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Olio di palma sostenibile: come funziona la certificazione

L’espulsione di chi viola i principi della Tavola per l'olio di palma sostenibile è un fallimento per l'ente certificatore. Mentre per le ong l’esclusione di chi infrange le regole è garanzia di sostenibilità. Ecco cosa risponde Stefano Savi della Tavola rotonda

«Espellere un membro perché non ha rispettato le regole, anche se può sembrare un successo mediatico, per noi è un fallimento perché non avremo più modo di migliorare il suo operato». A sostenerlo è Stefano Savi, responsabile engagement della Tavola rotonda per l’olio di palma sostenibile (Rspo). Un ente che si propone di certificare l’intera filiera del prodotto e che si trova spesso al centro delle polemiche di associazioni e ong.

Da Amnesty International a Friend of the Earth International, infatti, in molti hanno già chiesto a Rspo di escludere dalla certificazione di sostenibilità i membri che violano i principi sottoscritti. In questa intervista a Osservatorio Diritti, Stefano Savi racconta come si muove la Tavola rotonda quando vengono denunciate violazioni di diritti umani legati alle piantagioni di palma da olio.

Come funziona l’iter per certificarsi con la Tavola rotonda per l’olio di palma sostenibile?

La vision di Rspo prevede la trasformazione del 100% del mercato in sostenibile. Per poterlo fare abbiamo deciso di adottare una politica di coinvolgimento e impegno. Viene effettuata una piccola ricerca sul passato dell’azienda, che ottiene la membership e deve progettare i passi per il raggiungimento del 100% della sostenibilità. A quel punto l’azienda può cominciare a certificarsi, ma non può ancora esporre alcun marchio fino a che non viene certificata l’intera filiera.

Chi si occupa dei controlli e con quale cadenza sono effettuati?

Sia i membri non certificati, sia le aziende certificate, devono seguire i principi di Rspo. Se si verifica una violazione dei principi di Rspo, allora il membro non è in regola. Quando si tratta di un soggetto certificato, viene controllato dall’ente certificatore. Si tratta di enti terzi che effettuano un controllo annuale sul campo dei mulini e delle piantagioni e forniscono un certificato che vale 5 anni e va verificato annualmente. Gli enti certificatori a loro volta sono accreditati dall’Accreditation Service International (Asi) che controlla il loro lavoro.

Cosa accade quando uno dei membri viola gli accordi presi con Rspo?

La denuncia viene diretta all’Asi, che verifica come mai l’ente certificatore non abbia individuato il problema al momento della certificazione. Quando la denuncia riguarda un membro non certificato, interviene un gruppo di controllo composto da più soggetti che facilita il dialogo tra il membro indagato e il soggetto che ha esposto la violazione. Il dialogo continua fino a quando c’è volontà da entrambe le parti. Se il problema non può essere risolto, allora a quel punto può partire la sospensione della membership o l’espulsione.

Cacciare fuori un membro, che può sembrare un successo dal punto di vista mediatico, per noi è un fallimento perché non avremo più modo di migliorare il suo operato.

Olio di palma e accaparramento delle terre

Come avviene per molte monocolture da reddito, le terre sono spesso di dubbia origine, reclamate dalle popolazioni locali ma coltivate da compagnie nazionali o straniere. Vi occupate anche di verificare l’origine delle terre che vengono coltivate a olio di palma?

Olio di palma

Piantagione di palma da olio in Indonesia Foto: Achmad Rabin Taim (via Wikimedia)

Quello che è avvenuto prima del 2005 dal punto di vista sia della deforestazione sia dell’appropriazione delle terre è difficile da giudicare. I membri devono produrre un documento d’impatto ambientale e sociale che va a guardare anche al passato dell’azienda. La compagnia, infatti, deve dichiarare di non aver violato il consenso preventivo, libero e informato. Il processo si basa comunque sul principio di volontarietà del membro che vuole certificarsi. Si tratta di dati difficili da verificare.

La produzione: filiera di micro aziende e controllate

Quella dell’olio di palma è una filiera molto complessa, caratterizzata da una miriade di piccole aziende e soggetti intermediari. Come si riesce effettivamente a certificare tutti i passaggi e tutto il sistema di aziende controllate?

Esistono due modi di vedere la certificazione: uno è quello del bastone e l’altro è quello della carota. Il sistema del bastone funziona fino ad un certo punto. Rspo si basa sulla volontà del membro di voler operare secondo i criteri di sostenibilità. La compagnia che si associa deve dichiarare tutte le sue società controllate minori. Se una holding possiede delle aziende “buone” e delle aziende “cattive”, non può certificare solo le buona entità.

Da parte di Rspo ci sono controlli essenziali, ma molto di basa sul fatto che ci siano delle dichiarazioni trasparenti da parte delle compagnie. In altri casi viene adottato il sistema mass balanced, ovvero c’è la possibilità di avere materiale non certificato che si mischia a materiale certificato a qualunque punto della filiera, però l’azienda deve dichiarare solo la percentuale di materiale effettivamente certificata.

Se certificare i grandi produttori non è facile, è ancora più difficile certificare i piccoli contadini.

Da quando Rspo è nata, nel 2004, si propone di trasformare l’intero mercato dell’olio di palma. La certificazione deve diventare la norma nell’industria. Il 40% dell’olio di palma viene prodotto da piccoli coltivatori, ovvero coloro che possiedono fino a 50 ettari di terreno. Dal 2017 abbiamo cominciato a lavorare con reti di associazioni di produttori, in particolare in Indonesia.

La tavola per la certificazione dell’olio di palma sostenibile ha creato anche un fondo di supporto per i piccoli coltivatori che permetta loro di poter sostenere anche economicamente il processo di certificazione. Fino ad oggi abbiamo stanziato circa 4 milioni di dollari, di cui circa la metà sono già stati utilizzati per dei progetti specifici. Ad oggi abbiamo certificato più di 100.000 piccoli coltivatori a livello globale.

Nel vostro sistema di certificazione è previsto anche il contract farming, i contadini a contratto, che vendono la loro produzione a una determinata compagnia?

Queste situazioni ci sono ed è soprattutto attraverso questo sistema che anche i piccoli contadini vengono certificati. Per poter certificare un mulino è necessario che tutti i fornitori, che siano grandi piantagioni o piccoli produttori, siano certificati. C’è da dire che è in queste situazioni che si verificano più problemi, soprattutto se manca un controllo diretto da parte dell’azienda sul tipo di produzione e sull’operato dei contadini.

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