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Lgbt: Tunisia, nuova mossa contro il reato di omosessualità

La Tunisia potrebbe fare presto un passo in avanti importante in materia di diritti Lgbt e omofobia. Nel paese africano, infatti, la Commissione per le libertà individuali ha proposto l'abrogazione del reato di omosessualità. Anche se non tutti sono così ottimisti sull'esito di questa proposta

L’abrogazione del’art. 230 del codice penale che discrimina gli omosessuali è stato inserito nel rapporto della Commissione per le libertà individuali e della legalità che sarà messo in discussione in Parlamento entro agosto.

Lbgt: in Tunisia l’omosessualità è un reato

La Tunisia è uno dei 70 Paesi nel mondo dove l’omosessualità è ancora un reato. L’articolo 230 del codice penale, infatti, prevede la reclusione fino a 3 anni di carcere. Una legge che criminalizza e discrimina gli omossessuali, in contraddizione con i principi fondamentali della stessa costituzione tunisina del 2014. Principi scanditi e conquistati con la rivoluzione dei gelsomini del 2011.

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Foto: pagina Facebook associazione Shams

La costituzione garantisce infatti la non-discriminazione, il rispetto e la dignità della persona e della sua integrità fisica, morale e della sua vita privata.

«La libertà di espressione oggi in Tunisia è garantita, ma non sono garantiti i diritti delle minoranze», dice Mounir Baatur, presidente dell’associazione Shams, che dal 2015 lotta per i diritti Lgbt nel Paese.

Secondo l’Associazione, ci sono stati 71 casi di persone arrestate nel 2017.

Storia di Ayub: discriminato e condannato perché è gay

Tra le storie di discriminazione avvenute nel nel Paese africano c’è quella di Ayub, 18 anni, gay. La sua famiglia ha scoperto che aveva una relazione con un ragazzo e, dopo averlo picchiato, lo ha denunciato alle autorità perché omosessuale. Il giudice ha richiesto il test anale ed è stato condannato a 1 mese e mezzo da trascorrere in un centro di recupero, dove psicologi e psichiatri hanno cercato di fargli cambiare le sue attitudini sessuali.

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newsletter osservatorio dirittiAyub ora vive a Tunisi a casa di un’amica, la sua famiglia non lo accetta e l’ha accusato di aver portato la vergogna. Da quando è libero, nel suo quartiere ha già subito diverse intimidazioni e aggressioni verbali. «Spero di andarmene via da questo Paese al più presto possibile perché così non posso vivere», ha detto.

Diritti Lgbt: la lotta per l’abolizione del test anale

Uno delle lotte portate avanti dell’associazione Shams è l’abolizione del test anale:

«Il test anale è una tortura. Che l’esecuzione dello stesso sia richiesta da un giudice è ancora più grave! Un giudice dovrebbe tutelare l’integrità fisica della persona. Questa pratica è una violazione sia fisica sia morale – ribadisce Mounir Baatour – oltre ad essere assolutamente inutile perché, secondo i medici che abbiamo contattato non può in nessun caso dimostrare l’omosessualità».

Medici contro test anale: lede dignità della persona

Pratica messa al bando anche dal consiglio dell’Ordine nazionale dei medici tunisini, che ha condannano questi esami, che toccano la dignità e l’integrità fisica e mentale delle persone.

«L’Ordine dei medici considera la pratica di una visita genitale o anale per verificare o confermare la natura delle pratiche sessuali di una persona senza il suo libero e informato consenso come un affronto alla sua dignità e invita i medici richiesti a informare le persone, che devono sottoporsi all’esame, del loro diritto di rifiutare tale visita».

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Foto: pagina Facebook associazione Shams

Human Rights Watch inserisce la Tunisia tra i paesi in cui l’ong ha documentato l’uso di esami anali forzati negli ultimi sei anni. Secondo Neela Ghoshal, esperta in diritti per l’organizzazione, «i medici tunisini hanno compiuto un passo coraggioso nell’opporsi all’uso di questi esami tortuosi. Per garantire che i test anali forzati in Tunisia si concludano una volta per tutte, la polizia dovrebbe smettere di ordinare gli esami e i tribunali dovrebbero rifiutare di ammettere i risultati nelle prove».

