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Profughi siriani: in Giordania uscire da un campo costa caro

Condizioni di vita durissime per i profughi siriani scappati dalla guerra che vivono nei campi in Giordania. Ma va ancora peggio, spesso, a chi abbandona i centri d'accoglienza, che si ritrova senza documenti e senza diritti. Una situazione che coinvolge donne, bambini e uomini, vittime di sfruttamento e a rischio di trasferimento forzato in Siria

Invisibili, senza tutele e senza documenti. Perdono la loro identità e vivono in condizioni di vita durissime. Sono i rifugiati siriani in Giordania che escono dall’accoglienza dei campi per vivere negli insediamenti informali. A causa della loro vulnerabilità sono spesso vittime di sfruttamento lavorativo, anche minorile, di abusi e corrono il rischio di essere trasferiti a forza nei campi o rimandati in Siria.

Circa 655 mila persone, tra il 2011 e il 2017, secondo i dati dell’Unhcr, hanno trovato rifugio in Giordania fuggendo dalla Siria.

Dove vanno i profughi siriani in Giordania

79 mila sono stati ospitati nel campo di Zaatari nel nord del Paese, 53 mila sono stati registrati nel campo di Azaraq, a 100 chilometri da Amman, e più di 7 mila nell’Emirates Jordan Camp di Zarqa.

Tutti gli altri vivono fuori dai campi profughi formali, principalmente nei governatorati centrali e settentrionali di Amman, Mafraq, Irbid e Zarqa, dove si trovano privati dell’accesso ai servizi, alle opportunità lavorative e dell’assistenza umanitaria.

In migliaia negli ultimi anni hanno lasciato i campi di Zaatari e Azraq per mancanza di opportunità di sostentamento, per le condizioni di vita estreme dei campi, nonché per i numerosi ostacoli per ottenere il regolare permesso di trasferirsi in altre aree del paese. Chi esce dai campi ha permessi di 2 o 3 giorni, se non rientra perde i documenti e si ritrova senza identità esposto al rischio di essere deportato in Siria.

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Giordania – Foto: Alessio Cupelli (progetto Relocated Identities, Intersos)

La mancanza di documentazione in cui si trovano centinaia di uomini, donne e bambini mette a serio rischio la loro vita. Tra le conseguenze più gravi ed evidenti: l’emarginazione, l’abbandono scolastico, le problematiche di genere, l’accesso limitato agli aiuti umanitari e ai servizi pubblici, violenze, abusi, sfruttamento lavorativo, separazione familiare e, non ultimo, la carenza di cure sanitarie.

Sanità sempre più cara per i rifugiati siriani

In Giordania un recente provvedimento aumenta i costi delle cure mediche per i rifugiati: dallo scorso febbraio sono stati cancellati i servizi sanitari sovvenzionati per i siriani che vivono in Giordania e che oggi devono pagare l’80% della “tariffa straniera”. Questo potrebbe avere un impatto sul loro accesso all’assistenza sanitaria e aumentare la loro vulnerabilità, denuncia Medici Senza Frontiere (Msf). 

«Siamo preoccupati che le famiglie siriane, dovendo far fronte anche ad altre spese come il pagamento dell’affitto, si rivolgeranno meno all’assistenza sanitaria per sé o per i propri familiari. Per adattarsi alle nuove misure, potrebbero ricorrere all’automedicazione o a mezzi alternativi meno costosi che potrebbero essere inadeguati o perfino dannosi», afferma Brett Davis, capo missione di Msf in Giordania.

L’accesso all’assistenza sanitaria di base era stato già messo a rischio da un precedente provvedimento del novembre 2014 che aveva eliminato i servizi sanitari gratuiti per i siriani che vivono fuori dai campi profughi.

Immigrazione siriana: in arrivo l’amnistia per i profughi

A metà del 2017 si parlava ufficiosamente di un’amnistia che potesse regolarizzazione lo stato della documentazione dei rifugiati. Sebbene non siano stati ancora chiariti i requisiti specifici, l’amnistia si applicherà a coloro che hanno lasciato i campi prima di luglio 2017 e dovrebbe essere presto implementata formalmente.

«I più vulnerabili rischiano spesso di essere invisibili. Per questo in Giordania abbiamo scelto di lavorare negli insediamenti informali, non riconosciuti dalle autorità, per aiutare centinaia di famiglie di rifugiati siriani che affrontano la sfida di regolarizzare lo stato della propria documentazione legale e civile in Giordania», scrive Monica Matarazzo, senior protection advisor di Intersos, nel rapporto “Sul Campo” diffuso in aprile.

Immigrati siriani senza documentazione legale

Fino a luglio 2014 i rifugiati potevano lasciare i campi regolarmente, con tutta la documentazione. A gennaio 2015 è stata sospesa la procedura di rilascio e chi è uscito dai campi dopo luglio 2014 non ha diritto a ottenere la documentazione legale, ovvero la carta dei servizi del ministero dell’Interno (Carta Moi) e il Certificato per richiedenti asilo dell’Unhcr (Asc dell’Unhcr).

