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Bambini in carcere: con la mamma, ma sempre dietro le sbarre

Dopo quello che è successo a Rebibbia si torna a parlare dei bambini in carcere. Una situazione limite, in cui figli innocenti sono costretti a vivere dietro le sbarre per restare con le madri detenute. In alcuni casi fino a tre anni, in altri fino ai 6 anni d'età. Ecco qual è la realtà oggi nelle prigioni italiane

Una bambina di pochi mesi è morta. Per suo fratello, neanche due anni, è stata dichiarata la “morte cerebrale“. La madre 34enne, origini americane e passaporto tedesco, è in carcere. Ora è sola, ma il portone di Rebibbia l’aveva varcato la primavera scorsa con i due figli e una pena da scontare per concorso in spaccio di stupefacenti. Da ieri l’accusa è cambiata: duplice omicidio. E la magistratura cerca il padre dei piccoli per il consenso all’espianto degli organi del maschietto.

Innocenti dietro le sbarre: i bambini in carcere

Ci voleva questo delitto per portare l’attenzione di media e gente comune sulla vita dei bambini in carcere. È la madre che può chiedere di portarli con sé, qualora abbiano meno di tre anni. Spesso non ci sono familiari disposti ad accoglierli, in altri casi è la mamma che non se ne vuole separare.

Colpevoli di nulla, questi bambini trascorrono i primi anni della loro vita tra le mura di un penitenziario, in una particolare sezione che poi di particolare ha ben poco rispetto al classico carcere. Dove il passaggio tra il giorno e la notte è scandito dal fragore delle chiavi di ferro che aprono e chiudono le celle. Dove ci sono solo donne e i maschi sono agenti in divisa che ogni tanto si vedono da lontano. Dove tante volte le stesse mamme soffrono di gravi disturbi o arrivano da situazioni di disagio e disperazione estreme.

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Bambini in carcere fino a tre anni

Al compimento del terzo anno i piccoli devono affrontare il più grosso dei traumi, il distacco dalla madre e dall’ambiente, l’unico, in cui hanno sempre vissuto. Per entrare in una vita “normale” per i comuni mortali, ma anormale per loro, cresciuti in prigione.

bambini in carcere
Foto tratta dalla mostra “Che ci faccio io qui? – I bambini nelle carceri italiane”

Racconta il fotografo Luigi Gariglio, anche sociologo all’Università di Torino, che da tempo indaga sulla vita in carcere:

«Mi ricordo ancora le urla strazianti di una donna a San Vittore. L’hanno convocata gli agenti con un pretesto e le hanno portato via il bambino che aveva compiuto tre anni».

Gariglio, con altri fotografi ha realizzato qualche anno fa una mostra dal titolo “Che ci faccio io qui? – I bambini nelle carceri italiane“. In questi giorni il lavoro è esposto al Crvg di Torino (da cui provengono tutte le foto pubblicate in questo articolo) ed è stato lo spunto per riflettere su come affrontare la situazione.

Sempre Gariglio, che il carcere lo frequenta da 28 anni, ricorda di un bambino figlio di rom italiani che a poco meno di tre anni conosceva solo poche espressioni: «”Chiudi il blindo” per lui era chiudere la porta, e i maschi erano tutti “agenti”».

Madri detenute e figli: Chiara dagli occhi tristi

Non è facile parlare con donne che abbiano vissuto l’esperienza del carcere con i figli. Innanzitutto, una volta uscite tendono a scomparire, altre restano dentro mentre i bambini cominciano a vivere in comunità, case famiglia o affido. Moltissime non parlano italiano.

Chiara (nome di fantasia) oggi ha 35 anni e una vita è riuscita a ricostruirsela solo in parte. Ha lo sguardo triste e fiero, un passato da dimenticare e una quotidianità faticosa, fatta di turni in un supermercato dell’hinterland di una grande città italiana.

bambini in carcere
Foto tratta dalla mostra “Che ci faccio io qui? – I bambini nelle carceri italiane”

Era tossicodipendente con una bambina di pochi mesi quando ha tentato di rapinare una farmacia. E in casa le hanno trovato droga, troppa per essere destinata all’uso personale. Chiara non aveva né un uomo né una famiglia disposta a occuparsi della piccola, solo una nonna grazie alla cui piccola eredità, fatta di un monolocale e poche migliaia di euro, ha potuto ricominciare una nuova vita.

Non parla volentieri dell’esperienza, soprattutto ha paura di essere riconosciuta, che a scuola si venga a sapere dove sua figlia ha trascorso i primi tre anni.

