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Cipro, l’ultimo muro d’Europa divide greci e turchi

Cipro è l'unico paese dell'Unione europea spaccato in due. Da una parte l'etnia greca, dall'altra quella turca. Le lancette politiche sono ferme al 1974, quando l'esercito della Turchia occupò il Nord dell'isola, provocando migliaia di rifugiati. Ecco com'è la situazione oggi

da Larnaca (Cipro)

Un palazzo corroso dai bombardamenti, proprio di fronte alla spiaggia, presidiato dallo sguardo dell’esercito. È a Famagosta che impera quell’enorme costruzione, oggi simbolo della guerra civile che ha diviso l’isola di Cipro, dopo l’occupazione turca del 1974. Da allora, Cipro è un’isola divisa dall’ultimo muro d’Europa: da una parte l’etnia greca, dall’altra quella turca.

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Famagosta, uno dei palazzi bombardati durante la guerra – Foto: Felicia Buonomo

«Durante la guerra ho visto di tutto: morti, feriti, persone che non avevano niente, che dormivano nei boschi, all’aperto, senza nulla. Ricordo che abbiamo dovuto lasciare l’ospedale dove lavoravo perché era stato circondato dai turchi. C’erano decine di feriti e così abbiamo deciso di trasformare una scuola e un albergo in ospedali in poche ore, mentre gli aerei bombardavano la città. I medici eseguivano operazioni continuamente, per più di 24 ore consecutive, in condizioni infernali: non avevamo letti, non potevamo lavarci le mani, per fare luce usavamo delle torce».

A parlare è Andreas Evangelou. Lui era un infermiere quando è scoppiata la guerra. È uno dei tanti rifugiati, costretti a scappare al Sud quando l’esercito turco ha invaso il Nord dell’isola. Vive a Larnaca, dove risiede la maggior parte della popolazione greco-cipriota rifugiata; il 54% dei residenti lo è.

Ma il suo cuore è ancora a Famagosta, dove c’è la sua casa, oggi abitata da una famiglia turco-cipriota. Gli fa visita di frequente, chiedendo il permesso di entrare ai nuovi proprietari. Dopo più di quarant’anni non crede ci tornerà mai più.

Corte europea condanna Turchia: violati i diritti umani

Eppure una violazione vera e propria c’è stata. Una sentenza della Corte europea dei diritti umani di Strasburgo ha condannato la Turchia a risarcire i familiari delle vittime delle operazioni militari condotte dalle forze di Ankara tra il luglio e l’agosto 1974 contro i greco ciprioti residenti. Uno dei palazzi bombardati durante la guerra, a Famagosta, nella penisola di Karpaz.

Sentenza che arriva dopo il riconoscimento di diffuse violazioni dei diritti umani alle vittime dell’invasione, tra cui migliaia di persone che hanno perso le loro case e proprietà.

200mila rifugiati greco ciprioti e Nord di Cipro occupato

Le stime parlano di oltre 200 mila rifugiati. La parte Nord di Cipro è per il 30% occupata dalla Turchia. Ancora si contano le persone morte durante il conflitto che non hanno avuto una sepoltura. L’assetto politico è fermo al 1974. Nulla è cambiato, nemmeno dopo l’apertura dei varchi nel 2003, che ha messo fine a quasi 30 anni di isolamento tra greci e turchi.

Dove si trova: la cartina di Cipro

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Mappa di Cipro

«La soluzione – afferma Marios Koukoumas, vice sindaco di Larnaca
deve essere dei ciprioti, nessuna nazione deve interferire, è una questione
che riguarda la popolazione locale. Il più grande problema che ostacola il
raggiungimento di una soluzione è che questa viene delegata alla Turchia,
che ha occupato con la forza militare una parte del Paese e impedisce ai
turco-ciprioti di esprimere democraticamente un parere. Se così non fosse,
non sarebbero passati 43 anni».

In pellegrinaggio verso Famagosta, Cipro del Nord

La speranza persiste. E i pellegrinaggi al Nord da parte dei rifugiati greco-ciprioti sono frequenti, per rivedere le proprie case, per celebrare le funzioni religiose nelle chiese che frequentavano un tempo.

«Questa casa è stata costruita da mio padre per mia sorella, per il suo matrimonio. Il venerdì ci sarebbe stato il matrimonio e il giorno dopo sarebbe dovuta entrare. Ma non è mai entrata perché c’è stata l’invasione turca».

Stavros Sariis si commuove raccontando di sua sorella. Lo fa anche mentre parla con Stavrulla Andrea Hira, che ricorda la prima volta che è ritornata nella sua ex casa: «Ho incontrato una bambina. Le ho detto che quella era casa mia, ma lei continuava a dire che era la sua casa. Siamo subito diventate amiche. Lei era la figlia del nuovo proprietario».

