Immigrazione: racconti del disagio mentale che colpisce i profughi

Rifugiati e richiedenti asilo affrontano viaggi che possono durare anni, vivono lutti e grosse perdite, subiscono violenze. E tutto questo ha conseguenze pesanti sul loro equilibrio psico-fisico. Lo rivela una ricerca presentata oggi dall'associazione Psicologo di Strada

Sono in fuga da guerre e carestie, costretti a lasciare il Paese in cui sono nati e vissuti per cercare una vita migliore in Italia e in Europa. E prima di arrivarci, spesso subiscono violenze, torture, sevizie, rapimenti che lasciano i segni. Molto più di quanto si pensi o si provi ad analizzare.

Sono i richiedenti asilo che arrivano nel nostro Paese, con un disagio mentale pesante. A loro è dedicata la ricerca dell’associazione di volontari Psicologo di Strada di Padova che, tra l’ottobre 2016 e il giugno 2017, ha coinvolto 50 richiedenti asilo ospitati in strutture gestite da cooperative a Padova, Rovigo, Arquà Polesine, Lama Pezzoli (tutte nel Veneto) e Limbiate (Brianza, Lombardia).

Perché uno studio su immigrazione e disagio mentale

L’indagine ha avuto come obiettivo quello di approfondire alcuni aspetti emersi in un primo studio condotto dallo psicologo Cristiano Draghi nel 2015 che aveva rivelato nei rifugiati e richiedenti asilo la presenza «significativa di ricordi disturbanti, incubi, difficoltà a dormire, tristezza, senso di solitudine, oltre a numerosi sintomi somatici».

«Abbiamo voluto concentrarci di più su questi aspetti perché abbiamo constatato che non c’è un’attenzione adeguata sulla salute dei richiedenti asilo», dice Laura Baccaro, psicologa e criminologa, oltre che presidentessa dell’associazione. «Per noi è stata anche una sfida perché abbiamo fatto tutto da volontari e a budget zero, visto lo scarso interesse verso questo tematiche». Un interesse che però è fondamentale risvegliare, come dice la psicologa:

«Se non si dà la giusta considerazione al vissuto di queste persone, si rischia di far cicatrizzare una frattura che è insita dentro di loro, non si risolve il problema e ciò fa sì che sintomi trascurati, alla lunga, possano portare a episodi di disadattamento o aggressività».

Un viaggio che dura da un mese a 2 anni

Per la ricerca, condotta tramite test rivisti, adattati e tradotti, sono state intervistati 47 maschi e 3 femmine, con un’età media di 26 anni e mezzo (minimo 18 e massimo 48), provenienti soprattutto da Nigeria, Gambia, Costa d’Avorio, Guinea Conakry. Tre gli asiatici e un siriano.

Tutti gli africani hanno raggiunto l’Italia percorrendo l’ultima parte del viaggio su gommoni e barconi, gli asiatici con vari mezzi, compreso treno e spostamenti a piedi. Un viaggio che in alcuni casi è durato un mese, in altri oltre 2 anni.

Di questo campione, il 40% si trova in Italia da un lasso di tempo che va dai 3 ai 6 mesi, l’82% afferma di volerci restare.

Migranti e disagio mentale: i disturbi ricorrenti

Persone diverse con storie diverse che però hanno un minimo comune denominatore: un livello di sofferenza alto insieme a disturbi psico-fisici. Tra questi, spiccano in particolare i sintomi del disturbo Post traumatico da stress (Ptsd). Disturbo che è altamente probabile nel 60% degli intervistati, una percentuale superiore rispetto alla popolazione generale ma non così distante da quanto verificato in altri contesti simili.

Per esempio, come si legge sempre nella ricerca, «il risultato corrisponde a quanto rilevato da Medici senza Frontiere su un campione di 387 persone in provincia di Ragusa negli anni 2014-2015: del 60,5% di loro che presentava problematiche psicologiche, il 40,2% aveva dei disturbi compatibili con il Ptsd».

«Abbiamo inoltre riscontrato», prosegue Baccaro «molti disturbi di somatizzazione e anche dolore corporeo. Inoltre ci sono parecchi disturbi legati a un’iperattivazione del sistema di difesa. Mi spiego meglio: è come se queste persone fossero sempre sul chi va là, non si fidassero né riuscissero a lasciare andare».

«E ciò può portare a problemi nella gestione della vita quotidiana all’interno dei centri di accoglienza con episodi in cui il migrante agisce con aggressività e violenza o ricorre a un uso smodato di psicofarmaci».

I meccanismi psicologici di difesa

Ma non solo: i richiedenti asilo reagiscono spesso con una strategia difensiva psicologica ben precisa: “evitare” e “dimenticare”.

Chi ha vissuto traumi elevati, infatti, può avere episodi di intrusione ossia essere vittima di ricordi improvvisi accompagnati da emozioni dolorose e dalla sensazione di “rivivere” il dramma. Può agire poi con l’”evitamento“, ossia evitando contatti con chiunque e con qualunque cosa lo riporti al trauma: questo può comportare distacco e disinteresse. C’è inoltre la tendenza a rimuovere completamente l’episodio particolarmente doloroso.

Le conseguenze per la società

«Ogni sintomo deve comunque essere interpretato all’interno di un quadro interculturale legato alle migrazioni e al lutto», chiosa la presidentessa dell’associazione. «È grave che nelle accoglienze e nei vari bandi che vengono indetti, non sia previsto un tipo di intervento per affrontare la situazione così come che non sia prevista nessuna formazione specifica per gli operatori. Non prendersi cura delle persone che hanno determinati disturbi fa sì che questi diventino molto più gravi, cronici, con un costo maggiore per la sanità, oltre ad avere implicazioni sociali».

Una necessaria lettura clinica delle migrazioni

Ecco perché l’associazione, che esiste dal 2006, con questa ricerca ha voluto più che altro fornire «una diversa lettura clinica delle migrazioni, molto più raffinata ed aderente alla vita e alle vicende migratorie. Non abbiamo voluto fare delle diagnosi», aggiunge la psicologa, «ma soffermarci su una descrizione dei comportamenti sperando che appunto vengano letti e interpretati nel modo giusto».

L’indagine è presentata ufficialmente oggi al Corso di formazione “Trauma, salute e migrazione: esperienze e vissuti dei rifugiati e dei richiedenti asilo” Padova.

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