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Birmania: etnia Karen vittima di una guerra silenziosa

Reportage da Mae Sot, città al confine tra Thailandia e Birmania dove centinaia di migliaia di profughi passano per scappare da una guerra che dura ormai da 70 anni. Rohingya, Karen, Kachin, Shan: sono tante le minoranze che i militari di Aung San Suu Kyi continuano a perseguitare

da Mae Sot (Thailandia)

Il sole brucia la pelle quando alle dieci del mattino a bordo di un songthaew – uno dei tipici mezzi di trasporto locali – si arriva all’orfanotrofio Hsa Thoo Lei di Mae Sot, una città di confine tra Thailandia e Birmania, conosciuta alla cronaca soprattutto come spartiacque per centinaia di migliaia di profughi costretti a scappare dalla guerra infinita che attanaglia le numerose popolazioni presenti nel Paese guidato da Aung San Suu Kyi.

La struttura attualmente ospita un centinaio di bambini e offre istruzione a ottocento ragazzi, quasi tutti di etnia Karen. «Il regime che ha controllato la Birmania per oltre mezzo secolo ha creato una situazione insostenibile per il mio popolo», spiega la direttrice della scuola Naw Paw Ray, mentre i giovani fanno lezione. «I Karen sono stati obbligati a combattere per sopravvivere e soprattutto donne e bambini sono stati costretti a fuggire qui in Thailandia».

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Foto: Fabio Polese

Birmania: Karen vittime di violenza da 70 anni

Originari della Mongolia e del Tibet, i Karen sono arrivati nelle zone della Birmania Orientale, vicino all’estuario dei fiumi Irrawaddy e Salween, dopo una lunga migrazione nel 730 a.C.. Dal 1949, un anno dopo l’indipendenza dall’impero britannico, imbracciano le armi per richiedere la propria autonomia e la salvaguardia delle proprie tradizioni.

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Lo fanno a ragion veduta: Aung San, il presidente del Paese di allora e padre della Suu Kyi, aveva concordato con i capi delle più grandi etnie che vivono nel Paese, attraverso il Trattato di Planglong, la possibilità di scegliere il proprio destino politico e sociale. Ma dopo l’uccisione di Aung San il potere è passato al generale Ne Win e alla sua sanguinosa dittatura militare, che ha annullato l’accordo e ha iniziato sistematiche violenze.

Una guerra per le risorse naturali dell’etnia Karen

Le violenze sono in atto ancora oggi. La motivazione è soprattutto economica. I generali al potere in questi anni, infatti, hanno tentato in tutti i modi di annientare ogni specificità, interessandosi molto di più alle ricche risorse naturali – legname, gas, pietre preziose, oro – che le zone abitate dalle etnie offrono.

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«Vogliono impadronirsi del nostro territorio e dei nostri beni. Per far questo, oggi come nel passato, i militari continuano a commettere violazioni dei diritti umani, bloccando qualsiasi progresso verso la pace», sostiene Hsa Moo, uno dei leader del Karen Environmental and Social Action Network (Kesan), un’associazione che tutela l’ambiente e i diritti degli indigeni.

Mezzo milione di sfollati costretti ad andare dalla Birmania alla Thailandia

In questi 70 anni di guerra si contano almeno 500 mila sfollati interni e oltre 130 mila sono scappati in Thailandia, dove hanno trovato rifugio nei campi profughi, costretti a vivere in condizioni di estremo disagio. E malgrado la situazione sarebbe dovuta cambiare con  la vittoria alle elezioni del 2015 del National League for Democracy (Nld) guidato da Aung San Suu Kyi, nei territori abitati dai Karen la situazione è sempre la stessa.

Pesanti attacchi delle truppe governative, infatti, sono in atto in diverse zone della regione e solo negli ultimi mesi hanno costretto altre 5 mila persone ad abbandonare le proprie case.

Rohingya, Karen, Kachin, Shan: l’Onu denuncia «violenze sistematiche contro i civili»

L’ultimo rapporto delle Nazioni Unite, pubblicato a fine agosto, parla di violenze sistematiche contro civili, donne e bambini. Il documento, più di 400 pagine, redatto dopo quindici mesi di indagini e quasi 900 interviste, analizza la situazione completa in Birmania, compresi i Karen, i Kachin, gli Shan e i più conosciuti Rohingya, la popolazione musulmana considerata dall’Onu la più perseguitata al mondo.

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Foto: Fabio Polese

«Durante le operazioni delle truppe birmane sono state commesse numerose violenze sessuali, come parte di una strategia deliberata per intimidire, terrorizzare e punire una popolazione civile e sono state commesse come una precisa come tattica di guerra», ha spiegato Marzuki Darusman, presidente della missione dell’Onu.

Birmania: minoranza Karen tra guerra e istruzione

«Quando abbiamo aperto Hsa Thoo Lei nel 1999 avevamo solo ventidue studenti e una sola maestra. Ora siamo cresciuti molto, anche grazie alle numerose associazioni umanitarie che ci aiutano costantemente», dice Naw Paw Ray mentre mi fa vedere la struttura. I bambini hanno finito le lezioni. È ora di pranzo. Alcuni lo hanno già nello zaino, si mettono all’ombra e iniziano a mangiare. Altri, in fila, aspettano il loro turno per prendere riso e pollo.

«Dopo la scuola e dopo aver mangiato, i ragazzi si riposano un po’, poi abbiamo diverse attività, che vanno dallo sport allo studio di altre lingue. L’istruzione è importante per dare un futuro al nostro popolo», ribadisce la direttrice.

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Foto: Fabio Polese

Poco dopo, indica alcuni bambini che sorridono. «I Karen sorridono sempre, anche nei momenti più difficili. Sono sicura che torneremo presto a sorridere nella nostra terra», dice prima di andarsene.

Intanto, però, a pochi chilometri dall’orfanotrofio, la guerra continua nel silenzio assordante del mondo e, soprattutto, nel silenzio di Aung San Suu Kyi, il premio Nobel per la Pace che avrebbe dovuto cambiare il Paese asiatico. Ma che, invece, sta rimanendo immobile davanti ai crimini dell’esercito birmano.

Cartina Birmania: mappa del Paese, capitale Naypyidaw (Yangon, o Rangoon, è la ex capitale)

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