Immigrazione: Mediterraneo tomba per 15 mila migranti

Il 3 ottobre è la Giornata nazionale in memoria delle vittime dell'immigrazione. La rotta del Mediterraneo centrale è diventata la più pericolosa. Le partenze nel 2017 sono scese, ma le morti continuano ad essere troppe: oltre 15 mila dal 2014. E gli sbarchi sono diventati ormai un'arma politica

Dopo il naufragio del 3 ottobre 2013 avvenuto a mezzo miglio da Lampedusa, Papa Francesco aveva gridato «Vergogna!». Aveva ordinato all’Europa di impedire che una strage del genere accadesse di nuovo. Parole che erano destinate a restare solo un accorato appello. Come dimostrano i numeri oggi. Secondo i dati dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr), i morti nel Mediterraneo dal 2014 sono più di 15 mila.

Per ricordare quell’evento, in cui alla fine si contarono 368 morti accertati (più altri 20 morti presunti), il 16 marzo 2016 il Senato ha votato la legge che istituisce la Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione. Un momento voluto «per conservare e rinnovare la memoria di quanti hanno perso la vita nel tentativo di emigrare verso il nostro Paese per sfuggire alle guerre, alle persecuzioni e alla miseria».

Mediterraneo centrale, la rotta più pericolosa

Nel Mediterraneo la rotta più pericolosa è di gran lunga quella del Mediterraneo centrale, che dalla Libia porta alle rive della Sicilia. Il numero maggiore di morti è stato toccato nel 2016: 5.143 secondo l’Organizzazione mondiale delle migrazioni (Oim). E il dato è stato ritoccato più volte al rialzo, visto che spesso le notizie dei decessi arrivano a giorni di distanza dall’effettivo naufragio.

Si muore soprattutto appena fuori dalle acque territoriali libiche, attorno alle 15 miglia di distanza dalle coste della Tripolitania, la regione del Paese nordafricano dove sono concentrate le città dalle quali si parte: Zawyia, Zuwara, Sabratha, Garabulli. Le piccole imbarcazioni gonfiabili sovraccariche di persone non riescono ad arrivare più in là.

La dinamica di solito è questa: passate poche miglia, il gommone comincia a sgonfiarsi e a caricare acqua. Per le persone che stanno nei posti più in basso, la morte può arrivare non solo da annegamento, ma anche per soffocamento provocato dall’inalazione continua degli scarichi del motore.

Perché si muore: le condizioni di barche e motori

La tipologia di natanti messi in mare dai trafficanti è andata via via peggiorando col tempo. Nella prima metà degli anni 2000, quando si partiva soprattutto dalla Tunisia, erano imbarcazioni di pescatori. Oggi no: sono gommoni spesso di fabbricazione cinese. Per questo l’Unione europea ha messo sotto embargo la loro vendita in Libia.

Sono molto economiche e per questo l’organizzazione di trafficanti non ha problemi per il fatto che siano affondate una volta sequestrate dalle Guardie costiere europee. Come testimonia anche l’ultimo naufragio del 21 settembre con oltre 100 persone disperse, ormai le barche sono talmente malridotte che il momento di rottura arriva sempre più vicino alle coste di partenza.

I principali cambiamenti del 2017

Il 2017, per l’immigrazione, è stato finora un anno di grandi cambiamenti. Soprattutto su spinta dell’Italia. È stato introdotto il codice di comportamento delle ong, sono stati siglati accordi con la Libia per rendere operativa la Guardia costiera libica, l’Unione europea ha cercato di bloccare le cause della migrazione nei Paesi d’origine.

L’effetto evidente è stata una riduzione delle partenze, ma non della mortalità dei migranti. Tra agosto e gennaio, nel 2016 erano arrivate in Italia oltre 115 mila persone, mentre nel 2017 sono meno di 100 mila.

Quanto al numero delle vittime ci sono parti del viaggio, in particolare nel deserto, per le quali non esistono cifre. E anche per quelle del Mediterraneo, i numeri dell’Oim non sono positivi. Ad agosto, con un volume di partenze più che dimezzato, ci sono stati 151 decessi, contro i 62 del 2016.

Le rotte dell’immigrazione verso Italia e Spagna

Nel 2017 si sono aperte nuove e vecchie rotte. La Libia inizia ad essere considerata dagli stessi migranti un luogo troppo pericoloso. Per altro, in una delle città in cui l’Italia – secondo diverse ricostruzioni giornalistiche – ha pagato le vecchie milizie per costruire una Guardia costiera, Sabratha, sono ricominciati gli scontri armati. Così chi fugge cerca altri punti di partenza.

Sono in forte aumento così i viaggi per la Spagna, non solo via terra, per entrare nelle enclave spagnole di Ceuta e Melilla, ma anche via mare, per raggiungere Valencia dal Marocco. Gli arrivi sono oltre 13 mila (dati Frontex).

Per l’Italia, invece, sta diventando sempre più importante la rotta che conduce dall’Algeria alla Sardegna. La rotta è nota da oltre dieci anni, ma i numeri – fino allo scorso anno – sono stati ridotti: 1.600 sbarchi circa. Quest’anno se ne prevedono circa il doppio.

Morti in aumento senza pattugliamento Mediterraneo

L’analisi storica dei numeri indica un fatto ovvio: quando l’Unione europea non ha costruito dispositivi in grado di pattugliare il Mediterraneo, il numero dei morti – in proporzione – è aumentato. «In seguito alle attività operate nel contesto di Mare Nostrum, la percentuale dei morti rispetto a quella di quanti riescono ad attraversare, che si attestava oltre il 3%, è diminuita all’1,9%, pari a una persona morta ogni 53 che attraversano», scriveva Amnesty International nel report Vite alla deriva del 2014. Il 2017 segna un ritorno a percentuali sopra il 2 per cento (nei grafici qui sotto è indicata la percentuale di morti sul numero di persone sbarcate nel 2016 e 2017, dati Oim).

immigrazione Mediterraneo Oim

L’arma politica degli sbarchi

In questi ultimi due anni si è visto anche un cambiamento di atteggiamento dei trafficanti di esseri umani. Nel 2016 si partiva ad ogni costo: l’Oim era arrivata a denunciare che per ogni migrante che vedeva il mare, la partenza era obbligatoria. Niente ripensamenti.

Oggi, invece, sembra che gli sbarchi siano un’arma politica nelle mani di certe milizie con le quali l’Unione europea, Italia in primis, sta trattando. Il primo nome da fare è quello dei Dabbashi, famiglia padrona di Sabratha, che ha stipulato negli anni passati anche un accordo con l’Eni per gestire la sicurezza dell’impianto petrolifero di Sabratha.

In agosto la città è stata protagonista di un duplice attacco. Da una parte alcuni gruppi armati fedeli ad Haftar, il generale ribelle che sfida il governo di Serraj, riconosciuto dalle Nazioni Unite, grazie al sostegno soprattutto di Russia ed Egitto. Dall’altra, l’incursione di uomini dell’esercito regolare libico, venuti per combattere alcune cellule dello Stato islamico in Libia, che avrebbero ricevuto protezione proprio dai Dabbashi. Si spiega così lo stato di guerra incessante in cui si trova la città ormai dalla fine di luglio.

Così, non appena il governo italiano, il 26 settembre, ha invitato il generale Haftar a Roma, sono casualmente ricominciati gli sbarchi. E il Comitato militare di Sabratha, per non lasciare nulla di sottinteso, ha dichiarato apertamente che condannava la mossa diplomatica dell’Italia.

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