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41 bis, sovraffollamento, suicidi: viaggio nel carcere italiano

La morte di Totò Riina mentre si trovava al regime 41 bis riaccende il dibattito sul sistema carcerario italiano. Mentre il Comitato Onu contro la tortura chiede chiarimenti al nostro Paese. Aperto anche un processo con accuse contro la polizia penitenziaria

La notizia della morte dell’ex capo di Cosa Nostra, Salvatore Riina, mentre si trovava ancora al 41 bis, ha riacceso il dibattito sulle condizioni del sistema carcerario italiano. Pochi giorni prima, il 14 novembre, erano arrivate le censure mosse all’Italia da parte del comitato delle Nazioni Unite contro la tortura, formulate nel corso della 62esima sessione. Una serie di constatazioni da cui partire per una sorta di viaggio-inchiesta all’interno del nostro ordinamento penitenziario.

I rilievi mossi dalle Nazioni Unite riguardano la nuova legge sulla tortura di recente approvata dal Parlamento italiano, considerata insufficiente e non adeguata ai parametri della Convenzione Onu contro i trattamenti inumani e degradanti, perché «è basata sull’assenza di una serie elementi che rendono il reato di tortura difficile da dimostrare, in primis la crudeltà e il trauma psichico. Inoltre, la genericità della previsione ne rendono difficile l’accertamento. Si evidenzia anche la mancanza di un fondo per risarcire le vittime». E non è l’unico monito mosso dalle Nazioni Unite contro l’Italia.

Carcere duro del 41 bis al vaglio delle Nazioni Unite

Susanna Maietti, la coordinatrice nazionale dell’associazione Antigone che ha partecipato nei giorni scorsi alle audizioni a Ginevra, ha detto: «In ambito penitenziario, il Comitato dell’Onu ha sollevato delle perplessità sul fatto che un detenuto possa essere sottoposto al regime di carcere duro del 41 bis anche per più di vent’anni, ritenendo eccessivamente lungo il periodo di isolamento a cui sono sottoposti».

Non solo. Prosegue la coordinatrice di Antigone: «L’Italia è stata invitata a limitare l’uso della custodia cautelare, anche al fine di ridurre il sovraffollamento nelle carceri». E ancora: «Sotto la scure degli esperti dell’Onu sono finite anche le celle zero».

Cella zero: dove i detenuti dormono per terra

Quasi tutti i reparti di isolamento dei penitenziari italiani contengono almeno una “cella zero“. Sono state definite in questo modo perché sono completamente vuote, prive di mobili, letti, di qualsiasi oggetto. Qui il detenuto è costretto a dormire sul pavimento, e, nello stesso spazio, anche ad esercitare i bisogni primari e fisiologici.

«Lì dentro si può essere rinchiusi per qualche ora, al massimo per qualche giorno», dicono le circolari in materia emanate in passato dal Dap, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. All’interno ci possono finire i carcerati in preda a crisi isteriche o psichiatriche, e, soprattutto, chi disobbedisce alla disciplina carceraria.

Carcere Poggioreale: polizia penitenziaria a processo

Intanto è cominciato a Napoli il 16 Novembre, subito rinviato a marzo 2018, il primo processo che vede imputati dodici agenti della polizia penitenziaria, accusati di aver pestato diversi detenuti nelle celle zero del carcere di Poggioreale. Sul giudizio incombe la prescrizione, dato che i fatti risalirebbero a diversi anni fa.

Ma come ha rivelato proprio qualche giorno fa Pietro Ioia – che fu il primo a parlare dei violenti pestaggi subiti a Napoli negli anni Ottanta e Novanta ed è oggi presidente dell’associazione degli ex detenuti organizzati napoletani, «ultimamente abbiamo presentato alcune denunce relative a presunti pestaggi che avrebbero ancora luogo a Poggioreale».

Dice Ioia: «Una di queste denunce è stata accolta dalla procura che ora ha aperto un’inchiesta. Si tratta della vicenda che riguarda un uomo di nazionalità slava che sarebbe stato picchiato soltanto perché si era opposto all’inserimento di un altro detenuto nella sua cella, motivandolo con il sovraffollamento».

