Togo, la polveriera d’Africa pronta ad esplodere

Opposizione e governo sono a un punto di stallo. Il presidente Faure Gnassingbé non vuole mollare il potere e continua a vietare manifestazioni e arrestare nemici. Fuori dal Togo, la diaspora protesta. Mentre i negoziatori cercano di far collimare la soluzione della crisi con i tanti interessi in gioco

«Che vengano i tiranni, il tuo cuore sospira per la libertà. Sveglia, Togo! Lottiamo senza sosta». Sono le parole dell’inno nazionale del Paese africano, scritte nel 1960 dal musicista Alex Casimir-Dosseh. “La patria degli antenati”, è il titolo. Parole sostituite, tra il 1979 e il 1992, da un altro inno, voluto dall’allora presidente Gnassingbé Eyadema, il cui figlio Faure è oggi al potere. Un potere ininterrotto dal 2005, che ora provoca la reazione delle piazze, dentro e fuori i confini del Paese.

Come l’inno nazionale, anche la Costituzione e il funzionamento delle istituzioni, in Togo, dipendono dagli umori di chi comanda. Da agosto il Paese vive una profonda crisi istituzionale di cui ancora non si vede la fine. E le potenze della regione stanno cercando di acquisire potere attraverso i negoziati.

La diaspora togolese si mobilita in Europa

Ovunque ci siano togolesi della diaspora, in Europa, ci sono marce di protesta: Italia, Francia, Germania, Belgio. Le prossime in programma sono il 7, 8 e 9 novembre, in questi Paesi. Sono tentativi di sensibilizzare le potenze occidentali (Francia e Stati Uniti le più interessate), con l’auspicio che si schierino contro l’attuale dittatore.

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Gli immigrati togolesi chiedono il rispetto della Costituzione – Foto concessa da Gado Ali

In questi anni, infatti, Faure Gnassingbé è rimasto al potere soprattutto grazie all’aiuto di Parigi, con cui ha sempre avuto rapporti eccellenti, dimostrando anche di avere un forte consenso popolare. Ma sembra che quell’epoca, ormai, vada verso il tramonto. 

Oppositori di Faure Gnassingbé imprigionati e uccisi

La situazione nella capitale Lomè è tesa dalla metà di agosto. Sono stati espulsi media internazionali, messi in prigione gli oppositori politici, alcuni di loro torturati, altri uccisi.

Secondo le notizie riportate dalla diaspora togolese in Italia, nell’ultimo mese almeno 12 cadaveri di civili che hanno partecipato a manifestazioni contro Faure Gnassingbé sarebbero stati ritrovati nel Paese, a cui se ne aggiungono quattro delle forze di sicurezza. 

Negoziatori all’opera tra Lomé, Parigi e Washington

La deriva autoritaria di Faure Gnassingbé è stata graduale. La storia è cominciata nel 1992, l’anno in cui il vecchio inno “La patria dei nostri antenati” è stato reintrodotto dopo 13 anni passati a cantare un inno voluto dal padre di Faure Gnassingbé. In quell’anno il Togo ha introdotto una nuova Costituzione, che secondo l’opposizione non è stata mai messa in atto. In particolare rispetto al numero di mandati concessi a un presidente. 

La situazione del piccolo Paese africano è entrata anche nell’agenda di Francia e Stati Uniti, i Paesi più interessati alla stabilità dell’Africa occidentale. La portavoce del ministero degli Esteri transalpino, Agnès Romatet-Espagne, a metà ottobre ha detto:

«La Francia segue con attenzione l’evoluzione della situazione in Togo. Siamo preoccupati dai rapporti che segnalano la presenza di uomini civili a fianco delle forze dell’ordine, che fanno pensare alla presenza di milizie. Auspichiamo che il governo togolese rispetti il diritto a manifestare e che le proteste si svolgano pacificamente».

