Yazidi: Onu apre a riconoscimento del genocidio compiuto dall’Isis

Un nuovo gruppo di investigazione dell'Onu si occuperà di crimini di guerra, crimini contro l'umanità e genocidio in relazione alle violenze compiute dai militanti dell'Isis contro gli yazidi. I terroristi avrebbero commesso esecuzioni di massa, conversioni forzate, deportazioni, stupri e riduzione in schiavitù sessuale

Esecuzioni di massa, conversioni forzate, deportazioni, stupri e schiavitù sessuali subite dal popolo yazidi ad opera dell’Isis nel nord dell’Iraq potrebbero essere riconosciute come genocidio. Nelle ore in cui la fortezza e capitale dello Stato Islamico in Siria, Raqqa, è caduta, si iniziano a tirare le somme di quanto il conflitto con lo stato del terrore stia costando, soprattutto alle vittime innocenti. E la giustizia internazionale potrebbe iniziare a muovere presto i primi deboli passi.

Dopo tante denunce, inchieste giornalistiche e rapporti di ong sulle violenze perpetrate dai combattenti dell’Isis in Iraq, infatti, il consiglio di sicurezza dell’Onu ha approvato la risoluzione 2379 con la quale si crea un gruppo di investigazione riguardo a crimini di guerra, crimini contro la umanità e genocidio eventualmente commessi dai militanti dell’Isis. In particolare, l’attenzione si rivolge verso le violenze subite dagli yazidi, minoranza etnica e religiosa da secoli stanziata nel nord dell’Iraq e finita nel mirino delle violenze estremiste insieme con tutte le altre minoranze presenti nell’area.

La violenza dell’Isis contro gli yazidi in Iraq

La violenza contro gli yazidi ha caratteristiche peculiari. A seguito dell’auto-nomina a Califfo dello Stato Islamico nella Moschea di Mosul da parte del leader Abu Bakr Al Baghdadi, l’organizzazione ha vissuto la sua fase di massima espansione territoriale verso l’Iraq settentrionale. In particolare, dall’inizio di agosto 2014 in poi i combattenti dell’Isis hanno puntato verso alcuni villaggi, soprattutto verso la zona di Sinjar.

Ebbene, in questo contesto oltre 736.000 yazidi sono stati costretti a fuggire dalle loro case, altri sono costretti a convertirsi all’Islam sotto l’imminente minaccia della morte. Chi non si è adattato, è stato ucciso.

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Campo di rifugiati iracheni yazidi in Siria – Foto: Rachel Unkovic, International Rescue Committee (via Flickr)

Secondo quanto riportato dall’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) e dalla missione delle Nazioni Unite per l’Assistenza all’Iraq (Unami), almeno 5.500 yazidi sono stati assassinati. E altri 6.396 yazidi, come minimo, sono stati rapiti dai militanti dell’Isis e trasferiti in aree controllate del califfato.

Bambini fino a 2 anni sono stati portati alla Madrasa Jihadia. Donne e ragazze, anche di 10 anni, sono state rapite, vendute, date come regali o forzate a sposare combattenti dello Stato Islamico. Circa 300 di loro sono riuscite a fuggire dalla prigionia di Isis, riportando ciò che hanno visto e subito (qui la relazione di Human Rights Watch).

Uno degli aspetti più nefasti delle violenze contro gli yazidi è stata la diffusa, sistematica e regolamentata pratica della schiavitù sessuale e degli stupri sulle donne. Tutto giustificato attraverso interpretazione distorta del Corano.

La religione del popolo yazidi, “adoratori del diavolo”

La popolazione yazidi è diventata bersaglio del settarismo Isis a causa della loro antica religione sincretica “apostata”, tradizione orale che prende spunto sia dall’Islam sia dal Cristianesimo.

La religione è interamente basata su miti orali, leggende popolari e inni. Considerando che gli yazidi non hanno un libro sacro come il Corano per l’Islam o la Bibbia per il Cristianesimo, li posiziona come “adoratori del diavolo” agli occhi dell’Isis.

Donne stuprate e schiave viste come “dono di Allah”

Lungi dal negare il coinvolgimento del rapimento e vendita al mercato delle donne, l’Isis ha descritto la cattura e la schiavitù delle donne e dei bambini “infedeli” come conseguenza inevitabile della conquista del nuovo territorio, regolarizzando e codificando così la schiavitù sessuale dal punto di vista religioso (qui l’approfondimento del New York Times).

In particolare con la fatwa 64 del gennaio 2015 è stata presentata una giustificazione esplicita per la schiavitù sessuale come riferito poi nell’opuscolo intitolato “Domande e risposte sul prelievo di prigionieri e schiavi” pubblicato a maggio 2015 nel volume 9 della rivista dell’organizzazione “Dabiq”.

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Campo profughi in Siria ospita yazidi iracheni – Foto: Rachel Unkovic – International Rescue Committee (via Flickr)

La schiavitù sessuale delle donne yazide è stata dunque approvata e incoraggiata. Ai combattenti dell’Isis è stato consentito mantenere una donna yazidi come schiava per il proprio piacere sessuale, da interpretare come “dono di Allah” per l’impegno in favore del Jihad. Un punto di estrema importanza per superare gli stringenti obblighi morali wahabiti.

Schiavitù contro adulterio e per maggiore coesione Isis

Senza la schiavitù legalizzata ci sarebbe stato il rischio di aumento di casi di adulterio e fornicazione perché nella sharia non esiste alternativa al matrimonio. Un uomo che non può permettersi il matrimonio con una donna libera, dunque, si trova circondato dalla “tentazione verso il peccato”.

La schiavitù sessuale è stata utilizzata anche come strumento di coesione tra i ranghi. I combattenti hanno potuto scegliere e comprare la donna da tenere con sé al fronte come schiava sessuale in mercati istituiti nel territorio del califfato.

L’Isis, quindi, non ha mai cercato di nascondere o negare i crimini commessi. Al contrario, ha dato loro un’ampia risonanza attraverso dichiarazioni ampiamente distribuite in molte lingue e in tutti i social media. Con la fatwa che la schiavitù e la violenza sessuale sono state religiosamente e istituzionalizzate adottate come regole.

Crimini di guerra, reati contro l’umanità e genocidio

Tortura, rapimenti, trattamenti crudeli, stupri e altre forme di violenza sessuale – così come la costrizione ad agire contro le proprie credenze religiose – sono tutte azioni vietate nei conflitti e costituiscono crimini di guerra secondo il diritto umanitario internazionale che si applica alle situazioni di conflitto armato.

Queste leggi vincolano tutte le parti del conflitto, e quindi, in questo caso, anche l’Isis. Le violazioni e gli abusi documentati però costituiscono anche reati contro l’umanità e, se provato dalla commissione di indagine istituita dal consiglio di sicurezza dello Onu, anche genocidio. Responsabilità che aprono alla possibilità di processare i militanti Isis anche personalmente davanti alla Corte penale internazionale.

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