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Haiti: machete e violenza folle da Port-au-Prince alle campagne

Dalla capitale Port-au-Prince, al mare, ai villaggi: ad Haiti scoppia la violenza tra la popolazione dopo l'aumento del prezzo della benzina stabilito (e poi ritirato) durante i Mondiali di calcio. Proteste forse pilotate, costate già il posto al primo ministro. Ecco video e foto che Osservatorio Diritti ha ricevuto in esclusiva da Haiti. E sullo sfondo riappare l'ex dittatore-presidente Aristide

Gli eventi del primo venerdì di luglio ad Haiti hanno dato uno scossone all’isola caraibica. E sono già costati il posto al primo ministro Jack Guy Lafontant, che si è dimesso sabato scorso prima di essere ascoltato dal Parlamento proprio sugli ultimi avvenimenti. Ma andiamo con ordine.

Venerdì 6 luglio Haiti si ferma alle due del pomeriggio, ora locale. Le poche case e i luoghi pubblici che possono permettersi il lusso di una televisione sono gremiti di tifosi maschi. L’evento è epocale: Brasile contro Belgio. Mondiali. Inutile dire per chi tifa Haiti, certa che il Brasile passi il turno, pronta a trascorrere una notte di festa e giusta follia.

Il calcio distrae Haiti. E il governo ne approfitta

Proprio in quelle ore, quando la popolazione è distratta dal pallone, e mentre la partita del cuore prende una piega amara, sui social comincia a circolare la notizia di una decisione presa dal governo: «Da domenica la benzina costerà il 38% in più, il diesel 47% e il kerosene 51%». È arrivato il momento di rispettare gli accordi presi con il Fondo monetario internazionale.

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Port-au-Prince, Haiti

Carbone e kerosene sono per gli haitiani dei ceti bassi l’unica fonte di energia domestica, tra l’altro il solo sistema per cucinare, essendo il gas appannaggio dei più abbienti. I trasporti pubblici, anche nella capitale Port-au-Prince, non esistono. Si va al lavoro con i tap tap, camionette colorate facenti funzione di autobus.

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Tradotto in soldoni, l’aumento del costo della benzina significa per un lavoratore medio che non possiede un’auto propria passare da un biglietto che vale 5 gourdes (circa 10 centesimi di euro), a uno da 30 (50 centesimi). Un’enormità, se si calcola che il guadagno medio della popolazione non supera i 2 euro al giorno.

La popolazione protesta nella capitale Port-au-Prince, lungo il mare e nelle campagne di Haiti

Tempo qualche ora e si scatena l’inferno. Il fatto inusuale è che le proteste non si limitano alle città, ma come un fiume in piena travolgono tutto il paese. Arrivano nelle campagne, sulle spiagge, coinvolgono tutti.

Probabilmente la vittoria della squadra del cuore avrebbe mitigato il colpo, innescato la gioia e distolto l’attenzione dal fatto che la nuova normativa sarebbe entrata in vigore dalla mezzanotte del giorno dopo, sabato. Ma la gente, già furente per la sconfitta calcistica, si riversa in strada. Chi armato di bottiglie di birra, ed è il meno; chi armato di pistole, lanciafiamme e pneumatici per costruire barricate incendiarie.

Violenza ad Haiti: machete e persone arse vive

Gli pneumatici bruciano, le pallottole fischiano nell’aria. Un poliziotto viene arso vivo e trascinato nella folla. Corpi senza vita si accasciano a terra abbattuti dai machete.

Comincia anche il saccheggio. Supermercati e negozi sono presi d’assalto. Verso sera la situazione già incandescente esplode.

Tutti scendono in strada a erigere barricate, tegole, cartelloni stradali e pubblicitari, pali della luce vengono scardinati e oltre alle pallottole cominciano a volare le pietre. Lo scenario diventa infernale, le fiamme divampano e le forze pubbliche si nascondono.

Solo sabato, 24 ore dopo, la Polizia nazionale (Pnh) affronta la strada. E il decreto viene sospeso.

Altro che turismo: voli cancellati e sciacalli ad Haiti

Nel frattempo vengono bloccati tutti i voli in partenza e arrivo. Air France, Delta, American Airlines cancellano i voli.

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Port-au-Prince, Haiti

Gli sciacalli distruggono vetrine, incendiano stazioni di servizio e improvvisano dazi per far passare gli abitanti da un paese all’altro. Tutte le connessioni internet e telefoniche saltano e il rumore degli spari diventa la colonna sonora di un paese in rivolta.

Dove si trova la verità? I dubbi sulle proteste

A una settimana dagli scontri non è ancora possibile avere un bilancio dei morti chiaro. Mentre sembra più chiaro quel che è accaduto sulle strade. Come ci racconta Janusz Gawronski, imprenditore, giornalista e volontario che sull’isola ha fondato la onlus Gasmuha:

 «Sin da subito hanno iniziato a circolare video raccapriccianti, socialmente eccitanti, di banche, commissariati, centri commerciali in fiamme. La lettura obbligatoria è: i poveri si ribellano all’ennesima ingiustizia. Non è una lettura sbagliata, ma è fortemente incompleta».

