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Eni trascinata a processo a Milano per disastro ambientale in Nigeria

Per la prima volta in Italia una tribù indigena porta a processo una multinazionale. L'azienda dovrà rispondere a Milano di uno sversamento di petrolio avvenuto nel 2010 in Nigeria. La comunità locale chiede un risarcimento di 2 milioni di euro

Il 9 gennaio a Milano ha avuto inizio un processo storico. Da una parte ci sono i legali della ong Friends of the earth, che rappresentano il re Francis Ododo e gli oltre 5 mila abitanti della comunità Ikebiri, un popolo che vive di pesca e agricoltura sul delta del Niger, in Nigeria. Dall’altro c’è il colosso dell’Oil&Gas Eni, insieme alla sua controllata Nigerian Agip Oil Company (Naoc).

La comunità nigeriana chiede a Eni 2 milioni di euro di risarcimento danni per un disastro ambientale avvenuto nel 2010 a Clough Creek, nello Stato meridionale del Beyalsa. A questo aggiungono la bonifica di 17,5 ettari di terreni contaminati da 150 barili di petrolio fuoriusciuti dalle tubature di un oleodotto.

Da parte sua, Eni riconosce l’incidente, ma non la sua entità. I danni, secondo la difesa, sono di 10 mila euro, gli ettari interessati 9 e i barili sversati 50.

Competenza territoriale: il processo continua a Milano

Alla prima udienza, i legali della multinazionale si sono presentati con diverse riserve. Tra queste, una più delle altre preoccupava la difesa: la competenza territoriale. Eni voleva bloccare il processo in Italia e spostarlo – per motivi dei giurisdizione – in Nigeria. Il giudice Maura Barberis della decima sezione del Tribunale di Milano ha deciso però di non affrontare la questione e di convocare una prossima udienza il 18 aprile, in cui probabilmente si entrerà nel merito del processo.

«La richiesta di Eni non è stata rigettata, per ora. Ma non avrebbe senso celebrare un processo per poi annullarlo per un problema di giurisprudenza», afferma l’avvocato italiano che difende la popolazione Ikebiri, Luca Saltalamacchia.

Testimoni parlano di «effetti devastanti su popolazione»

La difesa ha raccolto dieci affidavit, cioè 10 dichiarazioni giurate scritte, di persone presenti sul territorio al momento dell’incidente. Ci sono le dichiarazioni di anziani del villaggio, pescatori, imprenditori, contadini. Parlano di «effetti devastanti» sulla popolazione locale, perché «non è più possibile pescare»: secondo le voci raccolte dalla difesa, gli allevamenti di pesce sono andati distrutti. Sostengono anche che a causa dell’inquinamento e dei fumi respirati dopo l’incidente, in tanti si sono dovuti recare alle cliniche della zona per acquistare medicinali.

Chi azzarda una stima dell’entità della perdita di gasolio afferma che è superiore ai 100 barili. L’avvocato Saltalamacchia, parlando a Osservatorio Diritti sostiene che è possibile che l’area contaminata sia ormai «molto grande».

Allo sversamento di petrolio è seguito un incendio

Le testimonianze concordano sul fatto che sia divampato un incendio a seguito della perdita di petrolio, che ha avuto effetti sull’area paludosa, gli alberi e i pesci della zona. Il timore è che la contaminazione possa aver raggiunto la falda acquifera e quindi propagarsi ulteriormente.

Finora l’azienda ha pagato 6 mila euro di danni come «contributo di primo soccorso», che però non riguarda la compensazione per i danni subiti.

Bonifica: per Eni Nigeria è stata fatta, gli Ikebiri negano

Jonathan Osain Bein è un consigliere anziano del re degli Ikebiri. Il suo è uno degli affidavit più lunghi. Ha lavorato come manodopera locale nel settore petrolifero nel 1987: ha delle competenze in materia. Sostiene che in molti, dopo l’incidente, sono andati a farsi curare per delle complicanze legate all’inquinamento.

Ricorda diversi incidenti lungo l’oleodotto tra il 1992 e il 2000. È uno dei tanti che ritiene che Naoc ed Eni non siano intervenute per tempo per contenere i danni.

L’esatto contrario di quanto scrive l’azienda del Cane a sei zampe in una replica a un articolo uscito su l’Espresso: «Naoc ha avviato un dialogo costruttivo con gli esponenti della comunità Ikebiri, ed è intervenuta in modo tempestivo ed efficace per bonificare i siti interessati, che sono stati oggetto di ispezione da parte delle autorità competenti nigeriane con esito positivo».

Eni NigeriaGli effetti delle fuoriuscite di petrolio nel Delta del Niger. Foto di Sosialistisk Ungdom (SU) dell’aprile 2016 (via Flickr)

I legali di Eni hanno mostrato alla controparte il certificato di bonifica il 10 dicembre 2017. Lo ha rilasciato la National Oil Spill Detection and Response Agency (Nosdra), agenzia governativa che ha firmato anche il primo rapporto di Eni in cui si riconosce l’incidente.

«Ne contestiamo la veridicità», afferma l’avvocato Saltalamacchia: gli ambienti governativi nel Paese africano, soprattutto quando si parla di petrolio, sono corrotti e la comunità Ikebiri vuole un giudizio terzo.

In Nigeria non c’è giustizia: condanne non eseguite

«Ottenere giustizia in Nigeria è impossibile, i processi sono senza fine», dichiara a Osservatorio Diritti l’avvocato Godwin Uyi Ojo, rappresentate di Environmental rights action, sezione nigeriana di Friends of the earth.

Il legale ricorda come ci siano state condanne passate in giudicato in Nigeria e mai eseguite dalle multinazionali. Il caso più clamoroso sul Delta del Niger riguarda la Shell, a cui nel 2005 una corte nigeriana aveva imposto di interrompere le combustioni di gas. «Non l’hanno mai fatto», dice. E non è nemmeno l’unico caso di sentenze mai applicate. Per questo gli Ikebiri sperano di poter trovare giustizia fuori dalla Nigeria, con una compensazione economica.

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