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Transgender: viaggio nello sconosciuto mondo Lgbt del Pakistan

Reportage dal mondo trans pakistano, tra un islam più aperto di quanto si pensi e una realtà sospesa tra riconoscimenti politici e pregiudizi, discriminazione, violenze di genere e omicidi

da Lahore, Pakistan

Il 2017 è stato, almeno da un punto di vista formale, l’annus mirabilis della comunità transgender pakistana per ciò che riguarda l’acquisizione di diritti civili. Durante quei 365 giorni, infatti, per la prima volta all’interno della Repubblica Islamica del Pakistan si è svolto un censimento che ha conteggiato anche le persone di genere transessuale, senza considerarle come cittadini di sesso maschile.

Oltre a questo, il parlamento di Islamabad ha promosso un disegno di legge che riconosce pieni diritti ai transgender e condanna con sanzioni atti di violenza e discriminazione nei loro confronti.

In Pakistan i transessuali, a differenza di ciò che l’immaginario comune potrebbe pensare trattandosi di una Repubblica islamica, in apparenza godono di maggiori diritti rispetto a molti altri Paesi al mondo. La Corte suprema di Islamabad, infatti, ha riconosciuto il ”terzo genere” nel 2009 e poco tempo prima era stato garantito il diritto di voto ai membri della comunità Lgbt.

Ma la realtà nei fatti non sempre corrisponde a quanto dicono le carte. Se da un lato c’è un’apertura politica, anche da parte di alcuni rappresentanti del clero islamico, dall’altro continuano le persecuzioni e gli omicidi nei loro confronti.

Nelle comunità Lgbt di Lahore e Karachi

Per cercare di capire la situazione in cui vivono i “lady boy” nel Paese è utile farsi un viaggio nelle comunità transgender di Lahore e Karachi e osservare una realtà sospesa tra riconoscimenti politici e legali, da una parte, e pregiudizi, esclusioni, minacce di morte e omicidi, dall’altra.

transgender
Foto tratta dalla pagina Facebook della Khawaja Sira Society

Pattoki è un piccolo villaggio alla periferia di Lahore. Un centro rurale come tanti se ne incontrano nelle campagne del Punjab. Una fornace dove vengono prodotti mattoni indica l’ingresso nel borgo e poi piccoli vicoli puntellati da case color ocra si susseguono con una dolce ritualità.

Una di queste abitazioni, però, si differenzia dalle altre per ciò che nasconde e protegge al suo interno. È qui infatti che ha sede la comunità di transgender del guru Diba Lal.

Transgender in Pakistan: nelle comuni c’è più sicurezza

Oggi in Pakistan la comunità Lgbt conta dalle 350 alle 500 mila persone e molti vivono nelle comuni. La struttura comunitaria ha a capo un guru, ovvero un trans che, per anzianità, diventa la figura di riferimento del gruppo. Insegna ai più giovani l’arte della danza, a come comportarsi durante le celebrazioni e ad avere modi aggraziati durante le cerimonie.

E poi il vivere in una comune è anche garanzia di protezione e sicurezza per i suoi membri. Diba Lal è un guru, mum, mamma la chiamano le sue discepole, e con una lieve ombra di kajal sugli occhi e avvolta in un sari rosa fa gli onori di casa. E spiega quella che è la sua vita: «Io per anni sono stata allieva di diversi guru. Quando avevo 16 anni andai a vivere con dei circensi e mi esibivo durante gli spettacoli. Un giorno, durante una performance, conobbi il mio attuale compagno e abbiamo deciso di venire a vivere insieme in questa comune».

Islamabad tra discriminazione e violenze di genere

Prende da un vecchio album di foto i ritratti dei guru che l’hanno preceduta, rivolge epiteti di melanconico affetto nei loro confronti e poi prosegue:

«I transgender oggi sono ancora discriminati in questa nazione. Ma la cosa più grave, oltre al pregiudizio connaturato in gran parte dell’opinione pubblica, sono i gruppi di estremisti che vogliono eliminarci»

Diba Lal estrae il cellulare e mostra i video di una conoscente che è stata vittima di una terribile aggressione. Sul display scorrono immagini di una lady boy riversa nel letto, in una pozza di sangue e priva di vita. All’interno della comunità di Pattoki cala un silenzio assordante.

Attivisti e studenti transessuali per i diritti civili

Oggi in Pakistan parallelamente si sta però formando anche un movimento di attivisti e studenti transgender che mira ad abbandonare le tradizioni del passato, come appunto quella dei guru, e punta a un’ evoluzione del ruolo degli appartenenti al mondo Lgbt nella società.

In prima fila in questa lotta c’è l’ong Khawaja Sira Society (vai alla loro pagina Facebook). A Lahore, all’interno dell’ufficio di questa organizzazione che si batte per i diritti di genere, alcuni lady boy ballano, altri leggono, al piano superiore si trova un ambulatorio dove vengono fatti test Hiv gratuiti.

Il dramma delle malattie sessualmente trasmissibili

Una delle problematiche che affligge la comunità transgender è proprio la diffusione delle malattie sessualmente trasmissibili: il 6.8% dei 22 mila trans di Lahore sono sieropositivi.

Moon Ali, direttrice dell’ong, giovane studentessa universitaria e attrice a teatro, dopo aver preparato il chai e aver fatto le presentazioni di rito, inizia a spiegare: «Non basta essere riconosciuti come terzo genere per poter dire che abbiamo dei diritti sociali. Quella è una dichiarazione di facciata. Una vera integrazione la si comprende quando è constatabile nella realtà di ogni giorno, non in base ai proclami del governo». E prosegue:

«Oggi un’ampia fetta della popolazione transgender pakistsana per vivere non ha altre possibilità che prostituirsi o fare dell’intrattenimento alle feste. Se queste sono le sole opzioni che si hanno, allora vuol dire che la comunità transessuale è discriminata».

Islam e mondo Lgbt: una convivenza possibile

La direttrice solleva poi delle critiche anche allo stesso mondo Lgbt. «Io sto conducendo una battaglia perchè il nostro mondo cambi dall’interno. Io vado all’università, ho frequentato seminari in tutto il mondo sul rapporto tra islam ed ermafroditismo per dimostrare agli integralisti che la nostra religione non esclude i trans e poi, cosa molto importante, non mi sono mai venduta!».

transgender

È un fiume in piena di orgoglio e fierezza, Moon Alì, che non risparmia attacchi neppure al sistema delle comunità e dei guru. «La vita comunitaria è retrograda, antica, ghettizzante e non serve a nulla, se non a far sì che i trans imparino a ballare e a fare dello spettacolo durante le feste. Questo sistema va contro la nostra emancipazione sociale e ci obbliga a essere soltanto degli oggetti di intrattenimento. Occorre ambire a lavori di prestigio a cariche pubbliche e a recidere con questi retaggi di un passato anacronistico».

«Siamo transgender, esseri umani come tutti»

La giovane direttrice, che sogna un futuro come avvocato, conclude così: «Se vogliamo davvero cambiare lo stato attuale delle cose non dobbiamo soltanto affidarci alle leggi e alle politiche dall’alto, ma attuare una rivoluzione dal basso prendendo coscienza di chi noi siamo all’interno della nostra contemporaneità. Siamo transgender, esseri umani come tutti: con gli stessi diritti, sentimenti e ambizioni di qualsiasi uomo o donna di questo mondo e di questo Paese».

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