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Acqua: una Giornata mondiale per affermare che è un bene comune

La Giornata mondiale dell'acqua istituita dall'Onu nel 1992 arriva anche quest'anno per ricordarci che si tratta di un bene comune. Eppure l'acqua è spesso privatizzata, inquinata, accaparrata da pochi. E questa sera ne parla anche al Festival dei diritti umani di Milano

Nature for water” ovvero “Natura per l’acqua”: è questo il tema della Giornata mondiale dell’acqua 2018. Come dire: le soluzioni a siccità e inondazioni sono da cercare nella natura. Il ciclo naturale dell’acqua, infatti, è stato alterato e minacciato proprio dall’intervento umano, con conseguenze su tutti gli ecosistemi.

Giornata mondiale dell’acqua 2018 (World Water Day)

La Giornata mondiale dell’acqua esiste da ormai 26 anni. Dal 1992, infatti, l’Onu ha deciso che l’acqua meritasse di essere celebrata in una ricorrenza fissata, appunto, il 22 marzo. La decisione è stata presa nell’ambito delle direttive della cosiddetta Agenda 21.

In occasione del World Water Day, questo il nome originario in inglese della giornata, le Nazioni Unite chiedono a tutti gli Stati membri di lavorare su questo tema e in tutto il mondo si organizzano ogni anno attività di sensibilizzazione e promozione affinché il diritto all’acqua possa essere sempre più rispettato.

Contratto mondiale per l’acqua come «bene comune»

In occasione di questa giornata internazionale, il Contratto Mondiale sull’acqua lancia un appello: «Deve essere considerata un bene comune, fonte di vita e quindi un capitale naturale, non mercificabile». Per difenderla servirebbero dunque più strumenti di diritto che infrastrutture. Rigenerare foreste, proteggere fiumi e salvaguardare le zone umide: sono queste le strade da percorrere.

Il Contratto Mondiale sull’acqua ha come obiettivo quello di garantire norme internazionali vincolanti per l’accesso all’acqua, assicurando il rispetto di un diritto umano. «Una risorsa sancita dalle Nazioni Unite come diritto umano viene in realtà mercificata», spiega Marirosa Iannelli, ricercatrice della London School of Economics e presidente del Water Grabbing Observatory. Che aggiunge: «Può apparire una parola un po’ forte, ma indica un bene che viene commercializzato, da cui si ricava profitto: questa è mercificazione».

Water grabbing: una risorsa inaccessibile

Secondo le Nazioni Unite sono più di 663 milioni le persone che vivono ancora senza un accesso all’acqua vicino a casa. Persone che devono camminare per chilometri o fare lunghe code per poter usufruire delle risorse idriche.

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Oxfam rifornisce di acqua potabile un campo di rifugiati in Etiopia. Foto: Oxfam East Africa (via Wikimedia)

A rendere ancora meno sicuro l’accesso all’acqua è il fenomeno globale di accaparramento della risorsa idrica o water grabbing. Questo fenomeno ha diversi volti, come spiega Marirosa Iannelli, coautrice, insieme a Emanuele Bompan, del libro “Water Grabbing – le guerre nascoste per l’acqua nel XXI secolo“: dalla costruzione di dighe alla privatizzazione di fonti idriche, fino all’inquinamento delle acque a causa di attività industriali.

«Si tratta della sottrazione, in maniera illecita, della risorsa idrica alle popolazioni locali e della depauperazione e depredazione degli ecosistemi».

Privatizzazione acqua: Indonesia contro multinazionali

Esemplificativo del processo di privatizzazione e dei vincoli che genera, è il caso dell’Indonesia. «Il governo indonesiano ha trattato per poter porre fine alle concessioni con diverse aziende, vista la gestione pessima dei servizi idrici e delle reti fognarie», spiega ancora Marirosa Iannelli. Il governo per uscire dal contratto, infatti, è stato portato in causa di fronte ad un arbitrato internazionale. Questo ha comportato un esborso rilevante di risorse da parte del governo indonesiano.

