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Migranti: lo strano sequestro della Open Arms, nave della ong Proactiva

La procura di Catania ha disposto il sequestro preventivo della nave Open Arms della ong spagnola Proactiva, che soccorre da 2 anni nel Mediterraneo i migranti in fuga dalla Libia. Tre persone sono accusate d'associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Ma dalle carte emergono contraddizioni

La procura di Catania ha disposto lo scorso 18 marzo il sequestro preventivo dell’imbarcazione Open Arms della ong Proactiva nel porto di Pozzallo e ha iscritto nel registro degli indagati la capo missione, Ana Isabel Montes, e il comandante della nave, Marc Reig Craus, in concorso con Gerard Canals, il coordinatore generale. Tutti stranieri e in forza a Proactiva, l’organizzazione di Barcellona che soccorre nel Mediterraneo i migranti in fuga dalla Libia da più di due anni.

Dal rifiuto della ong di affidare i migranti alla Libia allo sbarco in Italia, nel porto di Pozzallo

L’accusa è quella di associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, reati ipotizzati dopo gli avvenimenti successi fra il 15 e il 17 marzo. In quei giorni, i volontari della organizzazione non governativa si sono rifiutati di restituire i 218 migranti soccorsi in tre distinte operazioni di salvataggio, avvenute in acque internazionali al largo della Libia, a una motovedetta della Guardia costiera di Tripoli che era arrivata nel frattempo.

Successivamente, la nave Open Arms di Proactiva ha puntato la prua verso nord, collaborato con le autorità maltesi alle procedure Medevac (Medical Evacuation, evacuazione medica) nei confronti di una madre africana e un neonato di tre mesi in gravi condizioni cliniche e, infine, ha fatto rotta verso la Sicilia con «l’unico scopo di approdare in Italia» – si legge nel provvedimento – in attesa che la Guardia costiera italiana indicasse loro un luogo sicuro in cui attraccare (quello che viene definito in gergo un Pos, Place of Safety). Dopo quasi 48 ore d’attesa, questa località è stata individuata nel porto di Pozzallo.

Ma nelle 15 pagine del decreto di sequestro, firmate dal sostituto procuratore Fabio Regolo, non sembra essere tutto così lineare come appare, mentre si aspetta l’udienza di convalida da parte del presidente dell’ufficio Gip di Catania, Nunzio Sarpietro, che ha tempo fino al 31 marzo per esprimersi.

Gli interrogatori dell’equipaggio della ong Proactiva

Il primo snodo riguarda come sono stati condotti gli interrogatori nei confronti degli spagnoli oggi indagati. All’arrivo a Pozzallo, la capo missione Isabel Montes e il capitano Marc Reig Craus sono stati condotti per diverse ore al posto di polizia presso l’hotspot, dove hanno rilasciato dichiarazioni spontanee alla presenza di vari uomini di polizia giudiziaria di diversi corpi, incluso il commissario capo della squadra mobile di Ragusa.

Gli agenti, oltre a verbalizzare, hanno fatto delle domande e, secondo quanto scritto dal pm di Catania, un sostituto commissario di nome Fernando Perino si è fatto carico di un’immediata traduzione orale dall’italiano allo spagnolo del verbale. Che, proprio per questa ragione, non sarà firmato.

migranti
Foto di Francesco Floris

Secondo quanto dichiarato a Osservatorio Diritti dall’avvocato Rosa Lo Faro che difende il capitano Marc Reig, alcuni passaggi delle deposizioni sarebbero stati tradotti da un altro uomo dell’equipaggio di Proactiva, un volontario. Non sarebbe dunque mai stato chiamato un interprete di professione, mentre il decreto di sequestro dei telefoni cellulari notificato in seguito è stato tradotto in spagnolo per iscritto e quindi firmato dagli indagati.

Testimoni o indagati? Una falla nelle comunicazioni

Durante le dichiarazioni, pare che gli spagnoli non sarebbero stati informati del fatto che gli si contestasse un reato, tanto che, tornati sulla nave ormeggiata in porto, sarebbero stati pronti a ripartire dopo aver informato la capitaneria via mail di questa loro intenzione. Solo a quel punto, nella notte del 17 marzo, sarebbero stati avvertiti del fatto che sull’imbarcazione pendeva un provvedimento della magistratura e gli sarebbe dunque stato intimato di non lasciare il territorio italiano.