Continua Gawronsky: «Venerdì pomeriggio, non appena iniziano le barricate, a 300 metri dalla terza ambasciata americana più grande del mondo, una milizia privata armata fino ai denti si presenta ai cancelli di Msc Plus, il più grande fornitore di materiali edili del paese, disarma la sicurezza, dà fuoco e distrugge l’immenso negozio. Scena due. Altrove, tre centri commerciali del gruppo DeliMart sono saccheggiati integralmente, il più grosso è dato alle fiamme, così come sono date alle fiamme grandi concessionarie automobilistiche. Che hanno in comune questi obiettivi? Fanno capo ad alcune famiglie, ben precise, una fra tutte: quella guidata dal magnate Reginald Boulos».

Insomma, secondo Gawronski non si sarebbe trattato esattamente di un moto spontaneo della popolazione. «Se il furore delle barricate è cieco, non altrettanto si può dire della regia che ha alimentato e indirizzato la rabbia popolare su obiettivi precisi, ferendo gravemente o azzerando tout court più di una azienda di interesse nazionale. Della milizia privata che ha devastato Msc Plus, tutto si può dire fuorché che rispondesse alla descrizione di popolo inferocito. Era gente inviata su commissione. Quel pomeriggio non c’è stata improvvisazione».

Haiti: storia del successo del presidente Jovenel Moise

Il fondatore della onlus Gasmuha ricostruisce così la parabola del presidente Jovel Moise: «Non è un politico, non aveva mai fatto politica, finché il suo predecessore, non potendo ricandidarsi, gli ha chiesto di correre sotto le sue bandiere per le presidenziali del 2016. In un breve arco di tempo, l’anti-retorica di Jovenel Moise, il candidato del precedente presidente-outsider, ha battuto la concorrenza. E l’establishment si è trovato surclassato da uno che non era dei loro».

Lo sconosciuto Moise, imprenditore agricolo, figlio di contadini, uomo considerato debole e pilotabile, si rivela più forte di quello che appare. E i primi 17 mesi della sua presidenza hanno colpito duro la decina di famiglie che ad Haiti controllano quasi tutto.

Dice ancora Gawronski: «Le strade più importanti della capitale e del paese sono state asfaltate» e «lo scandalo Oxfam è potuto esplodere, senza i precedenti insabbiamenti».

Moise, racconta l’uomo, ha controllato nomine, verificato appalti, spinto l’acceleratore su progetti essenziali per la gente semplice. «I risultati stavano arrivando. Persino nelle favelas, come nella disastrosa Corail, dove distribuire acqua nelle case è utopico, però almeno le fontanelle stavano arrivando, con appalti puliti, facendo lavorare imprenditori fin qui marginali che questo presidente ha cercato di includere nei grandi affari».

Haiti oggi e durante il terremoto: oligopolisti contro il presidente Moise

Secondo un’altra fonte che chiede l’anonimato, «l’azione efficace del governo per le masse ha fatto paura alle vecchie famiglie oligopoliste: le stesse che dopo il disastroso terremoto del 2010 hanno impedito alla cooperazione internazionale di costruire, gratuitamente per Haiti, una mega centrale elettrica, che avrebbe favorito un forte sviluppo, ma avrebbe terminato uno dei monopoli più redditizi in assoluto. Il problema oggi è un Moise che sta avendo successo. Con ogni mese di questo presidente i potenti di sempre, gli Aristide (ex presidente dittatore, ndr), sono svuotati di potenza economica e influenza politica».

La polizia ad Haiti e i ritardi negli interventi

Nei momenti concitati delle proteste, infine, si nota una strana coincidenza. Da una parte, infatti, si è visto come le forze dell’ordine siano intervenute con molto ritardo. Dall’altra, si può notare che giusto qualche settimana fa un decreto presidenziale aveva tolto al capo della polizia haitiana il potere di effettuare in autonomia alcune nomine, promozioni, di comminare autonomamente multe a chicchessia. Questi poteri, per la precisione, erano stati trasferiti a un organismo superiore, più vicino all’esecutivo.

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Port-au-Prince, Haiti

Ebbene, alla fine degli scontri il capo della polizia ha fatto sapere di aver avuto notizia troppo tardi sul decreto di rincaro dei carburanti, “via WhattsApp”. Sarà vero?

Secondo un analista locale che chiede di non essere citato, «se scorriamo la lista degli obiettivi più danneggiati scopriamo che la rabbia popolare ha colpito selettivamente concessionarie, banche, hotel, negozi e centri commerciali che fanno capo a famiglie che due anni fa hanno finanziato la campagna elettorale di Moise. Non era la prima volta che finanziavano con successo un candidato alla presidenza, niente era loro accaduto in passato. Perché questa volta sì?».

E continua: «I gruppi familiari più danneggiati rispondono alla seguente descrizione: haitiani, ma non neri, bensì libanesi, di seconda o terza generazione, non di decima; commercianti e imprenditori di successo, outsider rispetto alle vecchie famiglie; finanziatori di Moise».

Aristide ad Haiti oggi? Torna l’ombra del dittatore

Una fonte che chiede l’anonimato per timore di ritorsioni, dice che sull’isola circola la voce che Jean-Bertrand Aristide oggi si troverebbe di nuovo a Port-au-Prince, asserragliato nel suo campus bunker e ancora attivissimo dietro le quinte della politica locale. Il dittatore haitiano era stato deposto nel 2004 per la terza volta.

Insomma, il sospetto è che ci sia un burattinaio dietro ai disordini dei giorni. E che sia proprio l’ex dittatore, pronto a tornare al potere di un tempo.

Geografia: la mappa di Haiti e Repubblica Dominicana

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