Il 25 ottobre anche Washington ha cercato di aprire una finestra di dialogo tra opposizione e regime. Lo ha fatto attraverso un comunicato della portavoce del Dipartimento di StatoHeather Ann Nauert. «Siamo particolarmente preoccupati dalle notizie di un uso eccessivo delle forza da parte delle forze di sicurezza (sic) e da notizie che riportano vigilantes supportati dal governo che usano la forza e la minaccia di sedare le proteste con la violenza e intimidiscono i civili».

Il comunicato degli americani critica anche la conseguente decisione del governo di Lomè di limitare le manifestazioni:

«Chiediamo al governo del Togo di preservare i diritti umani dei suoi cittadini, in particolare la loro libertà di espressione, il diritto a raggrupparsi in modo pacifico, la libertà di accedere a internet e chiediamo di assicurare che per tutti gli arrestati sia garantito il diritto ad un giusto processo».

La richiesta di aprire un dialogo arriva, però, dopo che l’opposizione ha già subito pesanti attacchi dal governo. L’ultima volta il 17 ottobre. E anche il Diaprtimento di Stato fa riferimento al quell’episodio, criticando la condotta del governo di Lomè.
Quel giorno l’imam Djobo Mohamed Allassani, consigliere politico del Partito nazionale panafricano (Pnp), la compagine guidata dal personaggio politico che più contende il potere di Gnassingbé, Tikpi Atchadam, è stato arrestato perché «tra le persone a lui vicine ci sono dei violenti», come ha sostenuto il governo togolese, respingendo le accuse di un imprigionamento dovuto all’appartenenza politica.

Togo: tavoli aperti anche da Onu, Guinea e Senegal

In Togo regna un equilibrio del terrore dove nessuno riesce a compiere il passo decisivo per chiudere la partita. A questo si aggiunge una partita diplomatica non di semplice risoluzione. Le Nazioni Unite hanno mandato il loro inviato Antonio Guterres a trattare. Il presidente di turno dell’Unione africana, Alpha Condé (Guinea Conakry), cerca di fare la sua parte. In Senegal, il presidente Macky Sall, per cercare di affermare il suo ruolo di superpotenza regionale, cerca di far pesare la sua posizione in un incontro previsto a breve a Dakar.

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Il presidente Faure Gnassingbé – Foto: UN Photo/Pierre Albouy (via Flickr)

Ma le strategie non collimano: Condé propone un’uscita di Gnassingbé fino al 2025 dalla vita politica, per poi tornare alle urne, racconta il settimanale parigino Jeune Afrique. La soluzione però è inaccettabile per l’opposizione. E piace molto al dittatore.

Gnassingbé è a rischio già dal 2014, cioè dall’inizio delle “Primavere africane”, le manifestazioni di piazza che hanno contribuito ad abbattere dinosauri della politica prima in Burkina Faso, poi in Gambia. All’epoca del summit della Cedeao – la banca dei Paesi dell’Africa occidentale – del maggio 2015, solo Gnassingbé e il deposto Yayha Jammeh non hanno accettato la regola comune di limitare nella sotto-regione i mandati presidenziali a due.

Una exit strategy in quattro mosse

A questo punto, le soluzioni possibili per i negoziatori, sintetizza Jeune Afrique, sono quattro. La prima è la vittoria piena dell’opposizione: ritorno alla Costituzione disattesa del 1992 e chiusura dell’epoca di Faure.

La seconda soluzione prevede un governo di unità nazionale, con un primo ministro di consenso e una nuova Corte suprema, meno allineata al potere odierno. Soluzione difficile.

La terza prevede ancora Gnassingbé al potere fino al termine naturale del suo mandato, il 2020, con l’obiettivo principale di scrivere un nuova costituzione.

La quarta e ultima prevede invece la piena conservazione dello status quo, con l’unico gesto di apertura di Gnassingbé di una legge d’amnistia per liberare gli oppositori politici.

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