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Una giornata mondiale per dire no alle mutilazioni genitali femminili

Si celebra oggi, 6 febbraio, la Giornata internazionale contro le mutilazioni genitali femminili. Una pratica che conta ancora 200 milioni di bambine e ragazze vittime in tutto il mondo. Ecco cosa sono le Mgf, perché sono state introdotte, dove, con quali conseguenze e le iniziative in corso per combatterle

Nessun beneficio, solo violenza e dolore: questo ripete da ormai 53 anni chi si oppone alle mutilazioni genitali femminili (Mgf). La battaglia per la messa totale e definitiva al bando di questa odiosa pratica arriva da lontano e ha nel 1965 il primo risultato concreto: la Guinea è il stato primo paese al mondo ad approvare una legge per contrastarle. Oggi, dei 29 paesi in cui questa pratica è ancora diffusa, 25 hanno normative che le mettono al bando. I casi di mgf sono in calo in tutto il mondo, ma ogni anno sono ancora migliaia le giovani che rischiano di esserne vittime.

Purtroppo decenni di campagne di sensibilizzazione, fino alla prima Risoluzione dell’Onu nel 2012, riaffermata due anni dopo, non sono finora bastati: nel mondo sono ancora 200 milioni le bambine e le ragazze che hanno subito mutilazioni genitali femminili e più del 20% aveva meno di 14 anni al momento della pratica.

L’Onu ha fissato la messa al bando totale entro il 2030, inserendo questo tema tra gli obiettivi dell’Agenda per lo sviluppo sostenibile, e incassando il sostegno di Unione Europea, Unione Africana, e Organizzazione Islamica per la cooperazione.

Oggi, 6 febbraio, si celebra la Giornata internazionale contro le mutilazioni genitali femminili.

Mgf: cosa sono e perché sono state introdotte

Ogni comunità perpetua le proprie tradizioni: si va dalla rimozione del clitoride (clitoridectomia), a quella totale o parziale delle piccole e grandi labbra (escissione), fino alla quasi totale chiusura dell’orifizio vaginale (infibulazione).

Questa pratica si fa risalire alla cultura dell’antico Egitto, ed è quindi di molto precedente alla scrittura del Corano. L’islam, infatti, non la sostiene in alcun modo.

Il controllo della vita sessuale delle schiave potrebbe essere una delle motivazioni che ne hanno causato la nascita. La volontà maschile di sottomettere la donna ha poi permesso che questa pratica si diffondesse e radicasse, assimilandola ad un cruciale rito di passaggio.

Dove si praticano le mutilazioni genitali femminili

È l’Africa il continente dove le Mgf sono più diffuse. In Somalia si stima che la percentuale di donne mutilate sia del 98 per cento. Altissime le percentuali anche in Guinea (97%) e Gibuti (93%).

Sierra Leone, Mali, Egitto, Sudan, Eritrea, Burkina Faso, Gambia: in questi paesi le donne sopra i 15 anni che hanno subito mutilazioni genitali femminili sono tra il 75 e il 90% della popolazione femminile. In alcune comunità vengono però praticate sulle bambine di 4 o 5 anni, in altre ancora addirittura sulle neonate.

Le conseguenze delle Mgf per ragazze e bambine

Le donne “tagliatrici” sono figure di spicco della comunità. Per incidere spesso usano lamette o strumenti affilati, non sterilizzati. Il taglio anche parziale dei genitali è doloroso, la ricucitura lo è ancora di più.

La mancanza di attenzioni sanitarie adeguate causa spesso infezioni. Ma il peggio spesso arriva dopo: cistiti, emorragie, ritenzione urinaria, dolore durante i rapporti sessuali, problemi e complicanze durante il parto, alta mortalità di parto e infantile alla nascita.

Eppure la pressione sociale molto spesso spinge anche madri e nonne che hanno subito la pratica a ripeterla sulle proprie figlie e nipoti. Chi non si sottopone al taglio viene esclusa dalla comunità, getta la propria famiglia nella vergogna, non troverà marito. La mutilazione invece corrisponde in genere all’esclusione dalla vita scolastica e all’inizio di quella matrimoniale.

Il radicamento culturale è tale che le uniche arme per combatterla sono l’informazione, il dialogo, la mediazione.

