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Ue-Africa: accordo di Cotonou tutto da rivedere

La convenzione ventennale che regola i rapporti tra Unione europea e Africa scadrà tra due anni. Un documento pieno di limiti e contraddizioni, che ha urgente bisogno di essere rivisto per ridefinire una strategia comune Africa-Ue. Tanto che se ne parlerà anche nell'apertura dei prossimi European Development Days della Commissione europea (OD è media partner)

La convenzione ventennale che regola gran parte degli accordi tra Africa e Europa è in scadenza. Un documento, conosciuto dagli addetti ai lavori come accordo di Cotonou, che ha urgente bisogno di un tagliando di controllo prima di essere rimesso in pista. Tanto che la prossima settimana, il 5 e 6 giugno, sarà il protagonista dell’evento speciale d’apertura degli European Development Days, la due giorni in programma a Bruxelles dedicata alla cooperazione internazionale di cui Osservatorio Diritti è media partner.

La questione è più importante di quanto possa sembrare a prima vista. L’accordo di Cotonou, infatti, fa da cornice giuridica al Fondo europeo per lo sviluppo (Edf) da oltre 30 miliardi di euro e scadrà tra appena due anni, nel 2020. La convenzione si occupa nello specifico dei rapporti tra l’Europa e 79 Paesi tra Caraibi, Pacifico e Africa (48 Stati dell’area subsahariana). Ma i meccanismi previsti 20 anni fa pare non abbiano funzionato a dovere.

La partita è ancora più importante per l’Italia. Il nostro Paese, infatti, è quello che più contribuisce al Fondo fiduciario dell’Unione europea di emergenza per l’Africa (Eutf), lo strumento finanziario da 3,2 miliardi di euro lanciato a fine 2015 a La Valletta. Ebbene, circa l’82% di questo Eutf deriva proprio del Fondo europeo allo sviluppo che fa riferimento, come detto, all’accordo di Cotonou.

Accordi Ue-Africa: le criticità di Cotonou

Le criticità dell’accordo di Cotonou sono diverse. Più di un osservatore, per esempio, ha evidenziato lo scarso livello di collaborazione effettiva, lo scollamento tra principi ambiziosi e loro attuazione nella realtà, il prevalere dell’agenda politica europea sui reali bisogni degli Stati nei processi di allocazione delle risorse. Tradotto: in molti casi i soldi per la cooperazione internazionale non sono andati a promuovere lo sviluppo economico e sociale di un Paese, ma a soddisfare le necessità di sicurezza e controllo dell’immigrazione espresso dai Paesi europei, come denunciato da più parti negli ultimi anni.

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Stati che poi, allo stesso tempo, non contribuiscono in maniera equa al fondo stesso. Mentre sul fronte opposto, quello delle nazioni che un tempo erano state terra di colonizzazione, manca un’agenda politica capace di cambiare i meccanismi della cooperazione. Ce n’è abbastanza, dunque, per indurre alcuni osservatori a interrogarsi sull’esistenza stessa di un nuovo accordo post-Cotonou, visto l’ampio numeri di sfasature da ricomporre.

Dopo 55 anni manca una strategia comune Africa-Ue

Firmato nel 2000 nella capitale del Benin, l’accordo di Cotonou viene dopo quelli di Yaoundé, in Camerun (1963) e Lomé, in Togo (1975). Basandosi sui tre pilastri della cooperazione allo sviluppo, la cooperazione economica e commerciale e il dialogo politico, si era proposto di rafforzare le relazioni tra Europa e i Paesi di Africa, Caraibi e Pacifico dopo lo stallo di metà anni Novanta.

Nella realtà, però, fa notare un rapporto degli analisti indipendenti del Centro europeo per la gestione delle politiche per lo sviluppo (Ecdpm), il risultato è stato opposto:

«17 anni dopo, ci sono abbondanti evidenze empiriche e ammissioni che l’attesa rivitalizzazione non è avvenuta. Semmai, le fondamenta politiche e istituzionali delle relazioni EU-ACP sono diventate ancora più fragili», si legge in un dossier del 2017.

Una sfida che sarà al centro di nuove trattative che sono destinate a iniziare dal prossimo settembre.

Accordo Unione europea-Africa: diritti umani assenti

Secondo il report dello Ecdpm, pare che la convenzione perda pezzi un po’ su tutti i fronti.

«C’è un grosso gap tra le lodevoli disposizioni dell’accordo (riguardo il rispetto dei diritti umani e la democrazia, il dialogo politico, la partecipazione di attori non statali, le migrazioni, il management condiviso, la coerenza delle politiche per lo sviluppo, etc) e la pratica effettiva».

Con il risultato che gli elementi chiave del patto «non sono più assicurati perché le priorità politiche europee tendono a dominare l’allocazione e la programmazione dei fondi». L’analisi del Fondo europeo per lo sviluppo pubblicata a giugno 2017 dalla Commissione europea, ma effettuata da osservatori terzi, del resto, è ancora più chiara: «Mentre in via di principio c’è un ruolo per l’EDF, nella pratica c’è evidenza che gli interessi geopolitici ed economici interferiscono con la posizione europea, per esempio rispetto ai diritti umani, e la indeboliscono».

Rapporti Ue-Africa: chi decide con l’accordo di Cotonou

Il risultato di questo predominio della politica sul diritto internazionale è, da una parte, la ridotta efficacia dell’accordo nel rispondere alle necessità degli stati di Africa, Caraibi e Pacifico e, dall’altra, la possibilità depotenziata di questi ultimi di influire sull’allocazione dei fondi.

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Sede della Commissione europea a Bruxelles

Tra le raccomandazioni formulate dagli osservatori indipendenti alla Commissione rispetto alla gestione del fondo per lo sviluppo, infatti, c’è anche quella di «ripristinare lo spirito del principio di collaborazione proprio di Cotonou istituendo una titolarità democratica della programmazione EDF, della sua implementazione e del relativo monitoraggio, e assicurando che le modalità e gli strumenti EDF siano coerenti con i suoi valori e principi fondamentali».

Le ex colonie per lo status quo

In questo quadro, la Commissione europea ha deciso di portare avanti la proposta di un sistema ad ombrello per le relazioni con le ex colonie dopo Cotonou. Un modello basato cioè su un accordo “a moduli”, con una parte valida per tutti e costituita dai principi di base e tre distinte partnership regionali.

Funzionerà? Gli esperti dell’Ecdpm esprimono dei dubbi sulla sua reale efficacia, mentre il contenuto dei documenti ufficiali dei Paesi partner dell’Europa ad oggi disponibili fanno pensare a un approccio conservatore che mira a mantenere lo status quo. «Tutto questo non indica la volontà da parte dei Paesi ACP di sviluppare in maniera pro-attiva una visione reale del proprio futuro, delle proprie relazioni con dinamiche continentali e regionali o del proprio valore aggiunto potenziale. È anche altamente discutibile che questa agenda ACP costituisca una base credibile per una partnership politica più matura».

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