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Palestina, 50 anni di occupazione israeliana e la risoluzione Onu disattesa

Il 29 novembre le Nazioni Unite celebrano la Giornata della solidarietà al popolo palestinese. Dal 1947 la risoluzione Onu che prevede la presenza di due Stati è disattesa. Oggi come allora si registrano continue violazioni dei diritti umani, soprattutto sul lato palestinese. Israele e Palestina visti dai report Onu

In Palestina, dal 29 novembre 1947, per le Nazioni Unite esistono due Stati: uno arabo e uno ebraico. Lo ha stabilito l’Assemblea generale con la storica Risoluzione della partizione. Settant’anni dopo quella risoluzione resta disattesa, con una potenza, quella israeliana, che continua ad occupare illegalmente i territori dello Stato arabo palestinese.

L’occupazione è cominciata 50 anni fa, nel 1967, con quella che è passata alla storia come la Guerra dei sei giorni. Dieci anni dopo l’Onu ha deciso di commemorare le promesse degli accordi del ‘47 con una sorta di giornata della memoria, che ricorre proprio il 29 novembre. La soluzione dei due Stati, sostenuta dagli accordi di pace e dalle Nazioni Unite, per ora non ha dato i frutti sperati.

Palestina e autodeterminazione dei popoli

La Palestina non è nemmeno riconosciuta internazionalmente come uno Stato indipendente. L’Italia, ad esempio, ha approvato nel 2015 sia una mozione che la considera uno Stato autonomo, sia un’altra che ne subordina l’esistenza a «un’intesa politica tra il gruppo islamico Hamas e il suo antagonista laico Al-Fatah che, attraverso il riconoscimento dello Stato d’Israele e l’abbandono della violenza determini le condizioni per il riconoscimento di uno Stato palestinese».

La Giornata della solidarietà al popolo palestinese si basa sul valore dell’autoderminazione dei popoli, diritto inviolabile secondo le convenzioni internazionali. Dal punto di vista delle Nazioni Unite è questo il tema che resta irrisolto nella questione israelo-palestinese, nonché il principale impedimento alla pace nella regione. Una vicenda la cui storia è lunghissima, ma la cui geografia a disposizione è molto limitata. Gerusalemme est, la Cisgiordania, la Striscia di Gaza, i campi profughi.

Questione palestinese: il conflitto del 1948

Israele nasce nel 1948, dopo la risoluzione dell’Onu: prima la Palestina era un protettorato britannico, sotto la cui potenza convivevano forzatamente arabi ed ebrei. La dichiarazione d’indipendenza israeliana è stata respinta dai palestinesi che hanno immediatamente dichiarato guerra ad Israele.

palestinaFoto di Al Jazeera English (via Flickr)

È la Nakba, la catastrofe in arabo: i palestinesi in questo primo conflitto hanno perso un terzo dei territori che erano stati loro assegnati nella risoluzione Onu. Per Israele è considerata la Guerra di indipendenza. In quel momento comincia il processo che dura ancora oggi per costruire delle colonie israeliane all’interno dei territori palestinesi.

La Guerra dei sei giorni e l’inizio dell’occupazione

La presenza israeliana si è trasformata in occupazione dopo la Guerra dei sei giorni, nel 1967. Un conflitto-lampo, tra il 5 e il 10 giugno, in cui Israele si è scontrato con Egitto, Siria, Giordania e Iraq. Era accerchiato e i vicini arabi ne volevano la distruzione. Nonostante una disparità di forze notevole, Israele ebbe la meglio.

Nella storia, l’episodio è citato come «i sei giorni che cambiarono il Medio Oriente». Israele, nell’occasione, ha preso Gaza, il Golan, il Sinai, Gerusalemme est e l’intera Cisgiordania (dove è rimasto fino al 1994).

Da quel giorno si parla di occupazione: le Nazioni Unite hanno ripetutamente chiesto che Israele tornasse ai confini ridisegnati dopo le conquiste del ‘48, ma al contrario, ancora oggi, continuano a svilupparsi insediamenti in quelle che avrebbero dovuto essere le terre dei palestinesi.

La soluzione dei due Stati? Un fallimento

Nel 1995, quando si stipulavano gli accordi di Oslo per cercare di dare corpo alla soluzione dei due Stati, i coloni israeliani che abitavano i territori occupati erano 150 mila. Oggi sono quasi 400 mila (esclusi i 250 mila che si trovano a Gerusalemme est), di cui 100 mila ortodossi estremisti, spinti dagli aiuti economici previsti per chi viene ad abitare quelle zone e dall’idea di diventare abbastanza numerosi da boicottare la possibilità della creazione di due Stati.

palestina

La mappa è di Palestine solidarity campaign (via Flickr).

I numeri citati più sopra, più che ogni altro elemento, danno il senso del fallimento della politica dei due Stati.

I diritti umani violati dei palestinesi

L’ultimo rapporto delle Nazioni unite sul rispetto dei diritti umani in Palestina fotografa la situazione tra il 4 ottobre 2016 e il 5 settembre 2017: indica che i progressi sul piano del riconoscimento dei diritti umani ai palestinesi sono ancora pochi.

Delle oltre 900 raccomandazioni indicate dall’Onu a partire dal 2009, la maggior parte sono indirizzate a Israele. Nel report si legge che l’avanzamento è ancora quasi nullo, solo dello 0,4%. In particolare, il rapporto indica «barriere fisiche, finanziare, legali e procedurali che riducono la possibilità dei palestinesi, soprattutto coloro che vivono a Gaza, di ottenere l’accesso alla giustizia».

Queste stesse barriere impediscono ai bambini palestinesi di accedere ad un sistema educativo e sanitario paragonabile a quello israeliano, scrivono gli ispettori delle Nazioni Unite. Anche il diritto all’abitare è messo in discussione:

«Nel 2016 le autorità israeliane hanno demolito o sequestrato 1.093 strutture di proprietà palestinese, sfrattato 1.600 palestinesi e cambiato le condizioni di vita di altri 7mila, il numero più alto registrato dall’Ocha (Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari) dal 2009».

Pierre Krähenbühl, commissario generale dell’Unrwa, l’agenzia Onu che si occupa dei profughi palestinesi, ha dichiarato il 13 novembre: «Nel 2017, come tutti sappiamo, i palestinesi hanno segnato 50 anni di occupazione israeliana a giugno, 10 anni di blocco di Gaza e il conflitto in Siria è entrato nel suo settimo anno. Non possiamo essere indifferenti al dolore e alla sofferenza dei rifugiati palestinesi. Non possiamo essere indifferenti a cosa significhi occupazione nella vita dei singoli rifugiati».

 

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