Mappa delle mutilazioni genitali femminili

Le mutilazioni genitali femminili sono praticate anche in alcuni paesi asiatici e del Medio Oriente (come in Yemen o in Iraq), ma la sempre più radicata presenza di comunità immigrate africane ha portato anche l’Europa a doversi confrontare con questa pratica.

Considerato che nei paesi europei sono illegali, bambine e ragazze di seconda e terza generazione possono essere più facilmente sottoposte a Mfg quando tornano a visitare i parenti nelle comunità d’origine. Secondo studi dell’Università di Milano Bicocca, in Italia ci sarebbero tra 61.000 e 80.000 donne che hanno subito la mutilazione dei genitali.

Per contrastare questo fenomeno, sono nati progetti specifici, come After, supportato tra gli altri da ActionAid, ong impegnata per porre fine a questa pratica anche tra le comunità migranti residenti in Europa. After è attivo in Belgio, Irlanda, Italia, Spagna e Svezia e si rivolge soprattutto alle donne, proponendo percorsi di formazione e promuovendo incontri con testimoni e attiviste che lavorano sul campo per combattere le Mgf. In occasione della giornata del 6 febbraio 2018, ActionAid  ha lanciato la campagna social #endFGM, il cui simbolo è un soffione viola, espressione del desiderio di libertà.

mutilazioni genitali femminili

Il soffione simbolo della campagna di Actionaid contro le mutilazioni genitali femminili

In Liberia mutilazioni al bando per un anno

Lo scorso 18 gennaio, tra i suoi ultimi atti prima di lasciare il posto al successore George Weah, l’ex presidente della Liberia, Ellen Johnson Sirleaf, prima donna capo di stato africana e premio Nobel per la pace nel 2011, ha firmato un bando di un anno alle Mgf sulle minorenni.

La pratica resta permessa sulle adulte consenzienti, una condizione non sufficiente a garantire la loro incolumità secondo gli attivisti per i diritti umani, considerata la forte pressione sociale. I movimenti che combattono le mutilazioni genitali femminili stanno ora spingendo sul neo presidente perché renda il bando permanente. Non è una battaglia facile: il provvedimento appena approvato era parte di un più ampio disegno di legge sulla violenza domestica, bocciato alla Camera alta del Parlamento di Freetown perché considerato in contrasto con la cultura e le tradizioni locali.

Tanzania: mappe virtuali e rifugi contro le Mgf

In Tanzania, il 15% delle donne tra i 15 e i 49 anni ha subito Mgf, nonostante la pratica sia legalmente vietata dal 1998 e punita con 15 anni di carcere. Il fenomeno è in diminuzione in tutto il paese, grazie anche alle campagne di sensibilizzazione che raggiungono le comunità rurali, dove questa tradizione è particolarmente consolidata.

Proprio per aiutare le giovani che vivono nelle aree più remote, dal 2015 c’è uno strumento che si è rivelato estremamente utile: è il progetto Crowd2map Tanzania, che unisce una mappa di tutto il paese a una rete di luoghi sicuri, dei veri e propri rifugi per chi sta per subire una mutilazione.

A realizzare le mappe virtuali sono volontari ormai da tutto il mondo, che poi mettono in rete il loro lavoro per farlo verificare da chi sta sul campo. Le squadre di volontari locali hanno il ruolo più importante: quando arriva una segnalazione devono individuare il villaggio da cui proviene e raggiungerlo, per accompagnare chi si trova in pericolo al luogo sicuro più vicino. È grazie alla mappatura se si riescono a individuare e raggiungere villaggi prima senza coordinate geografiche.

Kenya: la legge contro mutilazioni genitali non funziona

In Kenya la legge che ha messo al bando le Mgf risale al 2011, ma la pratica è ancora diffusa. La società però si sta creando degli anticorpi al passo coi tempi e un anno fa cinque ragazze keniane hanno creato una App che ha la stessa funzione delle mappe virtuali tanzaniane: si chiama iCut e riesce a fornire in brevissimo tempo assistenza medica e legale a tutte le ragazze che le hanno subite e va in soccorso di quelle a rischio, mettendole in contatto con centri di assistenza.

La battaglia è ancora lunga: a dimostrazione di come queste tradizioni siano radicate culturalmente, un mese fa un medico keniano ha presentato un ricorso contro il bando alla pratica delle mutilazioni genitali femminili, sostenendo che il divieto è incostituzionale. Il tribunale presso cui è stato depositato il ricorso ha fissato l’udienza per discuterne il 26 febbraio.

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