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Rotta balcanica: storia di Massoud, in viaggio dall’Iraq all’Italia

Un padre di famiglia del Kurdistano iracheno racconta la sua odissea per la rotta balcanica dei migranti. Un viaggio di 9 mesi, durante i quali ha attraversato con moglie e figli Turchia, Bulgaria, Serbia, Bosnia e Croazia, per arrivare in Italia nel luglio 2018. Oggi vive a Trieste, ma le violenze subite, soprattutto dalla figlia in Croazia, continuano a ricordare la drammatica vicenda

Massoud (nome di fantasia), sua moglie e i loro quattro figli sono partiti da Sulaymaniyya, Kurdistan iracheno, il 23 settembre del 2017. Due giorni dopo, la città ha votato a favore dell’indipendenza della regione dal governo di Baghdad.

Una decisione che ha fatto ripiombare l’area in una nuova guerra tra Peshmerga, i combattenti dell’esercito curdo della Regione autonoma del Kurdistan, e l’esercito iracheno mandato da Baghdad. Una settimana dopo la partenza di Massoud, il primo ministro iracheno Haider al-Abadi ha bloccato i voli internazionali dagli aeroporti della regione.

«Si sentiva che eravamo in pericolo. Dovevo andarmene», racconta Massoud.

È seduto in un bar in zona piazzale Loreto, a Milano, cinque ore prima di prendere quello che spera essere l’ultimo treno della sua lunga odissea. Quello che lo porterà, finalmente, in un centro d’accoglienza di Trieste.

«Ti devo raccontare una cosa»: ecco cos’è la rotta balcanica nelle parole di Massoud

Appena arrivato a Milano – aveva avuto notizie che in città c’erano persone disposte ad aiutarlo – ha subito chiesto a volontari e volontarie che dal 2014 aiutano i migranti che passano dalla città che avrebbe voluto parlare con un giornalista. Non aveva ancora specificato il motivo, anche se la volontaria italiana che lo ha aiutato aveva ormai intuito che fosse successo qualcosa alla figlia lungo la rotta. «Il mio inglese non va bene, ma devo dirti che cosa è successo in Croazia», dice mentre beve un succo d’arancia.rotta balcanica

Foto dei vestiti della figlia di Massoud, dopo essere stata colpita in Croazia. Foto di Massoud

Verificare tutte le informazioni che fornisce Massoud è difficile, ma molte sembrano quantomeno credibili. Ci sono dei dettagli temporali che non combaciano, ma spesso l’uomo si ricorda con precisione i nomi dei posti da cui è passato.

Capelli sale e pepe, due occhi neri acquosi e profondi, un passaporto che recita alla data di nascita il 1971. Sul tavolo squaderna la convocazione della questura di Trieste, mentre in mano fa scorrere le immagini del telefono. Alla fine sono 36 i file che condivide.

Vuole raccontare che cosa significa attraversare la rotta balcanica oggi, quando il trattato Europa-Turchia dovrebbe, teoricamente, aver sigillato le frontiere. E vuole raccontare che cosa ha subito sua figlia di 12 anni una volta varcati i confini dell’Unione europea.

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newsletter osservatorio dirittiDalla Turchia alla Bulgaria in auto: la rotta balcanica dei migranti non è chiusa

Cominciamo dal giorno della partenza. Massoud ormai percepiva da tempo la tensione crescente in vista del referendum del 25 settembre 2017. Così aveva iniziato a chiedere attraverso conoscenti come fare a scappare. Ha saputo che con 150 euro poteva ottenere un visto falso, con cui partire in aereo, direzione Istanbul. Appena ottenuti questi documenti, si è lasciato tutto alle spalle, portandosi via tutti i soldi che è riuscito a prendere.

Mappa della rotta balcanica percorsa da Massoud

A Istanbul ci resta il tempo necessario per raggiungere il confine. Aveva un contatto con un trafficante afghano, a cui dà in tutto 8 mila euro per poter raggiungere Sofia, la capitale della Bulgaria. Fanno il viaggio in macchina. Sul modo in cui attraversano i confini, Massoud glissa. Si sofferma, invece, sul modo in cui trattano lui e la sua famiglia.

