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Stefano Cucchi: carabiniere ammette il pestaggio al processo

«Cucchi prima iniziò a perdere l'equilibrio per il calcio di D'Alessandro, poi la violenta spinta di Di Bernardo e la botta alla testa». Sono alcuni dei dettagli raccontati nel processo sulla morte di Stefano Cucchi da uno dei carabinieri imputati. Una crepa nel muro del silenzio da cui si intravede il pestaggio contro il giovane

«Qualcuno ci dica cosa è successo e perché mio figlio è morto». Il 27 ottobre del 2009, Il Messaggero è il primo quotidiano a pubblicare la notizia della tragica fine di Stefano Cucchi, geometra di 31 anni. Quel virgolettato, l’attacco dell’articolo, è di Giovanni Cucchi, suo padre.

Quasi nove anni dopo, l’11 ottobre 2018, è caduto il muro che impediva di rispondere all’appello della famiglia di Stefano: nel processo bis per la morte del giovane, il pm Giovanni Musarò ha spiegato che uno dei cinque imputati si è sfilato di fatto dal «muro di gomma» eretto in questi anni, decidendo – già nei mesi scorsi – di parlare e ammettere le sue responsabilità, indicando le condotte dei suoi commilitoni.

stefano cucchi
Una scena del film “Sulla mia pelle”

Cucchi era morto all’ospedale Sandro Pertini di Roma il 22 ottobre del 2009, sette giorni dopo essere stato arrestato per detenzione di stupefacenti. Il 18 luglio 2016 si era chiusa la fase giudiziaria del primo processo, che aveva visto come imputati medici dell’ospedale Sandro Pertini, infermieri e guardie penitenziarie.

Stefano Cucchi: un carabiniere imputato ammette il pestaggio al processo

L’imputato di cui parla Musarò si chiama Francesco Tedesco ed è uno dei cinque carabinieri rinviati a giudizio. È lui che «il 20 giugno 2018 – ha detto il magistrato – ha presentato una denuncia contro ignoti in cui dice che quando ha saputo della morte di Cucchi ha redatto una notazione di servizio», che sarebbe stata poi sottratta.

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newsletter osservatorio dirittiNell’ambito di questa iniziativa è stato iscritto un procedimento contro ignoti nell’ambito del quale lo stesso Tedesco ha reso tre interrogatori, durante i quali «ha ricostruito i fatti di quella notte e chiamato in causa gli altri imputati». E cioè Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, che con lo stesso Francesco Tedesco sono imputati di omicidio preterintenzionale e abuso di autorità, Roberto Mandolini (calunnia e falso) e Vincenzo Nicolardi (calunnia).

Caso Stefano Cucchi: storia di violenza da parte dei carabinieri

Tedesco, secondo la ricostruzione dello stesso carabiniere, avrebbe detto ai colleghi Di Bernardo e D’Alessandro «basta, che c…fate, non vi permettete». Queste le parole pronunciate mentre «uno colpiva Cucchi con uno schiaffo violento in volto» e l’altro «gli dava un forte calcio con la punta del piede».

Queste frasi si leggono nel verbale di un interrogatorio del 9 luglio 2018. Che continua:

«Fu un’azione combinata, Cucchi prima iniziò a perdere l’equilibrio per il calcio di D’Alessandro poi ci fu la violenta spinta di Di Bernardo che gli fece perdere l’equilibrio provocandone una violenta caduta sul bacino. Anche la successiva botta alla testa fu violenta, ricordo di avere sentito il rumore».

Sono le scene che lascia immaginare il film Sulla mia pelle, presentato all’ultima mostra del cinema di Venezia, che ricostruisce la vicenda di Cucchi.

Leggi: Stefano Cucchi: un film sugli ultimi sette giorni di vita

«Spinsi Di Bernardo ma D’Alessandro colpì con un calcio in faccia Cucchi mentre questi era sdraiato a terra», avrebbe aggiunto Tedesco, che resta imputato al pari degli altri due carabinieri.

Morte Stefano Cucchi, l’avvocato Anselmo: «Avremo giustizia»

Il 4 ottobre scorso, a Milano, Ilaria Cucchi e l’avvocato Fabio Anselmo hanno incontrato i giornalisti prima della proiezione del film Sulla mia pelle al Cinema Anteo. In quell’occasione, Anselmo aveva spiegato che il processo bis si trovava in una «fase molto delicata». Aggiungendo però:

«Quello che vi posso dire è che noi avremo giustizia, questo processo alla fine condannerà i responsabili della morte di Stefano Cucchi».

Casamassima apre una breccia sul pestaggio

Che il «muro di gomma» fosse incrinato lo aveva già dimostrato il carabiniere Riccardo Casamassima, che insieme alla compagna (e collega) Maria Rosati aveva aperto una breccia sul feroce pestaggio subito da Stefano Cucchi nella notte tra il 15 e il 16 ottobre, durante il foto segnalamento all’interno della caserma Casilina. Lo aveva fatto anche in tv, nel marzo del 2017, parlando di fronte alle telecamere di Nemo, intervistato dal giornalista Nello Trocchia.

