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Bolzano in piazza contro la morte di Adan

Centinaia di persone manifestano contro la morte di un bambino iracheno che forse si poteva evitare. Sul banco degli imputati le norme della Provincia che ostacolano l'accoglienza e le tante porte chiuse in faccia alle persone vulnerabili. La denuncia di Sos Bozen e Antenne Migranti

Bolzano non ci sta. Non si rassegna a vedere Adan, un ragazzino iracheno con la distrofia muscolare, morire a 13 anni per colpa di una circolare della Provincia. La società civile ha deciso di non restare muta davanti a una mancanza d’accoglienza che è arrivata ormai ai limiti dell’umanità. E cerca ora di ribellarsi di fronte alle troppe porte sbattute in faccia alle persone più fragili da istituzioni civili e religiose, che hanno invece il dovere di difendere i diritti dei più deboli.

E così i cittadini hanno manifestato nella città sudtirolese sabato 14 ottobre, di pomeriggio, all’insegna di “Nessuna persona è illegale”, “Accoglienza subito” e “Mai più richiedenti asilo lasciati in strada”. Per l’associazione Sos Bozen, che ha promosso la manifestazione, hanno partecipato circa 500/600 persone. Un numero di tutto rispetto considerando che l’evento era stato indetto appena tre giorni prima.

A convincere tanta gente a uscire di casa è stata la tragedia di Adan, un ragazzino «ammazzato dall’indifferenza, superficialità e cecità dei burocrati, delle istituzioni e delle organizzazioni che avrebbero dovuto, invece, tutelare e proteggere lui e la sua famiglia», come si legge sulla pagina Facebook di Sos Bozen. Una vicenda per la quale sono già finiti sotto indagine 10 medici dell’ospedale San Maurizio, fa sapere l’associazione. Anche se per avere altre informazioni bisognerà aspettare i risultati dell’autopsia di venerdì scorso.

Dall’Iraq alla Svezia in cerca di protezione

La vicenda è stata ricostruita in un comunicato piuttosto dettagliato diffuso l’8 ottobre da Sos Bozen e dal gruppo Antenne Migranti. Adan era scappato con la sua famiglia – mamma, papà e altri tre fratelli – da Kirkuk, in Iraq, a circa 250 chilometri da Baghdad. Il ragazzino, colpito da distrofia muscolare che lo costringeva su una sedia a rotelle, nel dicembre 2015 era riuscito a raggiungere la Svezia.

Solo nel febbraio scorso, però, la famiglia irachena era stata intervistata per spiegare le ragioni della propria domanda di protezione internazionale. E appena un mese fa le autorità svedesi hanno deciso di dare una risposta negativa, intimando di andarsene dal paese. Nel caso la famiglia di Adan fosse rimasta, si sarebbe aperta la strada dell’espulsione forzata verso l’Iraq.

Stoccolma – Bolzano in treno: l’ultimo viaggio di Adan

Per evitare di tornare in Iraq, la famiglia ha preso il treno in direzione Italia. E così il 1° ottobre, di domenica, è arrivata a Bolzano, dove ha trascorso la prima notte sotto un ponte.

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La famiglia di Adan. Foto Sos Bozen

Il giorno seguente i sei migranti sono andati prima al servizio Consulenza Profughi della Caritas, poi al servizio d’assistenza umanitaria dell’associazione Volontarius. Quando la famiglia è stata portata in questura, purtroppo, l’ufficio immigrazione era già chiuso, e ha potuto quindi avere solo un numero di prenotazione.

In tutto questo, sottolinea il comunicato Sos Bozen-Antenne Migranti, «il Servizio Integrazione Sociale ha sempre dato risposta negativa in merito ad una presa in carico da parte loro».

Il primo ricovero di Adan nell’ospedale di Bolzano

Sempre il 2 ottobre, Adan è stato portato in ospedale perché aveva difficoltà a respirare e dolori diffusi. Quella notte tutta la famiglia del ragazzino ha dormito in alloggi di fortuna all’interno della struttura.

Il giorno dopo, la famiglia è dunque tornata in questura per dichiararsi intenzionata a fare richiesta di protezione internazionale. Adan e la mamma, invece, sono restati in ospedale perché il ragazzo era stato tenuto sotto osservazione. La notte seguente, quindi, loro due hanno dormito nella struttura ospedaliera, mentre il resto della famiglia, ossia il papà con i figli di 6, 10 e 12 anni, ha potuto dormire in albergo grazie all’intervento di Sos Bozen.

Circolare Critelli: Provincia di Bolzano sotto accusa

Il comunicato denuncia che il servizio della Caritas aveva segnalato «per iscritto e per via orale» la situazione di questa famiglia ai servizi competenti, e nello specifico Servizio integrazione sociale, Commissariato del governo, Provincia. Ma «dalle stesse è pervenuta risposta che la famiglia, in ragione della circolare Critelli, non poteva ricevere accoglienza».

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Un momento della manifestazione di sabato a Bolzano. Foto Sos Bozen

Di che cosa si tratta? «Era il 27 settembre 2016 e la Provincia di Bolzano, nel momento di maggiore dibattito sulla blindatura del confine da parte dell’Austria, emanava la cosiddetta Circolare Critelli, relativa all’accoglienza delle persone richiedenti protezione internazionale vulnerabili (famiglie con minori, mamme sole con minori, donne incinte, persone con problematiche fisiche e psichiche)», scrive Sos Bozen in un comunicato del 14 ottobre.

