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Messico: giornalisti e difensori dei diritti temono la protezione di Stato

Il Meccanismo per la protezione di giornalisti e persone che difendono i diritti umani in Messico è stato pensato per difendere queste persone quando sono in pericolo. Eppure le vittime di violenza e minacce escono in fretta da questi progetti per paura dello Stato messicano. La ong Fundar prova a capire cosa sta succedendo

da Città del Messico

Mentre il Paese si prepara alle imminenti elezioni del primo luglio, altri due giornalisti sono stati uccisi in Messico: Alicia Díaz González e Héctor González Antonio. E questa volta è arrivata anche la condanna ufficiale del relatore speciale per la Libertà di espressione della Commissione Interamericana dei Diritti Umani. Ma il risultato, ancora, non cambia: giornalisti uccisi dall’inizio dell’anno 6, reazione dello Stato messicano 0.

Il Meccanismo per proteggere giornalisti messicani

Eppure gli strumenti istituzionali per salvare delle vite ci sono già. Il Meccanismo per la protezione di giornalisti e persone che difendono i diritti umani, infatti, è stato creato proprio per fornire protezione attraverso scorte personali, “bottoni di panico”, vigilanza, fino ad arrivare al trasferimento in case rifugio segrete per i casi più a rischio.

Qualcosa, però, non sta funzionando. La maggior parte delle persone che chiede aiuto allo Stato attraverso questo strumento, infatti, finisce per rinunciarci. E così un centro di analisi e ricerca indipendente del Paese, la ong Fundar, ha deciso di dedicare tempo e risorse per capire cosa sta accadendo.

La geografia del terrore resta dentro i confini di Stato

«Non avevo paura che mi uccidessero, avevo paura che mi facessero scomparire e che nessuno sapesse più nulla di me. Sapevano dove vivevo, sapevano dove e come mi muovevo».

messico
Rosanna Reguillo – Foto tratta dal video dell’ong Fundar pubblicato in questa pagina

Rossana Reguillo è un’accademica nota a livello internazionale per le sue ricerche su cultura urbana, mezzi di informazione e violenza. Il 26 settembre 2015, in occasione della 17esima Azione globale per i 43 studenti scomparsi ad Ayotzinapa, è stata fra le più attive sul web a diffondere notizie. E informare è un rischio in Messico, anche se sei un’accademica. E così sono arrivate le prime minacce:

«¡Aquí te vamos a matar! (ti uccidiamo); ¡Aquí tenemos fotos de tu hijo! (abbiamo foto di tuo figlio)».

Rossana, per la prima volta nella sua vita, si è sentita sotto assedio. E ha deciso di chiedere di entrare nel Meccanismo di protezione. Ma, una volta dentro, si è sentita più vulnerabile che protetta. E alla fine è uscita, una volta capito che tutte le informazioni relative alla sua vita privata e lavorativa stavano finendo nelle mani delle persone che gestivano il Meccanismo.

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«Ho deciso di uscire dal Meccanismo quando ho scoperto che il “bottone di panico”, che in teoria dovevo accendere io per lanciare un allarme in caso di pericolo, in realtà poteva attivarsi da solo, nel senso che le persone che gestiscono questi strumenti di protezione possono ascoltare quello che faccio in tutti i momenti della mia vita quotidiana».

Rossana si era sentita di nuovo sotto assedio. Ma, questa volta, a minacciarla era proprio chi avrebbe dovuto proteggerla.

Criminalità organizzata e Stato messicano

La maggior parte dei testimoni intervistati da Fundar ha avuto a che fare con questo problema: chiedono protezione a quelle stesse istituzioni statali che spesso sono legate a doppio filo con la criminalità organizzata da cui stanno scappando. Come è successo ad Alma Barraza Gómez.

Alma è un’avvocata di Sinaloa, Stato a nord del Messico, famoso per essere il territorio del narcotrafficante Chapo Guzmán. Da anni difende i contadini che si oppongono alla costruzione di una diga che, se fosse realizzata, distruggerebbe la loro terra e le loro vite. Sono in tanti a voler mettere le mani sulla costruzione: si intrecciano gli interessi miliardari del governatore dello Stato di Sinaloa, politici locali ed economia criminale. Una miscela perfetta per aver paura. E a un certo punto è arrivato il terrore.

«Una pattuglia con cinque poliziotti, tutti con un passamontagna, mi hanno sequestrato dopo una marcia in difesa della diga e mi hanno portato fuori città. Mi hanno picchiato, privato illegalmente della mia libertà. In quel momento pensavo che non avrei più rivisto la mia famiglia».

Messico: cartina dello Stato di Sinaloa

Il Meccanismo (inceppato) che protegge dalla violenza

Alma non ha avuto altra scelta che chiedere al governo centrale di entrare nel Meccanismo di protezione. Le hanno danno una macchina blindata e una scorta, ma durante un viaggio in autostrada ha subìto un attacco, in cui uno dei due uomini della scorta è stato ucciso durante la sparatoria.

«Attraverso il bottone di panico avevo avvisato che ci stavano seguendo, ma nessuno ci ha aiutato, né prima né dopo la sparatoria».

Alma oggi ha dovuto abbandonare Sinaloa. È fuggita con sua madre, sua sorella e i suoi due nipotini. Non può più lavorare e non può che restare nel Meccanismo che gli fornisce una casa rifugio segreta.

«Il problema è che inviano solo cibo per una persona, per la beneficiaria del Meccanismo, mentre siamo otto in casa, incluse le mie guardie del corpo. Ogni 15 giorni ci danno un cartone di uova, una papaya, sei pompelmi, una mela, un chilo di cipolle, alcuni peperoni e quattro pezzi di pollo. Certo che non basta, ma così viviamo».

Ringraziamo la ONG indipendente Fundar per averci permesso di riprendere alcuni estratti delle interviste a Rossana Reguillo e Alma Barraza Gómez. Lo studio completo si trova a tequesto indirizzo: http://defensores.fundar.org.mx/

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