Ambiente: banche accusate di finanziare l’inquinamento

La campagna globale #DivestTheGlobe chiede ai maggiori gruppi bancari del Pianeta di smetterla di investire in progetti dall'alto impatto ambientale. Per gli attivisti «ad oggi gli impegni in materia di cambiamento climatico sono totalmente inadeguati e devono essere rafforzati»

Mercoledì 25 ottobre un gruppo di attivisti per i diritti dei popoli indigeni e per la giustizia climatica ha manifestato davanti alla sede di Credit Suisse, a Ginevra. L’azione, cui hanno partecipato persone provenienti da tutto il mondo, era parte di una campagna più ampia, #DivestTheGlobe, che in quei giorni ha chiesto in Europa, Canada e Stati Uniti ai maggiori gruppi bancari del Pianeta di non investire in progetti dall’alto impatto ambientale, come oleodotti, centrali termoelettriche a carbone o mega centrali idroelettriche.

La data prescelta è quella di chiusura della riunione annuale dell’Equator Principles Association (Epa), che dal 23 ottobre ha richiamato a San Paolo, in Brasile, rappresentanti dei 91 istituti di credito associati, tra cui le italiane Intesa Sanpaolo e Unicredit.

Chi ha sottoscritto gli Equator Principles dovrebbe garantire che «i progetti finanziati o che seguiamo come consulenti siano sviluppati in modo socialmente responsabile e rispecchino pratiche solide di gestione dell’ambiente». Ma questo non avviene sempre.

L’oleodotto Usa che viola i diritti umani degli indigeni

Per esemplificare come gli Equator Principles potrebbero modificare l’approccio delle banche, BankTrack, una ong olandese che monitora il ruolo della finanza nei processi di sviluppo e in merito alla violazione dei diritti umani, cita l’esempio del Dakota Access Pipeline (Dapl), un oleodotto di quasi 2 mila chilometri negli Stati Uniti d’America.

Si tratta di un progetto congelato dal governo Obama e riattivato da Donald Trump che non rispetterebbe i principi perché «viola il diritto degli indigeni locali ad esprimere il proprio eventuale consenso al progetto in modo libero, informato e prima che lo stesso venga approvato». Mettendo a rischio anche le risorse di acqua potabile delle tribù Sioux di Standing Rock, come spiega una lettera inviata, tra gli altri, all’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina.

Per le banche è un problema di reputazione

La vicenda dell’oleodotto tra il Nord Dakota e l’Illinois, definito sul sito del progetto «il modo più sicuro e più sensibile all’ambiente di portare il petrolio dai pozzi ai consumatori Usa», è esemplare perché ha portato un gruppo di banche a riflettere sul proprio ruolo, e sull’inadeguatezza degli Equator Principles.

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Foto tratta dalla pagina Facebook di DeFund DAPL

Abn Amro, Bnp Paribas, Bbva, Credit Agricole, Fmo, Intesa Sanpaolo, Natixis, Nibc, Rabobank e Société Générale, infatti, hanno inviato una lettera all’Equator Principles Association, che ha sede nel Regno Unito, denunciando come la vicenda avesse contribuito a «danneggiare la reputazione» degli istituti coinvolti e dell’intera associazione e chiedendo l’avvio di una revisione degli standard socio-ambientali definiti dagli Equator Principles. Tra gli istituti di credito firmatari, ben cinque – Bbva, Credit Agricole, Intesa Sanpaolo, Natixis e Société Générale – hanno preso parte al prestito per la costruzione del Dakota Access Pipeline.

Rispetto dell’ambiente: principi banche «indadeguati»

Secondo Johan Frijns, direttore di BankTrack, «i cambiamenti richiesti rappresenterebbero un passo nella giusta direzione, quella di assicurare che gli Equator Principles possano rispondere in modo adeguato ad un mondo post-Accordo di Parigi». Frijns ha anche detto:

«Ad oggi gli impegni in materia di cambiamenti climatici sono totalmente inadeguati e dovrebbero essere rafforzati. Crediamo che l’Epa sia consapevole che un insieme di principi che sono stati rivisti in modo solo parziale a partire dalla loro scrittura nel 2003 non possano più offrire alle banche strumenti adeguati per affrontare il tema del rischio climatico».

Campagna per chiedere a banche rispetto dell’ambiente

Il caso Dakota Access Pipeline è uno tra i tanti «disaster projects» (progetti disastro) censiti dalla campagna Equator Banks, Act!, tra iniziative già finanziate (come la centrale termoelettrica a carbone Tanjung Jati-B 2, in Indonesia, o le dighe di Belo Monte, in Brasile, e di Agua Zarca, in Honduras) e altre che potrebbero esserlo a breve (una centrale a carbone a Lamu, in Kenya, o il Trans Adriatic Pipeline, che tocca anche l’Italia, e che vede da anni le proteste dei cittadini della costa pugliese).

Tra i sostenitori della campagna Equator Banks, Act!, lanciata attraverso una petizione cui hanno aderito oltre 110 mila persone e quasi 300 organizzazioni, c’è anche Amazon Watch, la cui direttrice Leila Salazar-López spiega:

«Se non agiscono oggi in modo coraggioso, riformando gli Equator Principles, queste istituzioni finanziarie continueranno a trovare l’opposizione di quanti hanno a cuore le sorti del Pianeta e di tutti i gruppi indigeni che vivono dall’Artico all’Amazzonia».

 

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