Questa norma locale, in sintesi, non permette di accogliere i profughi vulnerabili, neppure in maniera temporanea, se sono già passati per altri Stati in cui avrebbero avuto la possibilità di fare la richiesta di protezione e se non sono arrivati sul territorio inviati dal ministero.

Il risultato, dichiara l’associazione, è che «famiglie con bambini, persone malate, donne sole, minori che fanno richiesta di protezione internazionale a Bolzano, non ricevono accoglienza e vengono lasciate in strada senza alcun tipo di assistenza e di informazione». E questo è quello che è successo anche ad Adan e alla sua famiglia.

Dall’ospedale al pavimento di un centro giovanile

Il 4 ottobre il ragazzo iracheno è stato dimesso dall’ospedale, nonostante pare ci sia stata una divergenza d’opinione tra i medici. Fatto sta che Adan è tornato nel parco della stazione con il resto della famiglia, «priva di assistenza ed informazioni, se non quelle fornite dalle associazioni della società civile».

Ancora una volta, la solidarietà di singoli e vari gruppi della zona – Sos Bozen, Verdi, comunità islamica di Trento e Bolzano, Antenne Migranti, gruppo Antifa Bolzano – ha permesso di pagare una notte in albergo ai profughi. Ciononostante, visto che nella struttura non c’erano camere raggiungibili con un ascensore per Adan, il ragazzo e il suo papà hanno dovuto dormire sul pavimento di una sala di un centro giovanile.

Chiese e conventi chiusi all’accoglienza

Giovedì 5 ottobre, ancora una volta, i quattro bambini con i due genitori hanno trascorso la giornata al parco della stazione. E tutta la famiglia di profughi è stata poi costretta a passare la notte sul pavimento di una chiesa evangelica, «l’unica ad aver aperto le porte, vista la assenza in albergo di camere libere nonché di camere accessibili con l’ascensore».

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La manifestazione di sabato scorso a Bolzano. Foto Sos Bozen

Sos Bozen e Antenne Migranti hanno dichiarato che «sono state contattate tutte le strutture ecclesiali (chiese e conventi) presenti nel capoluogo e nelle località adiacenti, ma nessuna di queste si è resa disponibile per l’accoglienza temporanea».

Richiesta di protezione internazionale senza interprete

Il 6 ottobre, finalmente, la famiglia ha potuto fare la domanda di protezione. Ma anche in questo caso pare che non sia filato tutto liscio.

«La formalizzazione della richiesta di protezione internazionale è avvenuta in assenza di un mediatore linguistico-culturale; per la comprensione reciproca è stato impiegato uno dei figli, di anni 12 anni, in quanto lo stesso parlava un poco di inglese».

La caduta di Adan, il ricovero e la morte

Dopo essere andato via dalla questura, il ragazzino è caduto dalla sedia a rotelle ed è stato portato in ospedale, nel reparto di rianimazione, visto che nella struttura hanno scoperto che era in corso un’infezione.

Il giorno seguente, il 7 ottobre, con le gambe ingessate e semi incosciente, Adan è stato portato in pediatria chirurgica. Ma ancora non era stata fatta chiarezza sul tipo d’infezione rivelata dagli esami. Fatto sta che alle 21 la febbre del ragazzo è salita e verso le 2 Adan è morto, dopo essere stato portato di nuovo in rianimazione.

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La famiglia di Adan. Foto Sos Bozen

«Non sappiamo se Adan sarebbe vivo oggi se paesi come Svezia e Italia avessero deciso di rispettare le convenzioni internazionali e le normative relative ai minori. Le responsabilità di questa tragica vicenda sono ancora tutte da accertare. Per il momento sappiamo che la famiglia è ancora sola e ha, purtroppo, un legame indissolubile con la città dove ha perso un figlio».

Diritto all’accoglienza violato

Nell’ultimo comunicato, quello del 14 ottobre, Sos Bozen denuncia che «il diritto all’accoglienza è riconosciuto e regolato da norme nazionali e da norme dell’Unione Europea. Per legge, la famiglia di Adan avrebbe avuto diritto all’accoglienza fin dal suo arrivo a Bolzano, tanto più in ragione delle condizioni di salute di Adan e della presenza di minori. Il diritto all’accoglienza parte dal momento della manifestazione di volontà di chiedere protezione internazionale e l’accesso all’accoglienza deve essere garantito anche ai richiedenti protezione internazionale soggetti al procedimento previsto dal regolamento Dublino (art. 1 c. 2 e c. 3 D. Lgs. 142/2015)».

E non è tutto. L’associazione ricorda che in provincia di Bolzano «vige inoltre l’illegittima prassi di attuare uno screening preventivo nei confronti dei richiedenti asilo (il cosiddetto “semaforo”), che sostituisce di fatto il lavoro delle commissioni competenti in materia di riconoscimento della protezione internazionale. Questa prassi viene accettata da tutti coloro che dispongono sull’accoglienza nel territorio, senza dare adito a critiche o essere messa in discussione. L’introduzione in materia di protezione internazionale di dispositivi contrastanti con le norme, tanto più se contenute in una semplice circolare o decise da solerti burocrati, è da ritenersi illegittima e automaticamente inapplicabile».

La conseguenza di questa situazione, conclude l’associazione, è che a Bolzano ci sono centinaia di richiedenti asilo che sono abbandonati in strada, sebbene avrebbero diritto all’accoglienza.

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