La Commissione per le libertà individuali

La Commissione per le libertà individuali e della legalità (Colibe) è una commissione presidenziale composta da legislatori, professori e difensori dei diritti umani.

Bochra Belhaj Hmida, il presidente e membro del Parlamento tunisino, ha dichiarato che «la principale indicazione relativamente ai diritti degli omosessuali inserita nel rapporto, che riguarda non solo i diritti Lgbt, è l’abrogazione pura e semplice dell’art. 230 del codice penale».

Nel rapporto finale si legge infatti anche l’abolizione della pena di morte, l’attribuzione di maggiori diritti alle donne e lo smantellamento della cittadinanza patrilineare e dell’eredità. Il Rapporto è stato presentato al Presidente della Repubblica che dovrebbe esprimersi in merito entro il 13 agosto.

Ad essere poco ottimista, invece, è Mounir Baatour, secondo il quale il Presidente non porterà l’abrogazione della legge in discussione in Parlamento.

«Non cambierà niente. Noi combattiamo da soli contro tutti, solo una parte della società civile ci supporta e sono prevalentemente intellettuali e artisti. Gli islamisti sono tutti contro di noi!»

Rispetto allo scorso anno i casi di arresti sono diminuiti, ci racconta Mounir, «ma ogni giorno ci sono sempre nuovi casi. La società tunisina rimane prevalentemente una società omofoba».

Ai numerosi casi di violenze da parte della polizia su ragazzi gay, si sommano anche una serie di ricadute a livello sociale sulle vittime. Come il rifiuto delle famiglie ad accettare l’omosessualità dei figli che sfocia spesso in violenza e la perdita del posto di lavoro.

Essere omosessuale in Tunisia: condannato due volte

Ramy ha 24 anni e ha trascorso 8 mesi in carcere. È stato arrestato perché con un amico indossava vestiti “femminili” e poi condannato perché essere omosessuale in Tunisia è reato.

«La mia storia? Semplice – commenta Ramy – sono un omosessuale che vive in Tunisia, un paese che non ci riconosce alcun diritto e che considera l’omosessualità un crimine. La mia famiglia mi ha abbandonato, per loro io sono un pervertito, un maledetto. Non riesco nemmeno a camminare per la strada che i vicini di casa e miei amici d’infanzia mi molestano e mi insultano. Anche la polizia mi ha molestato. Sono stato giudicato due volte! Quando stavo in prigione lo stesso. Per loro un omosessuale è il demonio

Ramy è stato minacciato più volte, soprattutto di recente dopo che, insieme al suo compagno, ha celebrato un piccolo matrimonio simbolico e rischia nuovamente il carcere. «La mia vita in Tunisia è l’inferno. Non posso più vivere in questo Paese».

Film e prima radio Lgbt del mondo arabo

Nonostante il clima discriminatorio, gli omosessuali, grazie all’attività delle associazioni Shams e All Out, sono riusciti a ritagliarsi alcuni spazi di dibattito pubblico e nei media.

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Foto: pagina Facebook associazione Shams

A gennaio 2018 si è svolto il Mawjoudin Queer Film Festival, il primo Festival cinematografico Lgbt della Tunisia e del Maghreb.

A Dicembre 2017 è nata in Tunisia “Shams Rad”,  la prima radio Lgbt del mondo arabo. L’emittente nasce con l’obiettivo di difendere i diritti delle minoranze sessuali e sensibilizzare il popolo tunisino, i cittadini e il governo in difesa delle libertà individuali.

Bouhdid Belhedi, direttore e fondatore della radio, ha ricevuto diverse minacce e insulti ed è stato aggredito da un gruppo di estremisti islamici fuori casa a Tunisi. Picchiato proprio sotto gli occhi di un poliziotto.

L’appello: «Basta disuguaglianza contro omosessuali»

In questo clima Mounir Baatour tiene a lanciare un appello al Presidente della Repubblica tunisino, Beji Caid Essebi, proprio dal sito di Osservatorio Diritti:

«Mi appello al Presidente della Repubblica affinché abbia il coraggio e la volontà politica di porre fine all’ingiustizia e alla disuguaglianza di cui soffrono gli omosessuali in Tunisia»

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