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Batterie auto elettriche: il prezzo pagato dai bambini del cobalto

Nelle miniere del Congo migliaia di bambini pagano un prezzo altissimo per estrarre il cobalto, uno dei materiali indispensabili alle batterie delle auto elettriche: condizioni di lavoro terribili e rischi per la salute per pochi centesimi al giorno

Oggi dire “auto elettriche” equivale a parlare di mobilità sostenibile: possibilità di ridurre le emissioni di CO2, tagliare la propria dipendenza energetica dai combustibili fossili, fare una scelta sostenibile per l’ambiente. Tutto vero. Ma per funzionare le auto elettriche hanno bisogno di cobalto, un minerale che viene usato nella produzione di batterie agli ioni di litio, la “benzina” dei nuovi veicoli green.

I due terzi delle riserve di cobalto della terra si trovano nella Repubblica Democratica del Congo, uno dei paesi più poveri e politicamente instabili al mondo. Da questa ricchezza, però, la popolazione locale trae ben pochi benefici. Anzi, i primi a subire i danni della nuova corsa ai cosiddetti “minerali da batterie” sono proprio i congolesi, in particolare i bambini, costretti a lavorare in condizioni disumane per pochi centesimi al giorno.

Batterie ricaricabili: l’appello di Amnesty alle aziende

«Questo è un momento fondamentale per cambiare le cose. Poiché il mercato delle batterie ricaricabili è in crescita, le aziende devono prendersi la responsabilità di dimostrare che non stanno facendo profitti sulla miseria di chi estrae il cobalto, in condizioni terribili, nella Repubblica Democratica del Congo», aveva detto a novembre 2017 Seema Joshi, direttrice del programma Economia e diritti umani di Amnesty International.

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Mappa tratta dal rapporto 2017 di Amnesty International “Time to recharge” che spiega i movimenti del cobalto dalla Repubblica Democratica del Congo al resto del mondo

L’appello era stato lanciato in occasione dell’uscita del rapporto È tempo di ricaricare, con cui l’ong aveva esaminato se e come, da gennaio 2016, anno di pubblicazione della prima ricerca sull’argomento (Ecco per che cosa moriamo), una serie di grandi aziende – tra le quali Apple, Samsung Electronics, Dell, Microsoft, BMW, Renault e Tesla – avessero ottenuto miglioramenti nella modalità di estrazione del cobalto di cui si riforniscono.

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Batterie auto elettriche: il costo pagato dai bambini

Dal lancio di questo documento è passato un anno. Ma la vita per decine di migliaia di persone continua a essere un inferno, come racconta il professore ed esperto di schiavitù contemporanea, Siddharth Kara, nella sua lettera aperta pubblicata a settembre dalla Thomson Reuters Foundation.

«Sono tornato da poco da un viaggio di ricerca nella Repubblica Democratica del Congo, dove migliaia di bambini lavorano in condizioni terribili per qualche centesimo al giorno, con il rischio di subire gravi lesioni, se non addirittura di morire per estrarre il cobalto».

Kara è stato in 31 miniere sparse tra le città di Lubumbashi, Kipushi, Likasi, Kambove e Kolwezi, nei villaggi circostanti e anche nelle zone montuose al confine con lo Zambia.

Miniere di cobalto in Congo: bambini senza futuro

«Sono almeno 35.000 i bambini che, nelle province sudorientali, lavorano nelle miniere dove si estrae cobalto. In due siti minerari che ho visitato – scrive Kara – uno a Kipushi e l’altro a Kambove, 4.900 adulti e 1.100 bambini si massacrano di fatica».

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«I piccoli, l’età media è di sei anni, sono immersi nel sudiciume mentre incidono, smistano e raccolgono il cobalto. La paga si aggira tra i 50 e gli 80 centesimi di dollaro al giorno. Sopportano lacerazioni e ossa rotte, subiscono danni permanenti alla salute maneggiando il minerale a mani nude e respirandone la polvere tossica. Nessuno di loro va a scuola».

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Boom auto elettriche: prezzi nascosti nei materiali usati

Secondo la società di consulenza McKinsey, il 2017 potrebbe essere ricordato come l’anno delle auto elettriche, visto che ne sono state vendute più di un milione di esemplari. Anche se l’incidenza è ancora minima (solo l’1% delle consegne), quello che deve far riflettere è il tasso di crescita: +57% rispetto al 2016, con la Cina che ha segnato un aumento del 72% e immatricolazioni che superano quelle di Stati Uniti e Europa messe insieme.

