Schiavitù: 40 milioni di vittime nel mondo

La maggior parte dei nuovi schiavi sono donne e bambini. Le vittime di lavoro forzato sono circa 25 milioni, quelle dei matrimoni imposti quasi 15 milioni e mezzo. La zona più colpita è l'Africa. La denuncia arriva dal nuovo report di Organizzazione internazionale del lavoro e Walk Free Foundation

La schiavitù non è un retaggio del passato, ma una condizione che interessa oltre 40,3 milioni di persone al mondo, in modo particolare donne e ragazze (il 71% del totale) e bambini (uno schiavo su quattro ha meno di 18 anni). Complessivamente, il 62% è vittima di lavori forzati, mentre il 38% di matrimoni imposti (dati 2006).

Ieri come oggi, la schiavitù è una condizione che interessa soprattutto l’Africa, dove 7,6 persone su 1.000 sono costrette a lavori forzati, sono vittima di tratta o sfruttamento, sono costrette a prostituirsi o a sposarsi contro la propria volontà.

Ma le moderne schiavitù riguardano tutte le aree del mondo. Non è esente l’Asia, dove si concentra il maggior numero di schiavi in termini assoluti (circa 25 milioni, il 62% del totale) e nemmeno la regione formata da Europa e Asia centrale, dove l’incidenza è di 3,9 ogni 1.000 abitanti.

La scarsità di dati a disposizione in alcune regioni del mondo (ad esempio l’America Latina o i Paesi arabi) non permette di valutare correttamente le dimensioni della schiavitù moderna. I cui numeri – elencati nel rapporto “Global estimates of modern slavery” (Stime globali della schiavitù moderna) – restano drammaticamente elevati e, molto probabilmente, sottostimati. Il report è stato realizzato da Organizzazione internazionale del lavoro e Walk Free Foundation, con la collaborazione dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim).

Questa ricerca si inserisce nel quadro della “Alliance 8.7“, una partnership tra diverse associazioni che ha come obiettivo la realizzazione uno degli Obiettivi di sviluppo del millennio, il numero 8.7, appunto: sviluppare e promuovere misure efficaci per combattere e sradicare i lavori forzati, le forme di schiavitù moderna, il traffico di esseri umani e il lavoro infantile in tutte le sue forme.

Donne e bambini, le prime vittime della schiavitù

La schiavitù riguarda soprattutto le donne (71% del totale, ovvero 28,7 milioni di persone in termini assoluti). Sono donne e ragazze il 99% delle persone sfruttate per fini sessuali, l’84% delle vittime di matrimonio forzato.

I bambini rappresentano un quarto degli schiavi moderni. Due i focus principali su cui si è concentrata la ricerca: da un lato il grave sfruttamento lavorativo, che riguarda circa 29 milioni di persone al mondo; dall’altro, i matrimoni forzati (15,4 milioni), un fenomeno quest’ultimo che riguarda soprattutto donne e ragazze.

Lavori forzati e schiavitù domestica

schiavitùLe forme di sfruttamento coatto si registrano nei settori più disparati: in fabbriche irregolari, nei campi o sulle barche da pesca, nello sfruttamento della prostituzione o nell’ambito di attività illegali (come il traffico e lo spaccio di droga).

Spesso gli sfruttatori sono privati (singoli cittadini, aziende o reti criminali), ma ci sono anche governi – come la Corea del Nord o l’Eritrea – che sfruttano il lavoro forzato dei propri cittadini per rimpinguare le casse dello stato.

La principale forma di sfruttamento lavorativo sono i cosiddetti “lavori domestici”, un settore che coinvolge prevalentemente donne e ragazze (61% contro 39% di uomini). Complessivamente si parla di circa 67 milioni di lavoratori domestici nel mondo, di cui 11,5 milioni sono migranti.

A prima vista può sembrare un impiego relativamente tranquillo: pulizia della casa, cucina, cura dei bambini e degli anziani. Ma così non è. Le lavoratrici – minorenni comprese – sono costrette a lunghissimi orari di lavoro, senza paga, senza cure mediche in caso di malattia. Se sono straniere nel Paese in cui lavorano, spesso viene sottratto loro il passaporto, raramente la legge le tutela. Inoltre si registrano abusi fisici e psicologici, violenze e persino stupri.

Il maggiore sfruttamento in pesca e agricoltura

Agricoltura e pesca sono due settori in cui si registrano alti tassi di lavoro coatto e sfruttamento, in modo particolare tra i lavoratori migranti che – proprio per la loro vulnerabilità – sono particolarmente esposti al rischio di tratta.

Recentemente l’Organizzazione mondiale per le migrazioni ha assistito oltre 600 uomini vittima di tratta e sfruttamento, costretti a lavorare a bordo di imbarcazioni da pesca al largo delle coste indonesiane.

«Alcuni di loro non mettevano piede a terra da anni. Una delle vittime era stata separata dalla famiglia, con cui non aveva più contatti da 22 anni», si legge nel report.

Ancora oggi sono tanti gli schiavi per debiti

Nel 50% dei casi, si diventa schiavi a seguito di un debito contratto per affrontare una spesa imprevista (una siccità, le sementi per il campo, una malattia). Quando, per i motivi più disparati, il debitore non riesce a restituire i soldi, l’importo inizia a crescere e in molti casi diventa impossibile da restituire.

«Avevo chiesto un prestito per mantenere la mia famiglia. La cifra da restituire continuava a crescere a causa dell’accumulo degli interessi. Per farmi restituire i soldi, mi hanno costretto a lavorare», racconta un uomo bengalese.

In situazioni come questa, il debito può trascinarsi per anni, e persino da una generazione all’altra o da un familiare all’altro, come spiega un giovane tunisino «obbligato a vendere droga per ripagare il debito contratto dal fratello, che in quel momento si trovava in prigione in Italia».

Dinamiche simili si trovano all’interno dei percorsi migratori di chi vuole raggiungere l’Europa o il Nord America ed è costretto a svolgere una serie di lavori (dai cantieri ai campi, dalla prostituzione ai lavori domestici) per ripagare il debito contratto all’inizio del viaggio.

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