Nessuna speranza di ritorno per Jacoves Hadjikkos: «Mai avrei pensato di vivere una simile situazione nel mio piccolo villaggio. Io pensavo che i turchi avrebbero preservato le nostre case, i nostri punti di aggregazione e i centri religiosi, ma tutto è stato distrutto».

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Chiesa abbandonata nel villaggio di Gypsos, distretto di Famagosta – Foto: Felicia Buonomo

Sono tutti rifugiati provenienti da Gypsos, un piccolo villaggio di Famagosta. È di Gypsos anche Andreas Pallikaros, oggi cittadino di Larnaca, dove ha aperto un ristorante.

«Loro avevano le armi, noi non avevamo niente per combattere. L’unica cosa che riuscivo a chiedere loro era di non uccidermi e di non uccidere la mia gente. Pensavamo di ritornare a casa in poco tempo, sto aspettando da 43 anni».

Referendum Onu approvato solo dai turco-ciprioti

Chiudere la partita diplomatica per la riunificazione è impresa ardua. Che nemmeno nel 2004 è riuscita, con un referendum per approvare il piano di riunificazione avanzato dalla Nazioni Unite, approvato dai turco-ciprioti, ma bocciato dai greco-ciprioti.

«Il piano proposto dalle Nazioni Unite – continua a spiegare Marios Koukoumas, vice sindaco di Larnaca – non risolveva tutte le paure. Per questo chiediamo che i negoziati prendano più tempo per risolvere paure comuni ad entrambe le etnie. È un dato di fatto che si ha paura di tornare a vivere insieme. Ma dobbiamo pensare che non si tratta di una unificazione, ma di una riunificazione. La Turchia ha sempre avuto interessi strategici verso Cipro. I vantaggi di un’occupazione, che persiste da 43 anni, è che Cipro è strategicamente un’isola in mezzo al Mediterraneo, situata tra tre continenti, Asia, Europa e Africa. Avere una presenza in mezzo al Mediterraneo ha inevitabili vantaggi».

L’invasione: ferite psicologiche e ricordi di guerra

La divisione dell’isola è un disagio per entrambe le etnie cipriote. «Anche io sono un rifugiato – racconta Osman Asis, turco-cipriota – Io vivevo al Sud di Cipro e, dopo l’invasione turca, sono dovuto venire qui al Nord».

Osman accoglie in casa gli ex proprietari greco-ciprioti. C’è amicizia tra loro. E questo clima è frequente tra le tue etnie. Anche se è sempre doloroso pensare di non poter ritornare a casa.

Demetra Yiaseni accompagna – come una sorta di guida turistica – i rifugiati al Nord, nelle loro ex case. Ed è anche lei una rifugiata. «Ricordo perfettamente il giorno dell’invasione. Ho visto gli aerei, i bombardamenti. Con i miei genitori siamo andati alla base militare, nella foresta. Siamo rimasti lì sette anni, sotto i bombardamenti. Vivevamo in macchina o per terra, per due anni abbiamo vissuto in sei in una tenda. Mi ricordo perfettamente il rumore dei bombardamenti, degli aerei che volavano a bassa quota. Me lo ricordo come fosse ieri. La mia infanzia è stata distrutta. Ho perso tanti amici. È difficile vedere da lontano la mia casa e vedere altre persone che ci abitano. Sono passati 43 anni e nel mio cuore immagino sempre che un giorno tornerò. Quando smetterò di sperare sarà la fine».

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Murales alla frontiera turca a Nicosia – Foto: Felicia Buonomo

Ci vogliono anni per superare il dramma della guerra, anche se lo si è vissuto da bambini. Evanggelos Evaggelou aveva 7 anni quando è scoppiata la guerra. «Ricordo che era estate, una mattina ho sentito l’allarme, poco dopo sono arrivati i soldati ciprioti per dirci che c’erano i turchi, che era scoppiata la guerra. Avevamo tanta paura. Per due anni abbiamo dormito per terra, in una buca, senza scarpe, né vestiti. Per altri 5 anni abbiamo vissuto in una baracca, senza elettricità e riscaldamento, avevamo solo una lampada. Spero che altri bambini non vivano mai un’esperienza come la guerra, è una cosa che ti rovina il
cuore e l’anima. A Cipro ci ricordiamo tutti la guerra. Noi vogliamo la pace. I cristiani e i musulmani possono vivere insieme, non è un problema. La soluzione ci sarà un giorno, ne sono certo».

Erdogan: niente ritiro in vista per i soldati turchi

Intanto dagli anni Settanta l’occupazione persiste. La Turchia mantiene tuttora circa 40 mila soldati nella parte settentrionale riconosciuta solo da Ankara, il cui ritiro è caldamente richiesto dai greco-ciprioti e contrastato dai turco-ciprioti. Il leader turco Erdogan ha già ribadito pubblicamente che il ritiro totale dei suoi soldati è fuori questione. Forse la guerra sarà anche finita, ma il capitolo riunificazione – dopo ripetuti e falliti tentativi diplomatici – sembra ancora lontano dalla conclusione.

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