Femminicidio: Messico laboratorio di violenza

Ecco i primi risultati di una ricerca sul femminicidio sviluppata in quattro anni di lavoro sul campo in vari Stati del Messico. Il frutto di questo studio confluirà nel libro di prossima pubblicazione "Violencias cruzadas: practicas feministas que generan nuevas políticas"

da Città del Messico

I meccanismi di tortura, sparizioni forzate, violenza sessuale e femminicidio contro i corpi delle donne alla fine degli anni Novanta a Ciudad de Juarez, oggi sono praticati contro i corpi di tutti. Il Messico si è trasformato in un laboratorio sperimentale della violenza. Un laboratorio i cui meccanismi potrebbero replicarsi in qualsiasi paese, con maggiore o minore intensità.

Per spiegare quello che stiamo vivendo, dobbiamo fare un passo indietro.: Ciudad de Juarez, frontiera Messico-Stati Uniti. Negli anni Novanta il deserto di Juarez era un cimitero a cielo aperto, dove venivano ritrovati corpi di donne. Più si scavava, più l’orrore cresceva: quel deserto si trasformò in una Auschwitz del nuovo millennio. Città simbolo dei femminicidi.

Perché è importante affrontare il tema del femminicidio

In quegli anni per le attiviste, accademiche femministe e giornaliste l’urgenza era puntare i riflettori dell’indignazione internazionale su quell’orrore ed elaborare categorie per analizzare il fenomeno, entrarci dentro fino a poter capirci qualcosa. Come spiega Julia E. Monárrez Fragoso, ricercatrice del Colegio de la Frontera Norte. Julia è una delle principali esperte al mondo sul tema del femminicidio, da sempre lavora in Juarez e conosce molto bene quel deserto.

«La categoría “femminicidio” elaborata dalle latinoamericane ci ha permesso di dire in una sola parola chi è la vittima e che tipo di violenza soffre, di individuare il responsabile (un uomo o un gruppo maschile aggressivo) e di definire il reato a partire da quello che codifichiamo come omicidio. Seguendo questa logica è possibile attivare i meccanismi giudiziari con una prospettiva femminista».

I responsabili degli omicidi di donne

Secondo Diana Washington Valdez, una delle prime giornaliste a investigare sul tema, tra il 1993 e il 2004 furono uccise 391 donne in Juarez, 42 delle quali non furono mai identificate. Diana pubblicò nel 2005 il libro “Cosecha de Mujeres. Safari en el desierto mexicano”, in cui raccoglieva prove e identificava cause:

«Alcuni degli assassini sono giovani che appartengono alle famiglie più prestigiose e ricche della città, che tessono relazioni con i cartelli della droga e comprano il silenzio della polizia».

Meno servizi pubblici vuol dire più violenza

Oggi Juarez è peggiorata. La corruzione politica non permette di investire in politiche di sviluppo sostenibile, manca una pianificazione urbanistica, la città si è ingrandita quasi del doppio grazie alla compravendita di terreni a basso costo nelle zone considerate più a rischio.

Per le femministe che in questi 30 anni si sono occupate del tema della sicurezza, la connessione tra mancanza di servizi pubblici e aumento della violenza è chiara. Accademiche, giornaliste e attiviste hanno prodotto ricerche, elaborato ipotesi, prodotto prove, ma per lo Stato è più semplice militarizzare il territorio. La crisi economica ha complicato il quadro, aumentando le disuguaglianze e precarizzando i contratti.

Oggi a Juarez ad essere brutalmente assassinate non sono “solo” le donne migranti, operarie della “maquila” (fabbriche tessili o di assemblaggio). Non è più una questione di genere, di classe e di razza. Oggi a Juarez il sistema è più sofisticato e chiunque più essere ucciso.

I dati: femminicidi aumentati con la lotta alla droga

Dal 2008 a oggi, tre elementi hanno cambiato lo scenario. In primo luogo, con l’inizio del “Plan México”, una strategia Usa-Messico per combattere la droga, i femminicidi sono aumentati. La militarizzazione del territorio imposta dai due governi per combattere il narcotraffico ha aumentato la violenza del 200% in due anni e in nove anni sono state assassinate 1.200 donne.

La concussione tra forze armate, narcotraffico e politica è stata documentata e denunciata. Diana Washington Valdez afferma:

«Se in Juarez un solo caso di femminicidio fosse stato risolto secondo una corretta ricerca, senza inquinare le prove e non lasciando liberi i colpevoli, sarebbe stato evitato l’effetto domino della violenza generalizzata».

Desaparecidos: troppe sparizioni forzate in Messico

In secondo luogo, se alla fine degli anni Novanta i loro corpi venivano ritrovati, in questi ultimi 20 anni si è duplicato il fenomeno delle sparizioni forzate. Nella sola Ciudad de Juarez il dato ufficiale è di 154 donne desaparecidas, ma il 75% di queste donne sono scomparse tra il 2008 e il 2017, ovvero da quando la presenza dell’esercito e della polizia sul territorio è diventata capillare.

Crudeltà diffusa: la bambina uccisa rinchiusa in valigia

Infine, oggi possiamo affermare che i femminicidi cambiano quantitativamente, ma soprattutto qualitativamente: le forme della violenza, le modalità con cui le ammazzano, sono più crudeli. Sempre più spesso non si trovano corpi interi, ma solo frammenti.

Uno degli ultimi casi è quello di una bambina assassinata e rinchiusa in una valigia. Li chiamano “enmaletamientos” (da maleta=valigia). Il corpo è stato ritrovato perché da quella valigia anonima, lasciata in uno dei quartieri della città, usciva un rivolo di sangue. È un caso di violenza domestica, ma l’assassino non ha deciso di nascondere le prove, non ha lasciato il corpo per strada, ma lo ha esposto nello spazio pubblico.

Oggi Juarez si è trasformata, come afferma l’accademica Lucia Melgar, nel paradigma della violenza che vive tutto il paese, in cui i meccanismi di violenza sperimentati contro i corpi delle donne si replicano costantemente contro i corpi di tutti.

 

*Questa ipotesi di ricerca è stata sviluppata in quattro anni di lavoro sul campo in vari stati della Repubblica federale messicana. I risultati della ricerca dottorale saranno presentati nel libro di prossima pubblicazione “Violencias cruzadas: practicas feministas que generan nuevas políticas” di Emanuela Borzacchiello.

La seconda puntata di questa inchiesta sarà pubblicata presentando il caso dello Stato di Guanajuato, Centro-nord del Messico, dove ritrovare i corpi delle donne brutalmente assassinate ai bordi della strada significa ricostruire le nuove rotte del crimine organizzato.

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opera mundiQuesto articolo è pubblicato in collaborazione con Opera Mundi, un importante sito di informazione brasiliano con vocazione agli esteri “senza perdere di vista una prospettiva brasiliana e latino-americana dei fatti”.

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