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Caste indiane: gli “intoccabili” paria rivendicano i propri diritti

Una sentenza della Corte Suprema indiana mette in pericolo i pochi diritti di cui godono i dalit, gli "intoccabili" che sono fuori dal complesso schema della caste indiane. E così i paria hanno riempito le piazze e fatto pressione sul governo perché qualcosa, finalmente, possa cambiare

Milioni di persone che riempiono le piazze di tutta l’India in difesa dei diritti dei dalit (o paria) a inizio aprile. Le autorità che rispondono col fuoco. Nove morti ufficiali, tutti tra i paria. Centinaia i feriti. Un premier e il suo avversario che si affrettano a schierarsi dalla stessa parte: quella dei dalit. La fragorosa riapertura sui media di un dibattito sulle discriminazioni di casta che già covava sottotraccia. E che è riesploso.

Il tutto a seguito di una sentenza della Corte Suprema indiana emessa il 20 marzo. Un provvedimento che secondo la stampa indiana indebolisce la “legge sulle Atrocità”, approvata nel 1989 proprio per colpire atti discriminatori e violenti contro i “fuoricasta” – i paria, appunto – da parte degli appartenenti alle quattro caste ufficiali.

Legge su Atrocità: la Corte teme che i paria ne abusino

La Corte difende il proprio operato e lo fa nella sentenza stessa, richiamandosi a principi di garantismo e a timori che i dalit abusino della legge. I giudici hanno stabilito che un pubblico funzionario accusato di vessazioni o negligenze contro i dalit non potrà essere arrestato di fronte a una denuncia seppur provata (come prevede la legge sulle Atrocità) senza una sorta di “autorizzazione a procedere” da parte del capo del corpo a cui il funzionario appartiene. Se un poliziotto commette violenze anche evidenti nei confronti di paria, per esempio, per arrestarlo non basterà più la denuncia seppur motivata e provata della vittima – così come previsto dalla legge – ma sarà necessaria l’autorizzazione all’arresto del capo della polizia.

Due le critiche principali alla sentenza mosse dai dalit: la prima è di aggiungere una condizione che la legge non prevede; la seconda è che, con questa ulteriore condizione, la legge sulle atrocità sarebbe di fatto inutilizzabile per le vittime paria.

“Intoccabili” emarginati dalle caste indiane

I “dalit”, termine che significa “oppressi“, un tempo erano definiti anche come “intoccabili”, perché per tradizione sono sempre stati collegati ad attività considerate impure, come la concia delle pelli, la manipolazione di cadaveri o le pulizie. I paria non appartengono a nessuna delle quattro caste ufficiali e quindi vanno evitati, emarginati, non vanno “toccati”, come fossero impuri.

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Foto: ActionAid India (via Flickr)

E non si tratta di una sparuta minoranza di lebbrosi sociali. Si calcola che i paria siano oggi circa 250 milioni, intorno al 20% di una popolazione complessiva che in India sfonda la soglia del miliardo e 300 milioni. Appartengono a famiglie che svolgono lavori umili e perciò ritenuti inferiori.

Secondo un antico retaggio religioso hindu, si nasce da un padre “fuoricasta” se qualche avo – la cui anima si reincarna con l’obiettivo di purificarsi nelle generazioni successive – era stato un peccatore. Perciò se hai la sfortuna di reincarnarti nella casta sbagliata, devi prendertela col tuo avo e accettare il destino di subordinazione.

Nei secoli questa concezione ha prodotto effetti devastanti, che nemmeno la legge sulle atrocità del 1989 è riuscita ad arginare. Un recente contributo dell’Economic Times denuncia espressamente che «i dalit vengono uccisi per essersi fatti crescere i baffi, aver osato guardare uno spettacolo di danza folk di casta alta, per essersi comprati un cavallo, per qualsiasi ribellione a un ordine sociale che li priva di qualsiasi umanità».

I diritti violati dei dalit: un’atrocità ogni 10 minuti

Per chi appartiene a una casta alta è comune farla franca per una violenza sessuale su una dalit o per la spoliazione di beni a una famiglia di un fuoricasta. Secondo Scroll.in le cifre ufficiali documentano un’atrocità ogni 10 minuti perpetrata contro i paria. Molti crimini non vengono nemmeno denunciati per sfiducia dei fuoricasta nelle istituzioni. Che pure hanno coscienza della situazione.

caste indiane

Lo stesso preambolo alla legge sulle atrocità, già nel 1989, segnalava la vulnerabilità dei paria, evidenziava che «sono loro negati una serie di diritti civili; sono soggetti a varie offese, umiliazioni, umiliazioni e molestie. In diversi brutali “incidenti”, sono stati privati della loro vita e delle loro proprietà. Gravi atrocità sono commesse contro di loro per varie ragioni storiche, sociali ed economiche».

