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Violenza sulle donne: un hashtag apre la discussione nel mondo arabo

L'hashtag #MeToo è diventato virale dopo il caso Weinstein in alcune zone del mondo. Non in Medio Oriente e Nord Africa. Ma nonostante una diffusione più contenuta, la campagna social contro la violenza sulle donne ha toccato paesi arabi come Egitto, Tunisia e Marocco. Come mostra la video-mappa interattiva costruita sui dati di Twitter

Il caso Weinstein, uno dei più influenti produttori cinematografici al mondo travolto da uno scandalo per molestie, continua a far risuonare la propria eco in tutto il mondo. Compreso il Medio Oriente e il Nord Africa. Il #MeToo, l’hastag che invita le vittime a denunciare episodi di violenze subite, infatti, è arrivato anche là, sebbene in misura più contenuta rispetto a Stati Uniti, Europa e India. Dove invece è diventato virale nel giro di pochissimo tempo, come si vede chiaramente nella mappa-video interattiva pubblicata qui sotto.

La diffusione nel mondo dell’hashtag #MeToo su Twitter tra il 18 e il 31 ottobre 2017 secondo Trendsmap

Ed è facile immaginare che la sua diffusione sarà ancora più contagiosa nei prossimi giorni, in vista del 25 novembre, ossia della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, una ricorrenza istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1999. Il #MeToo, dunque, si è ormai trasformato in uno strumento in più per abbattere il muro del silenzio che avvolge il tema della violenza contro le donne.

La campagna era nata 10 anni fa su iniziativa dell’attivista afroamericana Tarana Burke. Sui social, invece, è stata lanciata il 15 ottobre 2017 dall’attrice Alyssa Milano, per invitare le donne a denunciare gli abusi subiti e a raccontare se erano capitati loro episodi simili a quelli riguardanti il famoso produttore di Hollywood. Da quel giorno, l’hashtag #MeToo è rimbalzato in ogni angolo del Pianeta, con picchi più o meno significativi anche in alcuni paesi arabi, in particolare Egitto, Tunisia e Marocco.

La violenza sulle donne nei paesi arabi

La diffusione del #MeToo nei paesi arabi non è stata così eclatante, come mostra la mappa interattiva che registra la propagazione dell’hashtag nel mondo attraverso Twitter. Il dato è aggregato e parziale, ma aiuta a capire che in ogni caso l’uso di questo hashtag non è stato poi così trascurabile. Tanto più se si considera il contesto all’interno del quale si sta diffondendo il dibattito.

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Secondo l’ultimo Global Gender Gap Index 2017, il rapporto sulla parità di genere del World Economic Forum, il Medio Oriente e il Nord Africa sono le regioni in cui si registra l’indice più basso, con un gender gap pari al 60%. Detto in un altro modo, in questa zona del mondo c’è ancora da lavorare circa l’8% in più rispetto alla media mondiale per arrivare alla parità tra uomo e donna.

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Distanza dalla parità di genere – Fonte: Global Gender Gap Index 2017

Quattro i criteri utilizzati per stilare la classifica, che raggruppa in tutto 144 paesi: opportunità economiche, traguardi educativi, salute e partecipazione politica. La performance migliore nella regione è quella della Tunisia, che si posiziona 117esima. Seguono Emirati Arabi Uniti (120) e Bahrain (126). All’ultimo posto c’è lo Yemen, preceduto da Pakistan, Siria, Chad, Iran, Mali, Arabia Saudita, Libano, Marocco, Giordania ed Egitto.

Il Cairo, la città più pericolosa al mondo per le donne

Oltre a essersi classificato nelle ultime posizioni della classifica del World Economic Forum, l’Egitto, uno dei paesi arabi dove l’hashtag è stato più ritwittato, ha segnato quest’anno un altro primato negativo. Secondo il recente report della Thomson Reuters FoundationLe metropoli più pericolose al mondo per le donne”, infatti, Il Cairo occupa la 1a posizione su 19.

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La mappa del rapporto di Thomson Reuters con le 19 città più pericolose al mondo per le donne

In particolare, la capitale egiziana segna un primato negativo quanto a pratiche culturali dannose per le donne, come la mutilazione genitale femminile e il matrimonio forzato. Ma è anche la seconda città peggiore quanto a opportunità economiche e terza per rischio di violenze sessuali e accesso alla salute.

Le difficoltà di denunciare la violenza subita

Alcune attiviste per i diritti delle donne, interpellate dal pool della Thomson Reuters, affermano che «le donne a Il Cairo affrontano molestie quotidiane, mentre un’economia indebolita e un’alta disoccupazione, dopo le rivolte del 2011, hanno eroso le loro opportunità economiche e peggiorato l’assistenza sanitaria».

«Parlare pubblicamente di un argomento così intimo e privato in un contesto del genere è sicuramente più difficile. Ma proprio per questo, anche il solo fatto di farlo dà al gesto un valore e una carica simbolica ancora più importante».