Se i consumatori hanno sancito l’affermarsi delle elettriche per risolvere il problema dell’inquinamento atmosferico, il risvolto della medaglia lo si tocca invece con mano nello stato africano dove il reddito nazionale lordo pro capite è di 796 dollari, secondo l’Indice di Sviluppo umano (Hdi – Human Development Index). Uno scotto che viene fatto pagare per permettere al compratore occidentale di poter fare una scelta etica.

La sfida è tracciare la filiera dei componenti

Delle gravi violazioni di diritti umani e della mancata redistribuzione della ricchezza derivante dall’estrazione di cobalto se ne è parlato durante il summit del World Economic Forum (Wec) sull’Impatto dello sviluppo sostenibile che si è svolto a New York a metà settembre. Uno dei principali ostacoli è stato identificato nel massiccio coinvolgimento di compagnie minerarie straniere – specialmente cinesi – e nella catena di intermediari nel processo di vendita del minerale. Per questo, esattamente un anno fa, proprio il Wec aveva lanciato la Global Battery Alliance, un’alleanza pubblico-privato per favorire una filiera di produzione di batterie inclusiva, innovativa e sostenibile.

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Creseurs impegnati nell’estrazione del cobalto nella miniera di Kailo (Repubblica Democratica del Congo) – Foto: Julien Harneis (via Flickr)

Un ombrello sotto il quale collaborano ong, governi, multinazionali e anche l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), che ha stabilito delle precise linee guida sui doveri delle grandi multinazionali in questo ambito.

C’è poi un’altra iniziativa che ha l’obiettivo di effettuare un monitoraggio più accurato dell’applicazione delle regole internazionali lungo tutta la filiera del cobalto, quella della Camera di Commercio Cinese dei Metalli (Responsible Cobalt Initiative). Ma l’impegno, comunque straniero, evidentemente non basta.

Caratteristiche delle miniere in Congo

In Repubblica Democratica del Congo ci sono siti di estrazione industriali (Large Scale Mining) ma anche moltissime miniere artigianali (Artisinal and Small-Scale Mining). E sono proprio queste ultime l’anello debole della catena, pur rappresentando il 20% della produzione e impiegando almeno 200 mila minatori artigianali (creseurs).

«Il cobalto estratto nelle province sudorientali entra inevitabilmente nella catena globale. I creseurs sono costretti a vendere il loro cobalto ai negoziatori a qualunque prezzo. I negoziatori lo vendono a loro volta a centinaia di “case d’acquisto” (maisons d’achat) in tutta la regione. Nessuna delle case d’acquisto che ho visitato mi chiedeva se nell’estrazione del cobalto che avevano acquistato fossero coinvolti i bambini, per non parlare delle condizioni in cui i minatori sono costretti a lavorare», spiega ancora Kara.

Cobalto globalizzato per le batterie della auto elettriche

Dalle case d’acquisto il cobalto viene venduto ai raffinatori nella Repubblica Democrarica del Congo che trasformano la pietra in idrossido di cobalto. Una volta raffinato, viene caricato sui camion e trasportato in Zambia e poi, da lì, esportato in Cina dai porti di Dar es Salaam e Durban.

Infine, il cobalto completamente lavorato viene venduto ai produttori di componenti e alle società di elettronica. «Poiché il cobalto “contaminato” è invariabilmente miscelato al cobalto delle miniere industriali, non c’è alcun modo in cui un’azienda possa assicurarci che i prodotti che acquistiamo non contengano cobalto contaminato», conclude Kara.

Come evitare una nuova generazione di sfruttati

Il professore si appella ai consumatori perché solo loro possono far leva affinché i prodotti che acquistano siano tracciabili “from stone to phone” (dalla pietra al telefono), lanciando un utopico sciopero dell’acquisto. A questo aggiunge altre due proposte, forse un po’ più realistiche: che la Repubblica Democratica del Congo crei un’entità terza, indipendente da minatori e multinazionali, che garantisca che la catena di produzione sia scevra da violazioni dei diritti umani.

La seconda chiama in causa tutti i presidenti delle compagnie coinvolte affinché istituiscano una sorta di tassa dell’1% sui guadagni, da reinvestire nel paese africano per incentivare i settori dell’educazione, della salute e della sicurezza sul lavoro. In poche parole, per ridurre la disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza.

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