E la legge era almeno riuscita a mettere un freno alle impunità. Anche perché nel suo mirino – ora spostato dalla sentenza di marzo – c’era anche la “colpevole negligenza” dei pubblici funzionari che, secondo un rapporto dello Standing Committee on Social Justice, «lascia diverse scappatoie nella formulazione dei documenti necessari all’apertura del caso». Basta dimenticare di compilare il campo in cui va indicata l’appartenenza castale della vittima, per esempio, per condurre ad un’assoluzione per vizi di forma. E per lasciare una violenza impunita. Da qui la rabbia dei paria, che vedono la sentenza come la rimozione di quella piccola protezione nominale di cui godono.

Schema delle caste indiane: quante sono e quali colori

Il dibattito suoi fuoricasta e sui loro diritti fermenta nella politica indiana da circa un secolo. In India la popolazione è suddivisa secondo un millenario schema di gerarchie sociali su base ereditaria che influenza equilibri di potere, rapporti economici, mercato del lavoro. E pure i diritti. Che non sono uguali per tutti. Che, di fatto, non ci sono per un “fuoricasta”. Per chi, come i paria, non appartiene a una delle quattro caste ufficiali

Ciascuna casa è identificata anche attraverso un colore. La prima, di colore bianco, i puri, sono i sacerdoti. Un gradino più giù, i rossi, colore del fuoco e del sangue, associato a guerrieri e nobili. Terza fila per i giallo-bronzo di mercanti, artigiani e commercianti. Infine la quarta casta, i neri – coloro che svolgono attività professionali e faticose – a cui è riservato il ruolo di servitori rispetto agli altri tre gruppi.

I dalit? “Fuoricasta”, appunto, perché svolgono lavori ritenuti impuri. Anche se contribuiscono tanto all’economica indiana, come hanno rivendicato durante il grande sciopero del 2 aprile.

Casta sì, casta no: la storia dei paria in India

Per il Mahatma Gandhi «le caste hanno salvato l’induismo dalla disintegrazione, pur soffrendo di escrescenze. Le sottocaste, però, rappresentano un impedimento».  Perciò tendeva a integrare i dalit, seppur sempre dalla “finestra”.

Chi chiedeva di spalancare la porta principale dell’uguaglianza era invece Ramji Ambekar, di famiglia dalit, il quale sosteneva – anche per esperienza diretta – che la divisione in caste determinasse «violenze, discriminazione, indifferenza verso deboli e disabili e impunità». Per lui le caste andavano semplicemente abolite. Ma proprio con lui negoziò, nel 1932, un accordo, siglato di fronte a una prigione a Proon, che conteneva i semi della costituzione. Che germogliò nel 1950, senza abolire le caste, ma proibendo la discriminazione su base di casta e la cosiddetta “intoccabilità” dei dalit.

Questo in teoria, perché in pratica, nessuno l’ha mai notato. E milioni di dalit hanno continuato a subire discriminazioni e vessazioni fisiche e psicologiche. Nelle zone rurali dell’India, dove il peso delle tradizioni è più forte e le angherie delle caste alte più insopportabili, i dalit vivono vite da cittadini inferiori, cui viene negato l’accesso ai pozzi, la proprietà terriera e l’interazione con indiani di casta più alta, pena la giustizia del popolo: il linciaggio.

Caste indiane: i paria ieri e oggi

Gli eventi dell’ultimo mese hanno riproposto il dibattito sul ruolo sociale dei dalit, che sembrano essere l’obiettivo comune di autorità e caste più alte, come denuncia la stampa indiana. Che quotidianamente riporta episodi di diritti violati: dal pestaggio di conciatori all’omicidio di un teenager a cavallo, passando per battaglie più spicciole, come poter far passare un corteo nuziale di una coppia di sposi dalit attraverso un quartiere di casta superiore.

Ma le resistenze delle caste più alte e delle autorità rischiano di incontrare in futuro ostacoli dentro e fuori l’India. La comunità internazionale non ha mai mostrato simpatia per questa gerarchizzazione. Gli stessi esponenti politici indiani, con la incerta corsa già avviata in vista delle elezioni del prossimo anno, dovranno uscire ora allo scoperto. Perché i dalit crescono, numericamente e qualitativamente, si informano, reclamano. Ma, soprattutto, votano. E sono troppi per sottovalutarli.

Il governo ha quindi chiesto espressamente alla Corte Suprema di rivedere la propria posizione, ma intanto viene accusato di ipocrisia e di occuparsi di mucche e caste, anziché di economia. Perciò dovrà dare concreti segnali di attenzione, evitare di essere travolto da un’opposizione, guidata da Rahul Gandhi, nipote del Mahatma, che già da tempo si è posizionata sulla scia delle proteste dalit.

Ma sui media viene riproposta con forza la figura (e il pensiero), non tanto del Mahatma Gandhi, quanto di Ramji Ambekar, diventato un vero e proprio simbolo della battaglia per l’abolizione delle caste. Chissà, quindi, che a distanza di quasi 90 anni non si possa finalmente chiudere positivamente il percorso aperto con l’accordo del ’32  tra Ambekar e Gandhi.

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