Il passaggio è cruciale. Senza informare che si stava trattando di ipotesi di reato, verrebbero a mancare una serie di garanzie: ad esempio, la possibilità di non rispondere alle domande o la mancata interruzione da parte degli agenti di polizia per informare chi sta parlando che qualunque cosa detta potrebbe essere usata in seguito contro di lui. Per questa ragione, pare che le dichiarazioni rilasciate quella sera non potranno in ogni caso essere utilizzate in un processo.

Ma il sostituto procuratore Fabio Regolo le ha inserite comunque a supporto del provvedimento, scrivendo che «a specifica domanda, il capitano riferisce di non aver ottemperato alle indicazioni da lui giunte dai diversi Imrcc (International Maritime Rescue Centre, i centri marittimi internazionali di salvataggio, nel caso in questione quelli di Italia, Spagna e Malta, ndr) intervenuti, in quanto così suggerito dal coordinatore generale (della ong, ndr)».

L’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e associazione per delinquere

I presunti reati sono stati commessi a Ragusa e la procura lo scrive a chiare lettere. Perché allora a indagare è Catania? Perché questa volta c’è anche l’associazione per delinquere, oltre al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, e quindi la competenza diventa della procura distrettuale di turno.

Catania, quindi, contrariamente a quanto avvenuto la scorsa estate quando a finire sotto la lente degli inquirenti di Trapani, che si tennero in proprio il fascicolo, fu l’imbarcazione Juventa della ong tedesca Jugend Rettet. Nel caso di Trapani si sarebbe trattato di spostare tutto presso la direzione distrettuale antimafia di Palermo.

Da cosa nasce in questo caso l’associazione per delinquere, caso piuttosto insolito di reato associativo volto a commettere un singolo crimine in una singola data, invece che una serie continuativa di delitti facenti parte di un disegno criminoso? Nasce proprio dalla dichiarazione del comandante Reig Craus, quando questi ha citato il coordinatore generale della ong, Gerand Canals, che si trovava in Spagna e non nel Mediterraneo.

Il suo coinvolgimento porta così a tre le persone indagate, che è poi il numero minimo necessario per contestare l’associazione per delinquere e spostare l’intero fascicolo da Ragusa a Catania. Nella procura retta da Carmelo Zuccaro, il magistrato che nel 2017 ha fatto parlare di sé ipotizzando piani e complotti per destabilizzare l’economia italiana da parte delle ong e collegamenti delle stesse con reti di trafficanti in Libia. Lo fece senza presentare prove in merito, più con le numerose interviste rilasciate ai media che non avviando azioni giudiziarie.

Le «acque Sar libiche» che non esistono

La procura scrive che «il capitano e la capo missione dopo essersi confrontati tra loro e con il coordinatore generale della ong (in quei momenti situato in Spagna) decidevano arbitrariamente di continuare la ricerca e poi il soccorso degli eventi per i quali la Guardia Costiera libica (le operazioni sono avvenute tutte in acque Sar libiche) aveva assunto il comando e quindi la responsabilità chiedendo espressamente e per iscritto di non volere nessuno nella zona teatro dell’evento per garantire la sicurezza delle fasi di soccorso».

In questo ricostruzione, però, alcuni punti non sembrano essere espressi in modo corretto. Le «acque Sar libiche» citate dal magistrato, infatti, da un punto di vista legale non esistono. Nessuno, dunque, è in grado di dire quanto sia vasta quest’area, oppure fra quali coordinate sia compresa.

L’Organizzazione marittima internazionale (Imo), infatti, non la inserisce nelle proprie mappe dopo che proprio Londra, sede degli uffici Imo, aveva respinto a dicembre 2017 la richiesta libica di ratificare una loro area Sar. Un fatto, questo, di cui è senz’altro informato il capitano di vascello Gianpaolo Bensaia, titolare dell’ufficio marittimo all’ambasciata italiana di Londra.

Il Codice di condotta voluto da Minniti non è una legge

Per i magistrati che indagano sulla ong impegnata nel salvataggio dei migranti nel Mediterraneo, «il comportamento tenuto dagli indagati risulta inoltre in violazione dei dettami del Codice di Condotta che è stato dettato dalle Autorità Italiane». Il codice di condotta voluto dal ministro Minniti la scorsa estate non è una legge dello Stato. Non è un articolo del codice penale e non prevede reati. È quindi piuttosto strano che la Procura della seconda città siciliana lo affianchi al Codice penale come base giuridica per contestare comportamenti illeciti a dei privati.

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