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Amnesty International: Turchia e diritti umani secondo Idil Eser

La direttrice di Amnesty International Turchia, Idil Eser, racconta a Osservatorio Diritti la sua prigionia e analizza le violazioni dei diritti umani da parte del regime di Erdogan. «Ci vorrebbe una sorta di rivoluzione francese»

L’arresto in un’isola sperduta davanti a Istanbul. Le accuse infondate. I mesi di detenzione. Ecco il racconto fatto a Osservatorio Diritti da Idil Eler, 53 anni, direttrice di Amnesty International Turchia arrestata il 5 luglio 2017 e uscita dal carcere nell’ottobre dell’anno scorso. Il processo comincerà tra circa un mese, mentre resta in prigione il presidente della sezione turca di Amnesty, Taner Kilich.

La Eser pesa molto le parole, più di quanto ci si potrebbe aspettare. Anche quando parla del presidente Recep Tayyip Erdogan. Diplomaticamente, la donna cerca di attenersi ai fatti, più che approfondire commenti o opinioni. Non si sbilancia neppure sulle elezioni che dovrebbero tenersi in autunno e racconta di «non essere in grado di fornire alcun tipo di previsione su quanto potrà avvenire. La Turchia è un paese imprevedibile».

Il regime turco arresta 10 attivisti

Al momento dell’arresto, l’attivista e una decina di persone si trovavano su un’isola sperduta davanti a Istanbul, per partecipare a un workshop blindatissimo. La polizia ha bussato e per tutti i presenti si sono aperte le porte della galera.

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Idil Eser, direttrice di Amnesty International Turchia

La Eser dice di non aver subito maltrattamenti di alcun genere in carcere e il disagio più grande è stato quello di cambiare continuamente cella.

Erdogan, Gulen, Amnesty e i diritti umani in Turchia

Tra le accuse che hanno giustificato prima la detenzione, ora il processo, tutte piuttosto vaghe e non provate, c’è anche quella di aver stretto rapporti con Fetullah Gulen, ex amico e alleato di Erdogan.

Gulen, figura controversa per cui Erdogan continua a chiedere l’estradizione, in Turchia era imam e ora si trova in esilio in Pennsylvania, negli Stati Uniti, da quasi 20 anni. Ha fondato scuole e centri di formazione, ha migliaia di seguaci attirati dai suoi sermoni dove parla di un islam che dovrebbe enfatizzare l’educazione e la pacifica convivenza tra i popoli.

Erdogan lo accusa di essere stato la mente occulta del tentato colpo di stato del luglio 2016. Ma Gulen nega e ipotizza che dietro al golpe militare ci sia lo stesso Erdogan. Così come attribuisce ai suoi uomini la cattiva abitudine di organizzare falsi attentati suicidi per rafforzare il potere del suo governo. In totale violazione, dunque, dei diritti umani più elementari.

Lei è mai stata in Pennsylvania e conosce il signor Gulen?

Mai stata. Lui non lo conosco, lo paragonerei a un gesuita, o meglio a un membro dell’Opus Dei. Ci sono stati dei contatti telefonici con alcuni del suo gruppo. È normale, noi di Amnesty spesso parliamo con altre organizzazioni. Qualche tempo fa qualcuno ci chiamò in sede per chiedere informazioni e ci hanno accusati di favorire il Pkk (Partito Lavoratori del Kurdistan) perché era un membro dell’organizzazione. Però non si può certo formulare accuse, e soprattutto provare, solo in base a una chiacchierata. Se parlo con un ladro senza saperlo divento ladra anch’io?

Quali sono le altre accuse che l’anno portata in carcere?

Di appartenere contemporaneamente a tre organizzazioni terroristiche: oltre a quella di Gulan, anche alla Dhk (estrema sinistra) e al partito dei lavoratori del Kurdistan. Sostengono che proprio sull’isola dove ci hanno presi sia stato organizzato il colpo di Stato del 2016.

Andrà al processo?

No.

E continuerà la sua attività con Amnesty International?

Ho preso un anno sabbatico. Devo occuparmi della mia salute e voglio scrivere.

Cosa stavate facendo il giorno dell’arresto?

Eravamo una decina su un’isola sperduta. Il tema dell’incontro era come difenderci dal cyberkrime e dall’hakeraggio. Due tecnici ci davano lezione.

Quindi qualcuno del vostro gruppo ha fatto la spia?

Si, ma non abbiamo capito chi. Lo sapevano in pochi che eravamo lì.

Tre mesi di carcere, di cui gli ultimi in quello di massima sicurezza con 17.000 detenuti. Celle di 20 metri con bagno. Un’ora alla settima di colloquio con l’avvocato. Ha visto la sua famiglia solo dopo due mesi. Qual è il peggior ricordo della detenzione?

In assoluto l’isolamento. Per il resto ci hanno trattati sempre bene. Anche grazie alla forte pressione internazionale.

C’erano giornalisti con voi?

La Turchia è il paese con il più alto numero di giornalisti in cella. Non sono sicura che siano poi veramente tutti giornalisti, sono circa 140 quasi tutti accusati di aver parlato o scritto male di Erdogan. Negli ultimi mesi centinaia di persone sono state licenziate, soprattutto sindacalisti. Arrestano e licenziano per zittire.

La stampa è completamente in mano al potere?

Non proprio tutta, sicuramente i primi tre giornali. Su internet qualcosa resiste. Esistono ancora qualche televisione e telegiornale indipendenti. È stata fatta una nuova legge per controllare i media, ma non c’è ancora un regolamento per applicarla.

Erdogan ha portato anche qualcosa di buono al paese?

In qualche senso sì. Ha saputo intercettare e dare uno status a gente emarginata. Ha comunque cominciato un programma di democratizzazione e ha anche dato lavoro.

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Idil Eser, direttrice Amnesty International Turchia

dda situazione è peggiorata molto dal 2016. Il problema più grande è che lui non crede e non vuole la separazione dei poteri. È lui che decide e comanda tutto. Il problema grosso è cominciato con la repressione dei media, ma è stato un processo graduale. Quello di cui il mio popolo avrebbe bisogno è una riforma totale del sistema scolastico che oggi diventa sempre più fondamentalista. Ci vorrebbe una sorta di rivoluzione francese.

Cosa pensa dei social media, visto che vi stavate occupando proprio di questo argomento quando vi hanno presi?

Sono utili, ma non bisogna appoggiarsi solo a loro. Io credo moltissimo nel contatto tra la gente, nel dialogo personale, nel guardarsi più negli occhi e meno attraverso lo schermo.

L’Italia come la vede?

Purtroppo, ma non solo in Italia, il populismo dilaga. Da voi c’è un forte problema con i rifugiati. È necessario essere resilienti e organizzarsi per bene. Berlusconi sta creando un bel pasticcio.

Di quale religione è lei? E che studi ha fatto?

Mio padre era un professore agnostico e anche mia madre. Io non ho fedi religiose. Sono nata a Istanbul ma ho preso un master in economia negli Usa. Dopodiché sono tornata nel mio paese e ho lavorato con molte organizzazioni umanitarie.

Che tipo di educazione ha ricevuto?

Unica figlia di una famiglia molto colta e illuminata che mi ha insegnato il senso della libertà. Ma anche e soprattutto il potere della cultura. Senso che in Turchia oggi vale ben poco per la popolazione che segue Erdogan. Non a caso ad essere presi di mira sono soprattutto intellettuali che esprimono dissenso verso la sua politica.

Un’ultima domanda: lei ha figli, marito?

No, per libera scelta.

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