A pensarla così è Leila Ben Salah, giornalista italo-tunisina, autrice insieme a Ivana Trevisani di “Ferite di parole”, un libro sul ruolo delle donne nella Primavera araba e sugli stereotipi di cui sono oggetto le donne musulmane da parte degli occidentali.

Come conferma l’ultimo rapporto sul tema a cura dell’Organizzazione mondiale della sanità, nei paesi del Medio Oriente il 37% delle violenze si consuma in ambito domestico. Anche per questo, secondo Ben Salah, il #MeToo non è stato così ritwittato in questa regione.

«Queste donne devono tornare a casa. Denunciare una violenza domestica equivale a denunciare il marito, il fidanzato». Ossia la persona che, tra l’altro, provvede al suo mantenimento, vista la disparità di accesso al lavoro tra uomo e donna.

Violenza di genere: passi avanti in Tunisia

Il dibattito pubblico comunque è vivo. Ed è alimentato dalle sempre più numerose attiviste molto presenti sui social, come spiega Essia Imjed, studentessa anche lei italo-tunisina, laureata in Scienze internazionali ed istituzioni europee all’Università Statale di Milano, che attualmente vive a Tunisi.

Secondo Imjed «l’affaire Weinstein ha avuto abbastanza risonanza in Tunisia, anche se in questo paese è in corso già da tempo un processo di liberazione della parola, che si inserisce in un contesto di riforme sulla parità di genere, proprio come quella approvata dal parlamento a luglio del 2017».

Il riferimento è ai 43 articoli votati all’unanimità con cui si forniscono una definizione e misure efficaci contro ogni forma di violenza o sopruso basato sul genere.

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Un’altra novità, ancora più recente (settembre 2017), è l’abolizione della legge che impediva alle donne tunisine di sposare uomini non musulmani. Un provvedimento preso su iniziativa del presidente Beji Caid Essebsi.

Arabia, Libano, Giordania: aperture nel mondo arabo

La Tunisia, comunque, non è comunque un faro nel buio. Anche in altri paesi del Medio Oriente è stato avviato un processo di riforme che mirano a tutelare le donne. Tra queste, il decreto del sovrano dell’Arabia Saudita che permetterà alle donne di guidare. In questo caso, si tratta dell’abolizione di un divieto che era diventato uno dei simboli mondiali della repressione e delle restrizioni dei diritti umani che le donne subiscono nel paese.

In Libano, ad agosto 2017 è stato abolito l’articolo 522 del codice penale, che evitava ad uno stupratore ogni punizione se avesse sposato la sua vittima. E la stessa cosa è successa in Giordania.

Effetto #MeToo: professore denunciato per molestie

«Dalle esperienze lette, le violenze sessuali raccontate non si limitano al posto di lavoro, ma riguardano spesso anche violenze subite in famiglia, nelle scuole, con i partner, negli spazi pubblici, storie molto simili a quelle italiane», spiega Imjed.

«L’ondata di testimonianze ha prodotto, tra le altre cose, anche una denuncia collettiva portata avanti da un gruppo di studentesse della facoltà di Scienze giuridiche di Tunisi, nei confronti di un professore universitario in pensione, accusato di aver violentato più studentesse nel corso della sua carriera. Un’iniziativa che ha avuto rilevanza nazionale».

Per Imjed, «questa liberazione della parola attraverso i social – non c’è solo il #MeToo, ma anche il #moiaussijaietèviolè lanciato dal collettivo femminista Chaml – è importante non solo perché aiuta a prendere coscienza che migliaia di altre donne hanno subito violenze simili, ma anche perché crea una catena di solidarietà e coraggio utile in una società patriarcale come quella tunisina, e araba in generale, dove le barriere sono più solide».

Campagna social contro violenza sulle donne in Egitto

Lo stesso vale anche per l’Egitto, come spiega a Osservatorio Diritti una portavoce del movimento femminista Nazra for Feminist Studies: «Molte donne in Egitto hanno raccontato le loro esperienze attraverso l’hashtag #MeToo (أنا أيضا, in arabo). Ma ce n’era già stato  un altro che era diventato virale prima di questa campagna social, il #myfirsttimeofharassmentIwas (أول مرة تحرش كان عمري)».

«Le campagne social sono importanti tanto quanto scrivere di questo argomento. Ma in Egitto, già negli anni passati, c’è stata una discreta mobilitazione intorno all’argomento, che è servita a rompere il silenzio sulla violenza contro le donne e a rendere questo argomento di tendenza».

«La strada è ancora lunga – conclude la portavoce del movimento Nazra for Feminist Studies – e alcuni temi, come lo stupro coniugale, restano dei tabù. Di sicuro siamo al punto in cui bisogna continuare a “rompere il silenzio”. Ma quello che serve veramente in Egitto sono delle leggi efficaci e una strategia per fare in modo che una volta che la donna trova il coraggio di denunciare, possa essere assistita legalmente, medicalmente e psicologicamente. C’è più bisogno di un sistema che risponda ai bisogni delle “sopravvissute”, anziché la cancellazione sporadica di alcuni articoli dal codice penale».

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