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Ilaria Alpi: nuove intercettazioni per riaprire il processo sull’omicidio

C'è ancora una speranza che la verità venga a galla nel caso di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, i giornalisti uccisi in Somalia 24 anni fa. Ieri, infatti, sono state depositate nuove intercettazioni telefoniche e il giudice ha deciso di rinviare all'8 giugno l'atteso giudizio sulla richiesta d'archiviazione

È ancora presto per mettere la parola fine al processo sull’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, la giornalista del Tg3 e il cineoperatore uccisi in Somalia 24 anni fa. L’udienza preliminare di ieri, infatti, si è conclusa con un rinvio all’8 giugno, invece dell’atteso giudizio sulla richiesta d’archiviazione. La decisione è stata presa in seguito alla presentazione da parte della procura di Roma di nuovi documenti relativi a intercettazioni telefoniche avvenute su chiamate tra cittadini somali che parlavano dell’agguato in cui sono stati uccisi la giornalista e l’operatore.

Durante l’udienza, in piazzale Clodio, proprio davanti alla procura, si è svolto un presidio con i rappresentanti di Fnsi (Federazione nazionale stampa italiana), Usigrai (il sindacato dei giornalisti della Rai), Comitato di redazione del Tg3, Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, associazione Articolo21 e rete Nobavaglio. La richiesta di queste organizzazioni è quella di non archiviare la verità.

Morte Ilaria Alpi: vicenda giudiziaria tra Roma e Perugia

Nel 2017 la procura di Roma, con un provvedimento firmato dal sostituto procuratore Elisabetta Ceniccola, aveva chiesto l’archiviazione del procedimento del caso Ilaria Alpi e Miran Hrovatin per l’impossibilità di risalire al movente e agli autori del duplice omicidio di Mogadiscio. Per la procura di Roma, dunque, non ci sarebbe alcuna prova di presunti depistaggi.

Eppure, a Perugia, si è conclusa la revisione del processo nei confronti di Hashi Omar Hassan, che era stato condannato a 26 anni di reclusione per concorso nell’assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. La sentenza di Perugia, emessa il 12 gennaio 2017, stabilisce: «…deve revocarsi la sentenza emessa dalla Corte d’Appello di Roma nei confronti di Hashi Omar Hassan, con conseguente assoluzione del predetto reato ascrittogli per non aver commesso il fatto… indipendentemente da chi fosse stato l’effettivo ‘suggeritore’ della versione dei fatti da fornire alla polizia… il soggetto Ahmed Ali Rage detto Jelle potrebbe essere stato coinvolto in un’attività di depistaggio di ampia portata… attività di depistaggio che ben possono essere avvalorate dalle modalità della ‘fuga’ del teste e dalle sue mancate concrete ricerche…».

ilaria alpi
Immagine tratta dalla trasmissione “Chi l’ha visto” (Rai 3)

Quindi il 30 marzo 2018 la Corte d’Appello di Perugia ha disposto un risarcimento per ingiusta detenzione di oltre 3 milioni di euro per Hashi, il somalo che ha scontato quasi 17 anni di carcere per l’assassinio di Mogadiscio e che ieri si trovava in piazza insieme ai giornalisti per chiedere di continuare a indagare sul caso Alpi.

Il testimone chiave nel processo per l’omicidio

Ma chi è quel Jelle citato nella sentenza di Perugia? È il testimone chiave. È colui che ha accusato Hashi di essere uno dei componenti del commando che ha ucciso la giornalista e l’operatore. È stato lui ad aver portato alla condanna di Hashi, detto Faudo, a 26 anni di reclusione.

Il processo per calunnia contro il testimone chiave si è poi chiuso per prescrizione il 10 ottobre 2012.

