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Petrolio, Exxon accusata di corruzione in Africa

L'ultimo rapporto di Global Witness sostiene che in Liberia Exxon, il gigante petrolifero texano, abbia aggirato la legge anti-corruzione voluta da Obama e pagato tangenti a funzionari del governo di Monrovia per ottenere una concessione petrolifera

Di Liberia non si parla spesso. Ultimamente in Italia se n’è scritto perché nel 2018 è stato eletto presidente George Weah, ex attaccante del Milan. Ma questa volta lo stato africano arriva sotto i riflettori dell’informazione per una storia di petrolio e corruzione che vede coinvolta Exxon Mobile. Il gigante americano, infatti, è accusato di aver aggirato la legge anti-frode statunitense, aver comprato azionisti a suon di dollari e aver condotto una manovra d’acquisto poco chiara di una licenza d’estrazione.

La Exxon è tra le maggiori compagnie petrolifere americane e Rex Tillerson, segretario di Stato dell’amministrazione Trump fino al 31 marzo 2018, ne è stato amministratore delegato in passato.

A sollevare queste nuove accuse è l’ultimo rapporto della ong Global Witness, “Catch me, if you can” (Prendimi, se ci riesci).

«Mentre gli Stati Uniti stavano investendo miliardi di dollari nella ricostruzione per i danni causati dalla guerra, Exxon – sotto l’occhio attento di Tillerson – stava minando questi stessi sforzi con il suo coinvolgimento in un settore petrolifero corrotto», ha detto Jonathan Gant, senior campaigner della ong.

Il petrolio non è dell’Africa: la strategia di Exxon

Tutto avrebbe avuto inizio nel 2011, quando Exxon, all’epoca guidata da Tillerson, organizzò un incontro a Londra con alcuni funzionari liberiani per discutere l’acquisto della concessione petrolifera relativa al Blocco 13.

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Aerea di estrazione definita “Blocco 13” – Fonte: Global Witness

Secondo un documento PowerPoint presentato da Exxon, di cui Global Witness dice di essere entrata in possesso, il gigante americano voleva acquisire il Blocco 13 ma era «preoccupato per alcune questioni riguardanti le leggi anti-corruzione degli Stati Uniti».

I problemi erano due: prima di tutto c’era il sospetto che la Broadway/Peppercoast (Bcp), la compagnia proprietaria della licenza, fosse in parte di proprietà di ex politici liberiani. Secondo, la Exxon sarebbe stata al corrente che la concessione era stata assegnata alla Bcp attraverso un sistema di mazzette.

Un sistema corrotto: coinvolti i politici liberiani

I due politici liberiani implicati nella vicenda sarebbero Jonathan Mason and Mulbah Willie, rispettivamente ministro e viceministro delle Attività estrattive. Il loro coinvolgimento era nascosto dietro il nome dell’avvocato liberiano di Bcp, che figurava essere l’unico proprietario ufficiale della compagnia all’epoca in cui Exxon ha acquisito il Blocco 13.

Nel 2005, in qualità di ministri del governo, Mason e Willie erano nella posizione di poter influenzare le concessioni. Che la prima acquisizione fosse falsata, invece, sarebbe emerso da un rapporto del governo di Monrovia, in cui si parla di tangenti pagate dalla Compagnia Petrolifera Nazionale (Nocal) a membri del Parlamento che avevano il potere di ratificare le licenze.

Legge Usa anti-corruzione raggirata da Exxon

Nonostante fosse a conoscenza di tutto ciò, dice sempre Global Witness, Exxon ha proceduto comunque all’acquisto della Bcp e della sua concessione. Non in modo lineare, però, ma avvalendosi di una società terza, per poter così raggirare il famoso articolo 1504 della legge anti-corruzione (Dodd-Frank Wall Street Reform and Consumer Protection Act), voluta da Barack Obama, osteggiata all’epoca proprio da Tillerson e votata dal Congresso nel 2010.

