucido nei giorni nostri. All’interno della Aquarius, la nave di Sos Mediteranèe e Medici senza frontiere. Tra le campagne pugliesi, nei ghetti dove vivono persone originarie di paesi africani e comandano i caporali, con immagini crude, violente, interviste, testimonianze “rubate” a chi ha paura di ritorsioni.

Una denuncia senza fronzoli e commenti, sono le immagini e le voci a parlare, niente musica a sottolineare la drammaticità delle situazioni, escamotage spesso abusato nei docufilm. Cinque anni di lavoro. Per dare alla luce un capolavoro.

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Aquarius: la nave fantasma nel film di Markus Imhoof

Ha salvato tante vite questa grossa balena di ferro. Nella sua pancia, quando Imhoof si è imbarcato con due collaboratori e la telecamera, sono entrati 1.800 profughi, tutti africani.

«Funziona che la barca naviga fintanto che c’è carburante, raccoglie la gente dalle vecchie carrette del mare e le porta a terra».

Prima di poter salire a bordo, Imhoof aveva provato a girare in Grecia: «Sono stato a Samos e Lesbo, posti drammatici. Ci siamo imbarcati su una nave pattuglia portoghese, non mi facevano neanche tirar fuori il cellulare per fare qualche foto. Il momento più drammatico è stato quando abbiamo avvistato un peschereccio. Le persone a bordo hanno cominciato ad agitarsi, c’era mare e vento gelido, la barca si è rovesciata, 23 morti». È andata meglio con l’Aquarius, ai tempi di Mare Nostrum.

E oggi l’Aquarius che fine ha fatto? «È ferma nel porto di Marsiglia senza bandiera, l’Italia ha tolto la sua e nessuno stato è disposto ad ammainarla».

Bandiera Svizzera per l’Aquarius?

Quella che la Lega ha definito «un taxi di lusso per i migranti», proprio durante il Film Festival di Lugano è stata oggetto di una petizione recapitata al Consiglio Federale. Un gruppo di intellettuali e professionisti svizzeri, tra cui Imhoof e la giudice Carla Dal Ponte, ha chiesto alla Confederazione di offrire la bandiera svizzera per consentire alla nave di ricominciare a salpare e soccorrere migranti. Ancora non si conosce l’esito della petizione, ma se fosse accolta l’Aquarius potrebbe tornare a salvare vite.

Ghetti, caporali, braccianti e prostituzione

Imhoof si sposta poi in Puglia, nel mondo dei braccianti che per lo stato non esistono. Li chiamano ghetti. «Entrarci non è stato facile. Una volta siamo stati aggrediti, si vede anche nel film. Ci hanno spaccato le telecamere».

Certo, perché la vita del ghetto è una vergogna da non filmare, uomini che di giorno vanno a lavorare nei campi degli italiani e donne che di notte danno piacere ai nostri connazionali per un pugno di euro.

eldorado film caporalato

Tra i protagonisti di questa sezione del film c’è Raffaele Falcone, foggiano di 29 anni, laureato in legge e sindacalista attivo in Cgil. «La vita nei ghetti è disumana. Il più noto è quello di Rignano, ma ce ne sono altri. Sono container senza acqua né luce elettrica, dove i caporali, tutti africani, caricano gli uomini alla mattina e li portano nei campi. Col tempo sono diventati delle specie di miserabili città, con negozi e delle specie di locali per bere e mangiare qualcosa. A comandare e gestire il business sono i caporali africani, unico tramite tra gli immigrati e il mondo esterno».

D’estate chi arriva in Italia da paesi africani raccoglie pomodori, poi si sposta in Sicilia per le arance, e quando arriva l’autunno va al Nord per le mele.

Ci sono anche le donne, non tantissime. Loro nei campi non ci possono andare, sono troppo deboli. Quindi la notte vengono sfruttate da italiani del posto in cerca di sesso a pochi spicci. Ma la polizia non viene mai? «No, sono come terre di nessuno».

I caporali hanno il compito, oltre che di trasportare la merce umana su sgangherati furgoni riempiti all’inverosimile, di tenere alla larga i lavoratori dai proprietari italiani che li sfruttano e ricevono anche cospique sovvenzioni europee. Spiega Falcone: «Di solito assumono con contratti regolari italiani che neanche si vedono sui campi, amici, parenti. Pagano i contributi e danno loro una pensione, ma solo per poter dimostrare di avere a libro paga lavoratori regolari e spartirsi il gruzzolo che arriva da Bruxelles. Sono così pochi che potrebbero fare sì e no qualche chilo di pomodori al giorno. Il lavoro forte, quello da tonnellate, lo fanno loro, per pochi euro».

E i sindacalisti, che ruolo hanno? «Noi cerchiamo di spiegare agli immigrati che devono conoscere e far valere i loro diritti. Che devono andare dai proprietari e farsi mettere sotto contratto, che devono fermare la spirale di violenza e paura».

Eldorado, un film che racconta (anche) la vita nel ghetto

Akeht Twende, ivoriano, 24 anni, nel ghetto è arrivato più per curiosità che per necessità. Ancora minorenne è sbarcato a Lampedusa, nel 2011, poi il trasferimento a Bari e infine a Senigallia. Ha avuto fortuna ed è stato affidato a una famiglia italiana.

Oggi racconta a Osservatorio Diritti: «Volevo vedere con i miei occhi cosa succedeva lì dentro. Mi sono presentato e mi hanno spiegato che il pernottamento costava 1 euro al giorno, 30 per la stagione. Alla mattina ci venivano a prendere, andavamo a lavorare nei campi. La sera si rientrava nell’inferno dei container. È così la vita lì dentro, giorno dopo giorno, senza mai la certezza di cosa succederà domani».

eldorado film

È rimasto parecchi mesi: «Più passava il tempo e più la vita diventava difficile. Un’esperienza che mi ha profondamente segnato. Fa malissimo vedere gente che sfrutta i deboli». Ha conosciuto Imhoof durante le riprese nel ghetto ed è stato lui a chiedere di uscire per raccontare alle telecamere la sua esperienza.

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Oggi Akeht frequenta economia e commercio all’università di Ancona e ha le idee chiare: «Prima volevo fare medicina, ma poi ho deciso che il mio dovere era imparare le regole del mercato. Noi arriviamo da terre ricche di materiale che viene estratto per poi essere lavorato in Europa. Cacao, oro, metalli. È necessario cominciare a insegnare agli africani che anche in patria si possono creare nuovi posti di lavoro, creare aziende, entrare nel mercato». Questo è il sogno del giovane ivoriano, tornare a casa sua e fare qualcosa per il suo popolo.

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