I tentativi di fermare la ricerca della verità

Più di 10 anni fa, intanto, c’erano stati un paio di tentativi di mettere la parola fine alla ricerca della verità sul caso Ilaria Alpi. Prima la Commissione parlamentare d’inchiesta, a febbraio del 2006, con la sua verità politica. Poi la procura di Roma, nell’estate del 2007. Tuttavia, grazie alla pervicacia dei genitori di Ilaria, il caso è rimasto aperto.

L’inchiesta su traffico d’armi e rifiuti tra Somalia e Italia

A restringere il campo d’azione sulla pista da seguire, cioè quella dell’omicidio su commissione, era stato nel 2007 il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Roma, Emanuele Cersosimo, che aveva respinto la richiesta di archiviazione proposta da Franco Ionta, terzo magistrato ad occuparsi del caso.

Il giudice ha accolto la richiesta dei genitori di Ilaria Alpi, rappresentati dall’avvocato Domenico D’Amati, di proseguire le indagini: «Da un’analisi complessiva degli elementi indiziari raccolti dagli inquirenti – si legge nell’ordinanza di rigetto del gip, che aveva ribaltato le conclusioni raggiunte fino a quel momento dalla magistratura – la ricostruzione della vicenda più probabile e ragionevole appare essere quella dell’omicidio su commissione, attuato per impedire che le notizie raccolte da Ilaria Alpi e Miran Hrovatin in ordine ai traffici di armi e rifiuti tossici avvenuti tra l’Italia e la Somalia venissero portati a conoscenza dell’opinione pubblica italiana».

La storia di Ilaria Alpi inizia con l’intervista al sultano

Secondo quanto è emerso dalle indagini della Commissione parlamentare di inchiesta sul caso Ilaria Alpi, che ha ricostruito gli ultimi dieci giorni di Ilaria e Miran in Somalia, il pomeriggio del 15 marzo 2014 Ilaria e Miran erano andati a fare un’intervista al sultano di Bosaso, Abdullahi Moussa Bogor. Intervista che è durata tre ore.

La telecamera viene spenta e riaccesa due volte: tra una pausa e l’altra, si sente Ilaria che chiede al sultano di Mugne della nave sequestrata, degli scandali della cooperazione italo-somala, delle armi, dei rifiuti tossici seppelliti lungo la strada Garoe-Bosaso. Sarà lo stesso sultano a confermare gli argomenti affrontati nel corso dell’intervista da Ilaria. Lo farà l’8 febbraio del 2006 alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Alpi-Hrovatin.

Cooperazione con la Somalia e “malaffare”

«Shifco/Mugne/1400 miliardi Fai dove è finita questa ingente somma di denaro?». Questa frase è contenuta in un block-notes della giornalista del Tg3 arrivato in Italia, come emerge dalle testimonianze del processo di primo grado del 1999. Un elemento acquisito, tra gli altri, dalla Commissione bicamerale d’inchiesta sulla Cooperazione con i paesi in via di sviluppo che si è trovata anche a indagare sul caso Alpi.

Lo scopo della Commissione era verificare l’uso dei fondi della Cooperazione, proprio perché, come ha spiegato il 30 marzo 1999 nel corso del processo di primo grado l’onorevole Mariangela Gritta Grainer, già presidente dell’Associazione Ilaria Alpi, erano emersi diversi problemi di malaffare.

Tra i paesi su cui sviluppare questa inchiesta c’era anche la Somalia, in cui erano stati realizzati alcuni progetti: la strada Garoe-Bosaso, i pozzi, le navi della Shifco. Ma a marzo 2006 sono state sciolte le Camere e questo ha impedito alla Commissione di stendere e approvare una relazione definitiva sul caso.

La Shifco di cui parla l’appunto di Ilaria, invece, era una società di navigazione dello Stato somalo. Mentre Omar Mugne era il responsabile della società per conto del governo somalo, sino a quando, nel 1993, se ne è andato con le navi, appropriandosene senza alcun titolo.

Questo articolo è firmato da Serena Marotta, autrice del libro “Ciao, Ibtisam! Il caso Ilaria Alpi” pubblicato da Informazione libera.

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