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Riccardo Casamassima – Frame tratto dall’intervista alla trasmissione Nemo (dettaglio)

Casamassima a maggio 2018 ha testimoniato anche in aula, al processo bis, e per questo ha subito quello che Ilaria Cucchi definisce un «linciaggio, e con lui sua moglie: vedendo l’atteggiamento nei loro confronti, possiamo anche giustificare, non capire, tutti coloro che stanno zitti e non raccontano quello che sanno».

Ilaria Cucchi: «Abbiamo vinto con il processo bis. Le foto di Stefano morto hanno impedito l’oblio»

Il 4 ottobre Ilaria Cucchi ha detto a Osservatorio Diritti che «comunque andrà a finire abbiamo vinto: non posso dimenticare da dove siamo partiti, da mio fratello morto per una presunta caduta dalle scale, morto da solo. Oggi si parla di violentissimo pestaggio, ed è ciò che io ho visto nei segni sul suo corpo martoriato quella mattina all’obitorio, è ciò che Fabio (l’avvocato Anselmo, ndr) ha visto nelle foto che io ho scattato su suo suggerimento e ci hanno aperto una strada. Quelle immagini hanno fatto la differenza: poter guardare il viso di Stefano da morto ha impedito l’oblio, anche in una società abituata a voltarsi dall’altra parte, al disinteresse. Oggi la giustizia ci sta dimostrando che può essere uguale per tutti. Se non ci avessi creduto, non avrebbe avuto senso andare avanti. Ma non è così, ho sempre avuto diritto di crederci».

«Crederci significa “responsabilizzare”, arrivare a farli vergognare: “io credo in te, tu mi tratti in questo modo”. Continuare a credere sempre nella giustizia è stata l’unica nostra arma», ha continuato Fabio Anselmo.

Tra le tante violazioni dei diritti umani di cui è stato vittima sul fratello, Stefano Cucchi, nell’ultima settimana di vita, quale la fa soffrire di più?

La negazione del diritto alla vita. Il fatto che qualcuno abbia deciso che mio fratello, che nella sua vita piena di difficoltà ha sempre saputo di poter far riferimento alla nostra famiglia, sia stato lasciato morire solo come un cane, letteralmente di dolore, tra dolori atroci, pensando che noi, la sua famiglia, lo avevamo abbandonato. Questo faticherò a perdonarlo, se mai lo perdonerò.

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Ilaria Cucchi, sorella di Stefano Cucchi – Foto: Luca Martinelli

Il processo bis deve molto ad alcuni carabinieri. Qual è la sua considerazione delle forze dell’ordine, avvocato Anselmo?

Una giustizia più severa e con gli occhi più aperti sarebbe in grado di prevenire molto di più gli abusi in materia di diritti umani posti in essere dalle forze dell’ordine. E se è vero che la maggior parte dei tutori dell’ordine si impegna per garantire la pace sociale, è altrettanto vero che famiglie come quella di Stefano Cucchi vivono processi come questo in solitudine, perché ancora coloro che mai si macchierebbero di reati del genere ben si guardano dal prendere posizione.

Ilaria Cucchi, dopo quel che è successo, che cosa pensa delle forze dell’ordine?

Il mio rapporto di fiducia è stato messo a più riprese a dura, durissima prova, di fronte a critiche e attacchi anche nei mei confronti. C’è un problema di tipo culturale: all’interno delle forze dell’ordine si fa fatica a prendere le distanze da coloro che sbagliano. Sento di portare avanti una battaglia di civiltà per le vittime, ma anche per chi indossa con onore la divisa.

Non tutti i carabinieri sono picchiatori, ma nel momento in cui una famiglia subisce un sopruso così grande non può erigersi un muro di solidarietà verso chi ha sbagliato. Nel nostro caso, poi, avevamo pensato di affidare Stefano allo Stato, di fronte a quello che percepivamo come un nostro fallimento, in relazione alla tossicodipendenza.

Chi era Stefano Cucchi?

Era un ultimo. E gli ultimi, nella nostra società, sono sempre di più, forse per questo c’è tanta empatia nei nostri confronti. Era stato arrestato, era un tossicodipendente e pure un rompiscatole. Ha iniziato a morire di fronte a un pm, stava male e non lo guardavano nemmeno in faccia. Lo hanno spedito in carcere identificandolo come un albanese senza fissa dimora.

Avverte dei cambiamenti in atto nella società, di fronte a casi come quello di suo fratello?

Una strada si è aperta a Ferrara, con la sentenza del processo per la morte di Federico Aldrovandi (tre anni e sei mesi per i poliziotti Enzo Pontani, Monica Segatto, Luca Pollastri e Paolo Forlani) e sta procedendo. Anche se si sentono critiche rispetto alle condanne, all’entità delle pene, le rare volte in cui si arriva a sentenza, io le ritengo un monito. Fino al 2009, una sentenza di condanna del genere era impensabile.

Guardate agli imputati del nostro processo: sono cinque carabinieri che per anni se ne sono stati tranquilli, hanno consentito che altri venissero processati al posto loro, sono venuti in aula al primo processo, si sono seduti, e dopo aver girato hanno testimoniato dichiarando il falso. Probabilmente pensavano di averla fatta franca.

Leggi anche:
Amnesty International: i diritti umani nel Rapporto 2017

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