Caporalato: ecco il vero costo dei vestiti

«Presso le nostre sedi arrivano numerosissime testimonianze di veri e propri fenomeni di caporalato industriale che coinvolgono sia lavoratori del territorio, sia numerosi immigrati»: la Cgil Filctem denuncia le condizioni dei lavoratori nel settore della moda

Offrire sempre di più, a un prezzo sempre più basso. Disponibilità e reperibilità ovunque e a qualsiasi ora del giorno. Sono i principi su cui oggi si basa la produzione tessile, in tutto il mondo. E a farne le spese sono soprattutto le condizioni di vita dei lavoratori, condizioni spesso definite “disumane”, con operai in nero, costretti a lavorare ben oltre 12 ore al giorno, senza alcuna garanzia per la sicurezza e la salute.

Non è necessario andare in Bangladesh o in Cambogia. Questo sistema di sfruttamento è radicato anche in Europa dell’Est, dove, grazie a una maggiore flessibilità del lavoro, i salari arrivano a essere anche più bassi di quelli asiatici. E anche in Italia, dove il sistema dei subappalti ha spinto le piccole e medie imprese artigianali del tessile a dare un taglio al costo del lavoro. E ai diritti dei lavoratori.

La Cgil parla di caporalato industriale

A farsi portavoce di queste pesanti denunce è la Cgil, come spiega Mauro Casola, coordinatore regionale Cgil Filctem Campania e tra i relatori del convegno “Appalti e legalità nella filiera artigiana e delle Pmi nel settore della moda” che si è svolto a Napoli il 28 settembre.

«Presso le nostre sedi arrivano numerosissime testimonianze di veri e propri fenomeni di caporalato industriale che coinvolgono sia lavoratori del territorio, sia numerosi immigrati. Mi riferisco alla stessa metodologia che spesso viene utilizzata nel caporalato agricolo, ma meno nota nelle cronache giornalistiche».

La filiera produttiva oggi è complicata da tracciare, perché, anche per note marche di lusso, si disperde in livelli di subappalto, rendendo difficili gli interventi a tutela del lavoro dignitoso. La fragilità del mercato costringe sempre più persone ad accettare contratti che non rispettano gli accordi sindacali, che vengono quindi remunerati con compensi molto al di sotto delle paghe previste dai contratti nazionali del lavoro.

Lo sintetizza bene Riccardo Colletti, segretario generale Filctem di Venezia:

«Il lavoro, la sicurezza e la salute sono a rischio, visto l’utilizzo di materiali scadenti e la pressione sulle tempistiche. I lavoratori sono in competizione tra loro. Le regole di base non vengono osservate. Tutto per rimanere in gioco».

Il fenomeno, purtroppo, non è legato ad aeree circoscrivibili. La provincia di Prato è nota per i fatti di cronaca che hanno fatto emergere la realtà del lavoro schiavo legato all’immigrazione cinese. Eclatante, per esempio, è un caso del 2013, quando sette persone morirono nell’incendio di un capannone-prigione. Oppure quello accaduto a fine agosto, quando altre due persone sono morte, sempre per un incendio, in una mansarda trasformata in laboratorio abusivo. Ma le denunce di lavoratori sfruttati arrivano anche da Campania, Veneto, Emilia Romagna, Puglia.

Nuove norme per garantire i lavoratori in Italia

Le azioni di contrasto vanno in tre direzioni. La prima, che è già in campo, è quella normativa, ed è stata applicata soprattutto dai tribunali marchigiani. Serve però un riferimento più chiaro, come spiega Sonia Paoloni, segretaria nazionale Filctem Cgil:

«Chiediamo che ci sia una direttiva dell’Inps a livello nazionale, perché la subfornitura venga riconosciuta come appalto, da cui deriva la responsabilità solidale tra committenti e appaltatori per il pagamento sia dei salari che dei contributi».

Seguendo questa strada, infatti, sono ormai numerose le sentenze vinte dall’Inps che hanno imposto alle imprese committenti di farsi carico del versamento di contributi.

Un altro strumento di tutela dev’essere messo in campo dall’esecutivo: «Il governo deve stabilire un salario minimo legale, perché c’è una proliferazione di contratti pirati, sottoscritti da sindacati minori, che il più delle volte non garantiscono ai lavoratori i giusti diritti», dice ancora Paoloni.

Tracciabilità: un filo che unisce lavoro e diritti

Infine, è necessario garantire la tracciabilità di tutta la filiera produttiva, come da anni chiede anche la campagna Abiti Puliti (sezione italiana di Clean Clothes Campaign). Non è certo un caso che la presidente della campagna, Deborah Lucchetti, fosse tra i relatori del convegno della Filctem a Napoli, per presentare “Il vero costo delle nostre scarpe”, indagine del 2017 realizzata da Centro Nuovo Modello di Sviluppo, che dimostra come anche grandi marchi della moda (nel caso specifico: GEOX, Tod’s e Prada) «non rispettino i diritti umani e sindacali degli operai che confezionano le loro scarpe».

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