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«Negli anni si è creato un movimento di protesta molto forte che è riuscito ad arrivare alla corte suprema che ha bloccato il processo», racconta la ricercatrice. «La corte ha dimostrato che le aziende multinazionali non hanno rispettato una serie di clausole contrattuali relative all’efficienza del servizio, quindi il governo avrebbe potuto recedere dal contratto senza incorrere in penali».

Grandi dighe e diritti violati: manca l’acqua potabile

Il fenomeno del water grabbing è strettamente connesso alla violazione dei diritti umani, come spiega Marirosa Iannelli: «La popolazione si ritrova senza l’accesso all’acqua o con acqua inquinata, perché non vengono fatti controlli o manutenzioni adeguate alle tubature».

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La diga delle tre gole in Cina (Foto: Christoph Filnkößl, via Wikimedia)

I progetti più eclatanti, da questo punto di vista, sono le grandi dighe. Alcuni paesi hanno puntato su investimenti importanti per la costruzione di gruppi di dighe per la produzione di energia idroelettrica.

«In Etiopia la costruzione del gruppo Gibe, composto da 5 dighe, ha provocato lo spostamento forzato di 500.000 persone, quanto la città di Bologna», sottolinea.

Le compensazioni sono sostanzialmente inesistenti: «Si limitano al denaro, che si esaurisce, mentre servirebbero terre adatte alla coltivazione». Secondo Marirosa Iannelli la responsabilità non è da individuare solo nelle compagnie costruttrici, ma anche nel governo etiope. «In molti casi manca una valutazione di impatto della costruzione, sia ambientale che sociale».

Oro blu fonte di conflitti, a partire da progetti idroelettrici

Ad oggi sarebbero più di 500 le contese giuridiche che riguardano l’acqua e la sua gestione.

«Non tutti i conflitti arrivano nei tribunali, esistono anche quelle che definiamo “guerre nascoste”, tra le popolazioni che si devono contendere l’accesso all’acqua», sottolinea la ricercatrice.

Marirosa Iannelli evidenzia come a generare il maggior numero di conflitti siano i progetti idroelettrici, previsti in crescita nei prossimi anni. «Potremmo dunque supporre che anche le contese aumenteranno».

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Pompa d’acqua in un villaggio del Pakistan (foto DFID – UK Department for International Development, via Wikipedia)

In molti paesi africani si assiste alla depredazione dei principali bacini per generare energia o per garantire l’irrigazione delle grandi piantagioni. A complicare il quadro sono le crisi idriche dovute ai mutamenti climatici, che aggravano un panorama già complesso. L’accesso all’acqua rappresenta, in molti paesi, una vera e propria competizione tra gli usi umani: industriali, agricoli e cittadini.

In Africa meno acqua per la sussistenza dei contadini

Secondo i dati delle Nazioni Unite, entro il 2050 la maggior parte della popolazione mondiale sarà concentrata nelle aree urbane. Questo significa che le città diventeranno i principali poli di attrazione delle risorse idriche. Già oggi emerge la conflittualità che esiste tra usi cittadini e agricoli, nei paesi africani in particolare. «I piani d’investimento per la costruzione e la gestione delle infrastrutture idriche privilegiano i centri urbani rispetto alle zone rurali e questo soprattutto in Africa», dice ancora Iannelli.

«Leo Heller, relatore speciale delle Nazioni Unite per il diritto all’acqua e ai servizi igienici sanitari, ha fatto presente la volontà di mantenere un equilibrio di investimento tra zone rurali e urbane», ricorda la ricercatrice. «La priorità, però, viene data ai cittadini».

Secondo Iannelli aumenterà la disparità nella gestione dell’acqua in agricoltura: «Quelli che ci rimetteranno di più saranno i contadini che vivono di colture di sussistenza. Avranno sempre meno accesso all’acqua e saranno costretti ad emigrare dalle zone rurali a quelle urbane».

«Diritti umani e diritti ambientali sono temi interconnessi. E non bisogna dimenticare la gestione economica delle risorse naturali: terra e acqua».

Marirosa Iannelli sarà tra i protagonisti dell’evento “Acqua: un diritto promesso a tutti, a disposizione di pochi”, in programma oggi alle 18 nel Salone d’Onore della Triennale di Milano nell’ambito del Festival dei Diritti Umani. Osservatorio Diritti è media partner dell’evento.

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