Migranti e fame, gli aiuti Ue sono fuori strada

La cooperazione europea deve cambiare registro sull'immigrazione. Combatterne le cause profonde non significa impedire i flussi. E le politiche di sviluppo devono partire dalla aree rurali. Lo sostiene un nuovo rapporto di Action Aid

Combattere le cause profonde dell’immigrazione, come la fame, non significa fermare i flussi di persone che si spostano nel pianeta. Anzi, l’effetto potrebbe addirittura essere il contrario. La cooperazione europea, quindi, non può strumentalizzare gli obiettivi delle agende internazionali – come l’Agenda delle Nazioni Unite per il 2030 – al solo scopo di contenere il fenomeno migratorio. Un fatto, però, è chiaro: le politiche di sviluppo devono passare dalle aree rurali, dalle quali arriva il maggior numero di migranti. Le aree colpite, più di quelle urbane, da carestie e malnutrizione.

È quanto afferma un report di Action Aid intitolato “Migrazioni, sicurezza alimentare e politiche di cooperazione – Esplorare il nesso oltre le semplificazioni“. Il 16 ottobre è stato il World food day, la Giornata mondiale dell’alimentazione proclamata dall’Onu: l’occasione costruita dalle Nazioni Unite per ricordare l’urgenza della fame nel mondo.

«L’obiettivo di lavorare sulle cause profonde delle migrazioni non deve essere la riduzione dei flussi, quanto piuttosto fare della migrazione una scelta e non una necessità: un’opzione tra le varie a disposizione delle persone per migliorare la loro vita da tutti i punti di vista», si legge nel report.

I numeri di migranti e fame nel mondo

I migranti aumentano di anno in anno nel mondo. Nel 2016 sono stati oltre 245 milioni, il 41% più che nel 2002. Ci si sposta prima di tutto per trovare lavoro (150 milioni di migranti) e molto meno perché si fugge da una guerra (i rifugiati sono 65,3 milioni). Se si aggiungono i migranti interni, le cifre toccano quota 740 milioni, di cui oltre il 40% sulla direttrice Sud-Sud.

La maggior parte degli spostamenti, infatti, è da un centro rurale a uno urbano, come dimostrano le rimesse, destinate soprattutto a quelle aree. Qui sono anche concentrate le sacche di povertà economica assoluta: gli oltre 700 milioni di individui che vivono con meno di 1,9 dollari al giorno sono per il 78% fuori dalle città. Come ricorda la Fao, citata nel report di ActionAid, in assenza di politiche adeguate, i poveri sono destinati a rimanere gli stessi anche nel 2030. Nel 2015 gli affamati nel mondo erano 795 milioni, 815 nel 2016.

Quali sono le cause della migrazione

Lo studio di ActionAid individua anche quali sono i “trigger”, i grilletti che innescano – insieme ad altri fattori – le migrazioni. Sono legati a condizioni politiche, ambientali e socioeconomiche: dittature, sfruttamento dissennato delle risorse, accaparramento di terra, condizioni di malnutrizione. Sono le cause profonde dalle quali nascono, in un secondo tempo, le “emergenze”: disastri ambientali, carestie, guerre, conflitti sociali.

migranti e fame
Un bambino appena sbarcato su un’isola greca – Foto Action Aid

Le Nazioni Unite hanno prodotto l’Agenda 2030, con annessi i 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile, proprio per affrontare le emergenze mondiali. Ma perché l’Agenda raggiunga qualche obiettivo, è necessario abbandonare l’approccio attuale sulle migrazioni. Se i fondi della cooperazione internazionale saranno destinati solo alle forze di sicurezza o alle guardie di frontiera, infatti, non ci si occuperà, ad esempio, di introdurre politiche che possano mitigare i cambiamenti climatici.

Gli attori del cambiamento: i piccoli contadini

In questo quadro globale, la leva del cambiamento è rappresentata dai piccoli contadini dei Paesi in via di sviluppo. La loro assenza ha prodotto maggiore insicurezza alimentare, che a sua volta va annoverata tra le cause delle migrazioni nel mondo. La redistribuzione dei mezzi di produzione agricola e la creazione di nuovi ambienti agricoli è per ActionAid una delle chiavi per costruire un futuro dove ci sia meno malnutrizione.

«È importante che le politiche di cooperazione per la sicurezza alimentare abbiano come priorità l’agro-ecologia; garantiscano l’accesso dei piccoli agricoltori ai mercati, all’assistenza tecnica, alla ricerca, al credito e alle risorse naturali, in particolare per le donne; integrino la dimensione urbana  e nutrizionale della sicurezza alimentare e sostengano adeguati meccanismi di protezione sociale e investimenti in infrastrutture attraverso una governance inclusiva», scrive Action Aid.

In più, se a migrare sono soprattutto persone che arrivano dalle aree rurali, questo significa che non resta nessuno a coltivare la terra. Il circolo vizioso si autoalimenta.

Più aiuti umanitari, più dipendenza da cooperazione

Da ultimo si aggiungono le politiche poco coerenti dei Paesi che offrono aiuti umanitari e che, al contrario, possono produrre maggiore dipendenza dalla cooperazione, invece che sviluppo.

L’esempio riportato da ActionAid è quello del Kenya del 2008, anno di una profonda carestia. I pastori stavano cercando di spostarsi nei Paesi limitrofi per trovare luoghi dove far pascolare il bestiame. Ma su spinta di alcuni Paesi donatori, i confini del Kenya si sono chiusi per la paura del terrorismo di Al Shabaab. Così l’unico luogo dove sono potuti migrare i contadini sono stati i confini della città, dove non sono in grado di gestire in modo indipendente il lavoro agricolo, ma dipendono da progetti di cooperazione.

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