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Pesca: Greenpeace denuncia «diritti umani violati» nel sushi

Tratta di esseri umani, abusi di lavoratori, morti sospette: un nuovo report di Greenpeace East Asia denuncia l’orrore che starebbe dietro al sushi e all'attività di pesca in mare a Taiwan. E accende i riflettori sulla Fcf Fishery, una delle maggiori società del settore

Tratta di esseri umani, abusi di lavoratori e morti sospette: è l’orrore che si nasconderebbe dietro la moda di portare a tavola il sushi. Lo rivela un recente rapporto, “Misery at Sea” (Miseria per mare). Con questo studio, durato un anno, Greenpeace East Asia accende i riflettori sulla Fong Chun Formosa Fishery Company (Fcf Fishery), uno dei tre maggiori fornitori al mondo di frutti di mare e sushi, accusata di gravi violazioni dei diritti umani. La società ha rapporti commerciali con i mercati di Europa, Giappone e America.

La ricerca sulla pesca a Taiwan di Greenpeace

Il dossier analizza il modello economico a basso costo della pesca di Taiwan, oltre alle carenze nel quadro normativo e giuridico del paese. Tutti elementi che contribuiscono ad alimentare un ambiente in cui le violazioni dei diritti umani e gli abusi sul lavoro, in particolare nel settore della pesca, diventano troppo comuni.

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Foto: Mark Smith, Greenpeace

E stando al dossier ci sarebbero prove che collegano le violazioni alla flotta peschereccia internazionale di Taiwan, tra cui, appunto, anche la Fcf Fishery. Le accuse mosse dalla ong vanno da sfruttamento del lavoro minorile a lavoro forzato ad altri tipi di abusi a bordo delle navi.

Attività monitorate indicano «violazioni dei diritti umani»

«Condotte per più di un anno, le nostre indagini mostrano che la catena di approvvigionamento della pesca di Taiwan è ancora viziata da violazioni dei diritti umani, nonostante il cambio della legge all’inizio del 2017 per proteggere i pescatori migranti sulle navi di Taiwan», ha affermato Yi Chiao Lee, che ha condotto le ricerche per Greenpeace East Asia.

«Questo significa che c’è un’alta probabilità che pesce contaminato si stia trasformando in negozi di sushi e piatti da tavola in Asia, Europa e nelle Americhe. Non ci sono scuse. L’industria ittica di Taiwan deve ora agire con urgenza per eliminare queste pratiche spaventose».

E aggiunge Yi Chiao Lee: «Il governo di Taiwan deve mettere in atto una legislazione che protegga i lavoratori e i diritti umani e ne garantisca la piena attuazione; e aziende come la Fcf Fishery devono rivedere urgentemente i loro modelli di business e mettere in atto i mezzi per garantire che le violazioni dei diritti umani e i cattivi standard ambientali endemici di parti di questo settore siano effettivamente eliminati».

Reclutamento di migranti per la pesca in mare

Dal dossier emerge che cinque trafficanti di esseri umani, che vivevano liberamente a Taiwan, continuerebbero a essere coinvolti nel reclutamento di lavoratori migranti nonostante che siano considerati dei fuggitivi dalla giustizia cambogiana. In particolare, dei cinque trafficanti, nel dicembre del 2017 Greenpeace ha rilevato che due avevano dei ruoli nel reclutamento dell’equipaggio migrante sui pescherecci di Taiwan, mentre altri due sembrerebbero coinvolti nel reclutamento per le navi da pesca a Taiwan.

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Foto: Paul Hilton, Greenpeace

L’ong si dichiara preoccupata per i pescatori migranti. Si tratta di persone provenienti in prevalenza dal Sud-Est asiatico – per pescherecci taiwanesi, «con la piena conoscenza e la negligenza delle autorità taiwanesi», sostiene il rapporto.

La tratta di esseri umani è un crimine disciplinato dall’articolo 296-1 del codice penale di Taiwan. Nel Paese alcuni crimini non sono considerati reati se non vengono denunciati. Ma, scrive l’organizzazione nel rapporto, non è il caso di questo genere di crimini.

Video e foto sulla morte di un pescatore indonesiano

Dalle testimonianze del sindacato locale per i diritti dei lavoratori taiwanesi (Yilan Migrant Fishermen Union) sarebbero emersi nuovi documenti. Si tratta di foto e video relativi alla morte del pescatore indonesiano Supriyanto. Questo lavoratore, sano e relativamente giovane, è morto in agonia dopo aver lavorato a bordo della nave di Taiwan, la Fu Tsz Chiun, per quattro mesi.

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Le immagini mostrerebbero che l’uomo è stato picchiato e maltrattato. Su questo caso non ci sarebbero state delle indagini precise e adeguate da parte delle autorità taiwanesi. In più, non c’erano  procedimenti giudiziari, ma solo conclusioni vaghe, sempre secondo il rapporto di Greenpeace.

Dai dati satellitari, inoltre, risulterebbe che la nave ha continuato a lavorare nei giorni successivi alla morte del lavoratore, nonostante le condizioni di deterioramento del cadavere, continuando le operazioni commerciali.

L’agenzia di pesca di Taiwan, invece, sostiene che Supriyanto è morto per malattia.

La Ue ammonisce Taiwan sulla lotta alla pesca illegale

Già nel 2015 l’Europa aveva ammonito Taiwan per un’insufficiente collaborazione e cooperazione nella lotta alla pesca illegale. Questa, infatti, non era né dichiarata, né regolamentata. Era stato lanciato quindi un avvertimento.

A questo punto si attende la decisione dei funzionari Ue, prevista per settembre. Dovranno esaminare lo status di Taiwan e decidere, di conseguenza, se revocare l’avvertimento o meno.

La difesa della Fcf Fishery

La Fcf Fishery ha replicato alle accuse di Greenpeace affermando che sono fuorvianti e rimarcando che la società negli ultimi 5 anni ha dato la priorità alla responsabilità sociale d’impresa e a quella ambientale. Ad affermarlo è il presidente Max Chou.

«Ci rendiamo conto che, essendo uno dei maggiori fornitori mondiali di prodotti per la catena di fornitura integrata con più di 30 filiali, basi di pesca e agenti di spedizione in tutto il mondo, siamo un obiettivo primario per le organizzazioni che cercano di ottenere pubblicità e coloro che non sono pienamente consapevoli degli ultimi sviluppi e miglioramenti attualmente in atto nel settore della pesca. Tuttavia, nei loro sforzi per frenare le gravi violazioni dei diritti umani, crediamo che sia ingiusto e ingannevole far entrare la nostra compagnia in coloro che tollerano la crudeltà e l’incuria dei loro lavoratori».

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