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Giordania – Foto: Alessio Cupelli (progetto Relocated Identities, Intersos)

«Senza i due principali documenti legali, i rifugiati in Giordania non sono in grado di ottenere la documentazione civile (certificati di nascita, matrimonio o morte) e permessi di lavoro. Allo stesso tempo, i rifugiati privi di documenti non hanno, o hanno accesso ridotto, ai servizi pubblici e all’assistenza umanitaria e spesso devono ricorrere a meccanismi di risposta negativi come il lavoro minorile, i matrimoni precoci, l’indebitamento e l’accettazione di vivere in condizioni abitative degradanti. Inoltre, si trovano di fronte a un concreto rischio di reinsediamento forzato nei campi o di deportazione in Siria», si legge nell’Annual report 2017 di Intersos.

I rifugiati siriani che escono dal sistema dell’accoglienza dei campi profughi di Zaatari e Azraq, si insediano su terreni privati chiamati Informal Tented Settlements. Migliaia di persone pagano i proprietari terrieri con il lavoro quotidiano nei campi, svolto prevalentemente da donne e spesso anche da bambini. Queste persone hanno un accesso limitato ad alimenti, acqua, servizi igienici, sanità, istruzione e altri servizi essenziali.

Espulsi 400 profughi siriani al mese tra bambini e adulti

La paura più grande dei rifugiati siriani senza documenti, o con documenti non regolari, è quella di essere riportati in Siria. «Chi viene deportato fuori dalla Giordania è considerato morto. Non c’è nessuna sicurezza a Daara o in qualsiasi altro posto in Siria», dice un rifugiato che vive nell’area di Irbid. «Evito di andare in giro e di avere problemi. Vado al lavoro o sto a casa, niente di più. Evito i problemi limitando la mia libertà di movimento».

Secondo l’organizzazione Human Right Watch la Giordania ha espulso centinaia di rifugiati siriani – anche con espulsioni collettive di intere famiglie  – senza fornire alcuna alternativa all’espulsione e senza considerare in nessun modo il loro bisogno di protezione internazionale.

Nei primi cinque mesi del 2017 le autorità giordane, sempre secondo Hrw, hanno espulso circa 400 rifugiati siriani al mese. Ogni mese 300 rifugiati siriani tornano in Siria in circostanze che sembrano volontarie, mentre altri 550 circa ritornano in circostanze non chiare.

Le principali motivazioni delle misure di espulsione verso la Siria – riporta l’Annual report 2017 di Intersos – risultano essere le minacce alla sicurezza nazionale e la mancanza di documentazione civile e legale, in particolare i permessi di lavoro.

Perché i profughi siriani scappano: la storia di Nora

«Quando il mio paese è stato distrutto non avevo nessun posto dove vivere. Ogni notte ero costretta a bussare la porta di parenti e amici per farmi ospitare. Ho trascorso un mese facendo questa vita “miserabile”. Poi ho sentito di persone che si trasferivano in Giordania. Così ho incontrato l’uomo che con la macchina poteva portarci in Giordania. Io ho 10 bambini e al tempo erano tutti piccoli».

Nora è siriana, di Busra Alharir in Daraa. Lei e i suoi 10 bambini sono fuggiti dalla Siria. Ha vissuto nel campo di Zaatari poi, insieme ai figli e al marito, se ne è andata per vivere negli insediamenti nella zona di Mafraq. Uno dei suoi figli, a causa del mancato rinnovo del documento di identità, è stato fermato dalla polizia e poi espulso in Siria. E questa è solo una delle tante storie raccolte dal progetto multimediale Relocated Identities realizzato da Alessio Cupelli e Katia Marinelli per Intersos.

Molte persone vivono anche nel timore di essere fermate dalla polizia e trasferite forzatamente in un campo ufficiale. Si stima che da aprile 2014 a novembre 2016 circa 20.000 rifugiati siriani sono stati trasferiti nei campi profughi giordani, la stragrande maggioranza delle strutture remote del campo di Azraq, poiché il campo di Zaatari aveva da tempo raggiunto la capienza massima.

I numeri della separazione dei nuclei familiari

La principale conseguenza del trasferimento forzato è la separazione familiare: nel 55,1% dei casi valutati da Intersos il trasferimento riguardava quattro o meno membri della famiglia, molto spesso incluso il capofamiglia, con meno del 20% dei casi riguardanti l’intera famiglia.

I capifamiglia sono i più esposti ai controlli di polizia nei loro spostamenti o quando si recano al lavoro. Di conseguenza, chi rimane sono generalmente donne e bambini. Lavoro minorile, matrimoni precoci e abbandono scolastico sono solo alcuni degli effetti negativi a questa condizione.

Altre ripercussioni, oltre alla difficoltà economica, riguardano aspetti legati alla sfera psicologica degli individui: traumi, paure, abusi, sfruttamenti e violenze sessuali o di genere.

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