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Barack Obama mentre firma il Dodd-Frank Act (21 luglio 2010). Foto: Nancy Pelosi (via Flickr)

Nel 2013, la compagnia petrolifera americana ha quindi versato 120 milioni di dollari non alla liberiana Bcp, ma alla Canadian Overseas Petroleum Limited (Copl), società che aveva da poco acquisito i diritti della Bcp e che subito dopo li ha rivenduti a Exxon.

Il prezzo del petrolio: “bonus” pagati ai funzionari

Ma non è tutto. Gobal Witness, infatti, ha scoperto che il mese seguente il pagamento ufficiale, la Compagnia Petrolifera Nazionale (Nocal) avrebbe versato 210 mila dollari (somme ingenti proporzionate al costo della vita in Liberia) a funzionari locali che hanno autorizzato l’affare.

Ad essere coinvolti sarebbero esponenti di punta del governo o di compagnie statali strategiche: il ministro delle Finanze, Amara Konneh; il ministro della Giustizia, Christiana Tah; il ministro del Settore minerario, Patrick Sendolo; il presidente della National Investment, Natty Davis; l’amministratore delegato della Nocal, Randolph McClain; il presidente della commissione della Nocal, Robert Sirleaf. Tre di loro hanno dichiarato che i pagamenti che hanno ricevuto erano ufficiali, una sorta di bonus per quello che hanno definito «un ottimo affare».

Il greggio del Blocco 13: domande senza risposte

A marzo 2018, Global Witness ha scritto a Exxon, Copl, al governo liberiano, Bcp e ai suoi supposti proprietari richiedendo delucidazioni relative all’accordo sul Blocco 13. Ad oggi, l’unica risposta è arrivata dalla Copl.

«Siamo consapevoli delle accuse nei confronti degli azionisti di minoranza della Peppercoast (BCP)», ma alla luce di una approfondita operazione di due diligence (investigazione) non è stato rilevato che gli ex funzionari fossero co-proprietari di BCP e tutti gli azionisti hanno firmato accordi che garantivano che i loro pagamenti non sarebbero andati a terzi.

Dati sensibili e trasparenza sulle risorse naturali

L’indagine è stata possibile grazie alla pubblicazione dei dati relativi alle transazioni avvenute tra Nocal e funzionari liberiani. L’iniziativa è stata della Liberian Extractive Industries Transparency Initiative (Leiti), un’agenzia semi-indipendente che richiede alle compagnie attive nel settore delle risorse naturali di rendere pubblici i pagamenti che fanno al governo.

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La sede della Liberian Extractive Industries Transparency Initiative (LEITI) – Fonte: Global Witness

Il coinvolgimento di Exxon, invece, è emerso grazie all’articolo 1504. Lo stesso tanto osteggiato da Tillerson, quello che obbliga le compagnie attive nei settori estrattivi (petrolio, gas, miniere) a rivelare i pagamenti diretti ai governi. Ecco perché nel rapporto di Global Witness si legge:

«Il Congresso degli Stati Uniti dovrebbe continuare a sostenere l’attuazione dell’articolo 1504, esortando la Securities and Exchange Commission a garantire che venga pubblicata una nuova norma forte e votando contro ogni tentativo di indebolire o abrogare la legge».

Anche i cittadini possono fare qualcosa

A chiusura della propria indagine, l’ong pubblica una serie di raccomandazioni. Per impedire che le imprese petrolifere si rendano protagoniste di simili giochi di potere e corruzione, un modo c’è: la la Consob americana, la Sec, dovrebbe elaborare una norma che implementi l’articolo 1504 per spingere verso la pubblicazione disaggregata dei vari pagamenti ai governi. Trasparenza che invece non è richiesta in molti casi dalla maggior parte dei governi.

Per finire, in calce al rapporto c’è anche un numero di telefono, è quello del Congresso. Quella che lancia Global Witness è una vera e propria call-to-action ai cittadini americani: «Se siete negli Stati Uniti, chiamate questo numero 202-224-3121 e chiedete che venga protetto l’articolo 1504, in nome della trasparenza nel settore del petrolio e del gas».

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