Bambini dietro le sbarre: «Il carcere è disumano»

«La bambina in carcere ha cominciato a camminare attaccandosi alle sbarre. A tre anni l’hanno mandata a vivere con un’altra famiglia. Per lei è stata la salvezza, per me un dolore e un vuoto immensi».

Chiara è rimasta in carcere altri due anni, poi è uscita. La piccola è tornata con lei, ha cominciato le elementari.

«Spesso in prigione l’ambiente diventa insopportabile, i bambini sono piccoli e non conoscono il fuori, ma è difficile mantenere armonia tra le donne. Mi ricordo di un bambino che piangeva tutta la notte, aveva paura delle sbarre, del rumore che facevano quando dopo cena tutte rientravamo nelle nostre celle che venivano chiuse a chiave. Sua madre non stava bene, era come se lui non esistesse».

Se le chiedi un parere sul carcere-nido, Chiara si ferma. «Non saprei», poi ci ripensa. «Il carcere no, li è disumano. Però ho conosciuto un’assistente sociale che andava all’Icam. Io credo che li sia molto meglio. Non è giusto che i bambini paghino così».

Bambini in carcere con le madri fino a 6 anni: bambini senza sbarre

Diversa è la realtà degli Istituti a custodia attenuata per detenute madri (Icam), purtroppo pochissimi in Italia, solo cinque (Milano San Vittore, Venezia Giudecca, Cagliari, Lauro e Torino). Si tratta di appartamenti che ospitano mamme con bambini fino a sei anni, nati in seguito alla riforma della legge 62 del 2011.

A differenza del carcere, qui i piccoli vengono presi da volontari alla mattina e portati a scuola. Non ci sono sbarre né divise, ma orari e ritmi rigidi da rispettare.

I piccoli rientrano nel pomeriggio. Si tratta pur sempre di una convivenza forzata tra donne e bambini, sicuramente molto più umana rispetto a quella delle carceri-nido.

Pochi Icam per madri e bambini in carcere: il caso Rebibbia

A fine agosto in Italia le detenute madri erano 52 (di cui 27 italiane e 25 straniere) con 62 bambini al seguito (33 italiani e 29 stranieri). Troppo pochi gli attuali Icam.

Succede quindi che in attesa che si liberino dei posti, le madri che scelgono di restare coi figli debbano comunque passare dal carcere-nido, come quello di Rebibbia, dove la donna ha lanciato dalle scale i suoi figli.

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Foto tratta dalla mostra “Che ci faccio io qui? – I bambini nelle carceri italiane”

Il fotografo Gariglio ha visitato anche queste strutture: «Sicuramente sono più accoglienti del carcere, anche se quelli che ho visto sembrano più appartamenti destinati a studenti di design che case rifugio per donne abituate a vivere in realtà totalmente diverse, come campi rom o strade».

Una volontaria racconta invece che «tante volte, quando li riportiamo a “casa”, si mettono a piangere perché vogliono restare con noi. A 4/5 anni cominciano a capire che la loro vita non è uguale a quella dei bambini che incontrano all’asilo».

Figli di carcerati: alla ricerca di soluzioni dignitose

Bruno Mellano, garante delle persone sottoposte a misure restrittive della Regione Piemonte, da sempre si batte per migliorare le condizioni di queste famiglie atipiche e per sensibilizzare pubblico e politica: «L’argomento è assolutamente bipartisan, non ha colore e neanche partito. Però i soldi non si trovano. Ogni regione dovrebbe creare case Icam, ma i fondi non arrivano mai».

Nel 2007 Clemente Mastella partecipò a un convegno dal titolo “Che ci faccio io qui? Perché nessun bambino varchi più la soglia del carcere”. Nel 2009 Angelino Alfano dichiarò: «Un bambino non può stare in cella». Poi parlò Paola Severino: «In un paese moderno è necessario offrire ai bambini, figli di detenute, un luogo dignitoso di crescita che non ne faccia dei reclusi senza esserlo».

L’anno dopo, in Via Arenula, Maria Cancellieri garantì: «Stiamo lavorando perché vogliamo far sì che non ci siano mai più bambini in carcere». L’ultimo ministro ad esprimersi sul tema fu Andrea Orlando: «Entro la fine dell’anno nessun bambino sarà più detenuto. Sarà la fine di questa vergogna contro il senso di umanità».

Oggi ci sono due bambini morti. Tutti ne parlano.

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