In effetti, il carcere di Napoli risulta sovraffollato. Attualmente vi sono ospitate 2.100 persone, a fronte di una capienza massima che è di 1.500 detenuti.

Suicidi in prigione: diritti umani e regime 41 bis

L’eccesso di suicidi, le violenze, il sovraffollamento, la negazione di qualsiasi diritto nei confronti dei reclusi a cui viene applicato il regime di carcere duro del 41 bis sembrano essere i tratti distintivi dell’ordinamento penitenziario italiano secondo il monitoraggio quotidiano dell’Osservatorio sulle carceri Ristretti Orizzonti.

Secondo le ricerche del centro studi di Padova, dal 2000 a oggi (dati aggiornati al 9 novembre) sono morte in carcere 2.717 persone. Tra questi decessi, 980 sono quelli classificabili come suicidi. Soltanto nell’anno in corso, 47 persone si sono tolte la vita in cella, su un totale di 106 persone che sono decedute quest’anno (per svariati motivi) mentre si trovavano reclusi.

Il Comitato Onu contro la tortura chiede chiarimenti

Oltre i numeri, però, ci sono le ferite, spesso le morti, legate al disagio della detenzione. Per alcune di queste vicende, il Comitato Onu contro la tortura ha chiesto al Governo italiano di avere chiarimenti, lamentando la mancanza di informazioni al riguardo. Per alcuni di questi casi considerati oscuri, tuttavia, la giustizia italiana sta facendo il suo corso.

Giuseppe Rotundo, detenuto per una modica quantità di cocaina nel carcere di Lucera, vicino a Foggia, ora ha finito di scontare la pena. Nel gennaio del 2012 aveva denunciato di essere stato denudato e picchiato, fino allo svenimento, dagli agenti della locale polizia penitenziaria. Rotundo ha raccontato di essere stato legato, trascinato, nudo e sporco di sangue, in due diverse celle di isolamento. Il suo corpo sopravvissuto al supplizio è stato fotografato pieno di lividi ed ematomi. Così, date le prove fotografiche, il processo giudiziario per poter stabilire la verità dei fatti si è potuto celebrare. Ed è tuttora in corso.

Detenuto con problemi psichici in carcere a Roma

Più recente è un’altra storia su cui il Comitato Onu ha chiesto di fare luce. Quella di Valerio Guerrieri, 21enne con problemi psichici, suicidatosi il 24 febbraio del 2017 all’interno del carcere romano di Regina Coeli, è una vicenda ancora avvolta da mistero su cui la procura di Roma sta cercando di vederci chiaro. Agli inizi di ottobre, il pubblico ministero Attilio Pisani ha chiesto il rinvio a giudizio di due agenti della polizia penitenziaria. L’accusa è di omicidio colposo per non aver applicato correttamente il protocollo, che imponeva di sorvegliare il detenuto ogni quindici minuti in quanto affetto da manie suicide.

Valerio Guerrieri in carcere non sarebbe dovuto esserci, dato che era in attesa da diversi mesi di essere trasferito in una Rems, cioè in una residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza. Questo tipo di struttura dal 1° Aprile 2015 ha sostituito definitivamente i vecchi ospedali psichiatrici giudiziari. Le Rems sono destinate a persone “non imputabili” a causa di infermità psichica, intossicazione cronica da alcool o da sostanze stupefacenti, sordomutismo e che siano socialmente pericolosi.

«Regina Coeli è un caos, io ogni mattina mi sveglio e soffro, mentalmente e psicologicamente. Io vi do la mia parola di uomo che se mi trasferite seguirò tutte le terapie che mi avete dato, andrò al Sert. Io sono convinto di curarmi, perché voglio avere una vita normale. Ho 21 anni».

Sono le parole dette da Valerio Guerrieri ai giudici di Roma nell’udienza del 14 febbraio 2017. Dieci giorni prima di impiccarsi con un lenzuolo in carcere.

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