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Lavoro minorile: Zanzibar, l’isola dei bambini schiavi

Centotrentamila bambini dell'arcipelago della Tanzania vivono come schiavi nelle case dei ricchi di Zanzibar. Sono vittime di sfruttamento minorile e schiavitù domestica. E le bambine sono anche abusate dai loro aguzzini

Centotrentamila bambini tanzaniani vivono come schiavi nelle case dei ricchi di Zanzibar. È una delle piaghe che più affliggono la Tanzania e allo stesso tempo è anche uno dei drammi meno noti e più sottaciuti del Paese dell’Africa orientale: lo sfruttamento minorile e l’impiego dei bambini come schiavi domestici nelle case private.

Diritti dei bambini: i dati del lavoro minorile in Tanzania

Dati certi su quanti siano i minori costretti a lavorare oggi nelle case di famiglie benestanti o i strutture turistiche del Paese africano sono difficili da reperire. Nel rapporto della ong locale Anti Slavery Tanzania si legge di quasi un milione di minori impiegati in questo tipo di lavoro.

La cartina: dove si trova Zanzibar

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Mappa tratta da Google Maps

Nel report più dettagliato del governo della Tanzania Mainland National Child Labour Survey, invece, si scopre che sono oltre 5 milioni i bambini e ragazzi, dai 5 ai 17 anni, che non frequentano la scuola ma lavorano. Di questi, 110 mila bambine e 20 mila ragazzi, sono impiegati in quelli che vengono chiamati “lavori domestici“.

Schiavitù come “opportunità” per le famiglie povere

Questa tipologia di impiego dei minori suscita maggiore preoccupazione rispetto ad altri lavori che svolgono i ragazzi in Tanzania a causa della dualità di facciata con cui si presenta il fenomeno. Spesso, infatti, questo schiavismo minorile viene presentato come un’opportunità per le famiglie più indigenti, originarie nella maggior parte dei casi di aree rurali del Paese.

Molti bambini vengono incoraggiati dai propri genitori ad andare a lavorare presso ricche famiglie o in strutture turistiche, attratti anche dalla promessa che i figli guadagneranno abbastanza per aiutare la famiglia e che avranno pure la possibilità di studiare.

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Un giovane a Zanzibar

Per alcuni, in effetti, questo accade. Ma per la maggior parte delle vittime si tratta di una promessa di facciata che in realtà nasconde incubi in grado di distruggere il contingente dell’infanzia ma anche l’avvenire dei bambini.

Storia di Rachel, bambina vittima di sfruttamento

Rachel è una bambina che fa parte della schiera degli schiavi domestici, picchiata e chiusa in una latrina per punizione

«Era maggio quando dei reclutatori sono venuti nel mio villaggio e hanno persuaso i miei a mandarmi a Zanzibar a lavorare da loro. Io ho creduto alle loro promesse, inoltre volevo anche vedere un posto nuovo e lì c’era il mare».

Questa è la storia di Rachel, una bambina che oggi partecipa a un programma di recupero e reinserimento che ha deciso di raccontare la sua drammatica storia sulle pagine del quotidiano inglese The Guardian.

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Il paradiso dei turisti diventa inferno di lavoro minorile

«Quando poi sono stata portata a Zanzibar, lì è iniziato l’inferno. Lavoravo dall’alba al tramonto, alla minima infrazione venivo picchiata, non ero neppure pagata e una volta per punizione mi hanno chiusa in una latrina per 11 ore». Una storia comune a migliaia di altri bambini in Tanzania e a Zanzibar, un’isola che oggi è un paradiso per turisti ma oltre alle spiagge e alle acque cristalline vanta un presente di schiavismo minorile e un passato ben poco glorioso. Zanzibar, infatti, è stato il principale porto di smistamento degli schiavi che, prelevati dalla regione dei Grandi Laghi, venivano condotti sull’Isola per poi essere portati nella Penisola Arabica o in India.

Zanzibar: bambine e adolescenti abusate sessualmente

Oggi a Zanzibar è presente soltanto un centro, o meglio rifugio, per i bambini che scappano dalla situazione di schiavitù in cui, all’improvviso, si trovano a vivere. E uno degli aspetti inquietanti di questa realtà è che i minori, spesso, quando arrivano nel luogo protetto e raccontano la loro storia, non solo denunciano di essere stati costretti a lavorare in condizioni disumane, di essere stati picchiati e maltratti ma, soprattutto le bambine, denunciano anche di essere state in più occasioni vittime di abusi sessuali.

«Il mio capo mi ha chiesto un giorno se lo amavo. Poi mi ha fatto sedere sulle sue gambe e mi ha baciato e dopo mi ha portata in una stanza. Eravamo soli. Ha chiuso la porta e mi ha detto di non avere paura. Questo è successo più volte».

A parlare è ancora Rachel, 14 anni, vittima di ripetute violenze sessuali durante l’anno che ha trascorso a lavorare per una famiglia altolocata di Zanzibar. È riuscita poi a fuggire, è scappata alla stazione di polizia e poi è stata condotta in un centro di accoglienza per minori.

Traffico di esseri umani: Paese africano non vince lotta

La schiavitù minorile in Tanzania è il principale problema per quanto riguarda il traffico di esseri umani nel Paese. Il dipartimento di stato degli Stati Uniti, nel suo report sul traffico di esseri umani del 2017, ha dichiarato che il Paese africano sta compiendo sforzi significativi per arginare il dramma della tratta dei bambini.

E a riprova di questo ha portato il fatto che nel 2016 cento persone sono state indagate con l’accusa di essere dei trafficanti, un anno prima invece erano stati soltanto 12 gli uomini portati alla sbarra con questa accusa. Il report però conclude con una chiosa che evidenzia la drammaticità della situazione: «Nonostante gli sforzi dimostrati dall’amministrazione della Tanzania, ad oggi però non si riscontrano nel Paese gli standard minimi perchè si possa riuscire ad arrestare questo fenomeno».

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2 Commenti
  1. Stuart dice

    Non so come e dove di documentate ma questo articolo e’ totalmente assurdo.
    Ci tengo a precisare che vivo a Zanzibar da 10 anni.

  2. Redazione dice

    Gentile lettore, grazie per averci scritto. Vivere in un posto da 10 anni non significa, come potrà convenire, conoscere i retroscena più crudeli celati e indecorosi di una specifica realtà. Uno dei compiti dei giornalisti, invece, è fare proprio questo: portare alla luce gli aspetti più reconditi e anche dolorosi attraverso tutte le fonti disponibili, ufficiali e testimonianze dirette. Proprio come si propone di fare questo articolo. L’approfondimento qui proposto, fra l’altro, cita anche dati e statistiche dello stesso governo tanzaniano. Facciamo notare infine che alcune di queste informazioni sono state pubblicate anche dall’autorevole testata britannica The Guardian. Se dovesse avere prove che mettono in discussione quanto scritto in questo articolo, naturalmente, la invitiamo a scriverci (nella sezione “Contatti” trova tutti i riferimenti). Il nostro scopo, come quello di ogni giornalista che fa il proprio mestiere con coscienza e impegno, è quello di avvicinarci il più possibile alla verità dei fatti. Grazie ancora per l’interessamente, cordiali saluti, la Redazione

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