Appena arrivato, racconta, lo portano in questura una notte. Lo lasciano andare il giorno dopo. «Non c’erano veri campi per profughi», racconta. Ci passa un mese, vicino a Sofia, in una sorta di baraccopoli, a quanto racconta. «La Bulgaria, male», sintetizza.

Tra Serbia e Bosnia: il cuore della rotta balcanica

A Sofia trova un nuovo trafficante, sempre afghano, che per 1.500 euro a persona gli fa oltrepassare il confine. Arrivano a Belgrado, dove stanno in un centro fuori dalla città: «L’Unhcr (l’Alto commissariato Onu per i rifugiati, ndr) ci ha trattato bene, sia lì, sia in Bosnia», dice.

Probabile che in Serbia Massoud si sia messo anche a lavorare, ovviamente fuori legge. Non lo dice apertamente, ma lascia intendere che gli servivano troppi soldi per poter proseguire il viaggio e che voleva raggiungere l’Europa.

Quel confine, tra Serbia e Bosnia, lo attraversano a piedi, cercando di orientarsi con Google Maps. Questa volta vengono accolti in un centro, dove passano ancora qualche settimana.

Video di Al Jazeera Balkans sul luogo della sparatoria contro il furgone dove era a bordo la famiglia di Massour

Al confine con la Croazia insieme ad altri profughi, la sparatoria, il dramma della famiglia di Massoud

Il dramma Massoud e la famiglia lo vivono quando prendono l’ultimo mezzo per raggiungere l’Europa. È un furgoncino bianco, con targa austriaca. A bordo salgono in 29 persone, di cui 15 minori. Il racconto di Massoud replica esattamente quanto pubblicato sui media locali e su Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa il 1° giugno: un furgone ha forzato due posti di blocco a Donij Srb (lui ricorda solo il nome Srb), appena al di là del confine tra Bosnia Erzegovina e Croazia.

La polizia gli spara addosso per fermarlo, ferendo un ragazzino afghano e una ragazzina irachena, entrambi di 12 anni. «È mia figlia», dice Massoud. Mostra le foto dei medicamenti che le hanno fatto in Croazia, all’ospedale di Zara.

Le foto non mostrano solo ferite da arma da fuoco. Ce ne sono alcune che sembrano provocate da un’arma da taglio, anche a quanto riferiscono i volontari che hanno incontrato per primi Massoud e la famiglia quando dormivano in strada, alla stazione Centrale di Milano.

Massoud sostiene che le ferite siano state provocate da proiettili e dalle percosse subite dai migranti quando la polizia ha spalancato le porte del furgoncino.

La foto delle ferite riportate dalla figlia

rotta balcanica

L’ultimo tratto della rotta balcanica

Per 14 giorni Massoud veglia la figlia in ospedale, per fortuna mai in pericolo di vita. Quando le bende sembrano tenere abbastanza, riprova a raggiungere l’Italia. Per due volte, racconta, i soldati sloveni lo respingono al confine.

In questa fase del racconto, Massoud non sa collocarsi nello spazio, non ricorda nemmeno i nomi dei luoghi. Ricorda solo che al terzo tentativo, quando ormai luglio è già cominciato da qualche giorno, trova il modo di attraversare il confine e arrivare in Italia, in macchina.

Il passeur abbandona lui e il resto della famiglia sul ciglio della strada, poco oltre il confine. Massoud non sa dove andare, né come muoversi, finché non incontra un altro migrante che gli consiglia Milano. L’ultimo che lo porta lungo l’Italia è un uomo romeno, che si fa pagare 8 mila euro.

La paura di tornare in Croazia

Perché Massoud ha raccontato questa storia?

«Non voglio che mi riportino in Croazia: ho lasciato le impronte lì, mi hanno minacciato. Doveva essere Unione europea, è stata il posto peggiore di tutti», dice.

L’espressione è sempre la stessa: gli occhi che guardano dritti, senza cedimenti, troppo impegnato nel cercare di farsi capire per emozionarsi.

Qualche giorno dopo, via WhatsApp, scrive di essere a Trieste e che ormai sembra che sia destinato a restare lì. O almeno, questa è la sua speranza.

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