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Cooperazione internazionale: 100 milioni per fermare migranti in Libia

L'Italia sostiene il fondo dell'Unione europea per l'Africa per fermare i migranti in Libia. Ma quei soldi dovrebbero servire a combattere la povertà. Lo denuncia il nuovo rapporto realizzato dalla rete di ong europee Concord e Cini

Il fondo fiduciario (Trust fund) d’emergenza per l’Africa dell’Unione europea è ancora sotto accusa, in particolare per la cooperazione tra Italia e Libia. Lo strumento da 2,5 miliardi di euro complessivi costituito da Bruxelles per velocizzare gli aiuti umanitari nei paesi a forte pressione migratoria è uno «strumento politico sempre più focalizzato su progetti che propongono soluzioni rapide, mirate ad arginare i flussi migratori verso l’Europa», invece di concentrarsi su progetti a lungo termine.

Lo scrivono nel loro report Cini e Concord, network di ong europee che arriva alla stessa conclusione degli studi condotti da Global health advocates, Associazione per gli studi giuridici per l’immigrazione e, prima ancora, dal network di giornalisti Diverted Aid.

A fine settembre, il fondo fiduciario aveva approvato 118 progetti, per un totale di poco meno di 2 miliardi di euro. Ma la maggior parte (82%) proviene dal Fondo europeo di sviluppo (Edf), destinato a progettazioni a lungo termine, non all’emergenza.

È l’ennesimo attacco alle politiche migratorie made in Europe, fondato soprattutto sulle testimonianze dei partner locali del fondo, che si sentono esclusi dalla sua progettazione.

La cooperazione internazionale in Libia, Niger, Etiopia

Lo studio di Concord prende in rassegna tre dei Paesi: Libia, Niger ed Etiopia. Tre tasselli del Processo di Khartoum, percorso di dialogo con gli Stati d’origine dei migranti promosso dall’Italia a partire dal 2014. In Etiopia, il rapporto nota meno distorsioni negli aiuti umanitari rispetto ai primi due paesi.

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Esercitazione Guardia Costiera libica – Foto European External Action Service (via Flickr)

Il Niger è dove la Francia ha un ruolo preponderante, con la Germania che sta cercando di conquistarsi uno spazio. Il problema principale, qui, è l’assoluta passività delle comunità locali di fronte alla cooperazione internazionale allo sviluppo: ricevono soldi per obbedire alle prescrizioni dell’Unione europea. Nulla di più.

Le raccomandazioni di Concord sull’uso del fondo

Il report si conclude con otto raccomandazioni, che si possono riassumere così: costruire percorsi di immigrazione regolare (visto che ora non ne esistono); impedire che i fondi pubblici allo sviluppo finiscano a finanziare operazioni che violano diritti umani e che nulla hanno a che fare con il loro scopo su carta; svincolare gli aiuti dall’effetto che hanno sui flussi migratori. Fino ad oggi, si tratta di indicazioni che Bruxelles ha ignorato.

Cooperazione italiana aiuta Libia a fermare i migranti

In Libia il principale attore europeo è l’Italia, che fin dal 2008, con il Trattato di amicizia Berlusconi-Gheddafi, ha un rapporto privilegiato con Tripoli. Il report sottolinea che lo strumento è stato riattivato nel 2016 per dare quattro motovedette alla guardia costiera libica e fornire supporto tecnico alle loro operazioni. Sulla scia dell’Italia, che ha spianato il dialogo con Tripoli, Bruxelles ha messo sul piatto 162 milioni di euro tramite il fondo, «la maggior parte dei quali (136 milioni di euro) a partire dal gennaio 2017», prosegue il report.

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Rimpatrio di 35 migranti dalla Libia alla Sierra Leone. Foto: IOM 2013

Questi aiuti europei, però, sono incentrati «su attività di capacity building a supporto delle fragili istituzioni libiche per arginare i flussi irregolari, mettendo a rischio i diritti umani dei migranti».

Fondi a rimpatri volontari e controllo delle frontiere

Il Viminale, oltre che primo interlocutore di Tripoli, è anche l’ente gestore della parte più consistente del fondo: il progetto si chiama Programma di sviluppo regionale e protezione al Nord (Regional Development and Protection Programme in the North), gestisce 200 milioni di euro e riguarda «attività di tutela al ritorno volontario e di protezione». Non è, quindi, un fondo “libico”:  in sostanza, promuove i rimpatri volontari nei paesi di origine dei migranti in transito in Libia.

Altri 46 milioni, invece, verranno usati – non è specificato quando – dal ministero dell’Interno italiano per aiutare la Libia a rafforzare il suo controllo delle frontiere. C’è da dire che Roma è anche la principale azionista del fondo fiduciario di Tripoli: 100 milioni sono infatti di provenienza italiana.

I fondi europei per lo sviluppo “restituiti” all’Italia

Anche la Farnesina è destinataria di parte del Trust fund per aiutare la Libia. Attraverso l’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics), infatti, gestisce un pacchetto di aiuti che vanno poi a ong e progetti “locali”.

Una prima iniziativa, a settembre 2017, fornisce 6 milioni di euro in aiuti umanitari che verranno erogati alle ong. L’Italia, come detto, contribuisce con 100 milioni al fondo, gestiti da ministero dell’Interno e Organizzazione internazionale per le migrazioni.

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