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Genocidio Rwanda: i segreti di Kagame

In agosto Paul Kagame è stato rieletto presidente del Rwanda quasi con un plebiscito. Si è costruito un'immagine di eroe nazionale, che ha fermato il genocidio del 1994. Ma ci sono ancora troppi dubbi sull’accaduto, sulla sua condotta da presidente oggi e sui rapporti con le potenze Occidentali

Il genocidio che si è consumato in Rwanda tra l’aprile e il luglio 1994 continua a sollevare interrogativi. Sul banco degli imputati ci sono Francia e Stati Uniti, colpevoli di aver permesso che si consumasse una strage che ha prodotto almeno 800 mila morti. Ma c’è un altro protagonista di quella stagione che continua a calcare il palcoscenico della vita politica rwandese e che potrebbe vedere la sua credibilità messa a rischio se la verità storica emergesse per intero. Si tratta di Paul Kagame, l’attuale presidente del Rwanda.

Gli archivi di Mitterand segreti dal 1994

Il dibattito sul genocidio rwandese è particolarmente acceso in Francia. Il 15 settembre la Corte costituzionale di Parigi ha respinto la richiesta di un ricercatore, François Graner, di accedere agli archivi del 1990 sui quali il presidente dell’epoca, François Mitterand, aveva messo il segreto di Stato. Secondo la Corte, 25 anni sono un tempo congruo per mantenere gli archi sotto chiave: fino al 2020, quindi, non ci sarà modo di aprirli.

Nel 2015 per volere di Francois Hollande, l’Eliseo aveva declassificato parte dei documenti. Graner, il primo ad aver fatto richiesta, che ne ha potuti visionare una parte, li ha definiti «di poco interesse». Il ricercatore ha annunciato che farà appello alla Corte europea dei diritti dell’uomo per avere accesso alla totalità degli archivi, compresi quelli militari. Anche a distanza di 22 anni, quegli archivi potrebbero cambiare la fisionomia del Paese. E del suo leader.

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I metodi di Paul Kagame con l’opposizione

Era il favorito e non ha deluso le aspettative: alle elezioni presidenziali di agosto, Paul Kagame ha vinto lasciando l’opposizione al 2 per cento. Kagame è ben quotato nelle cancellerie occidentali, ha ottenuto risultati importanti sul piano economico e ha – sulla carta – fatto ampie concessioni in termini di diritti civili.

Alcune ong, però, iniziano a guardare con sospetto l’uomo che la storia ha – fino adesso – incoronato come l’eroe nazionale che ha fermato il genocidio rwandese. Amnesty international, in occasione del voto, ha sottolineato come, dalla salita al potere nel 2000, Kagame ha fatto uso di «attacchi all’opposizione, ai media indipendenti e ai gruppi per la difesa dei diritti umani». Circostanze che hanno creato un clima di terrore.

Nell’ultima competizione, la sua avversaria più credibile, Diane Rwigara, è stata estromessa a maggio con l’accusa di aver falsificato le firme dei suoi supporter. Accusa respinta dalla candidata e sulla quale ci sono molti dubbi. Confermati da un nuovo fermo, apparentemente fatto solo a scopo intimidatorio, il 5 settembre.

La figura di Kagame è in chiaroscuro: da un lato, è un leader popolare, un politico capace di trasformare la fisionomia della regione dei Grandi Laghi; dall’altro, è l’ennesimo dinosauro della politica africana, asserragliato nei palazzi del potere, incapace di condurre il Paese verso una transizione oltre il post-genocidio.

genocidio Rwanda
Il memoriale del genocidio del Rwanda – Foto: configmanager

Genocidio Rwanda: i conti in sospeso con la storia

E se tutta la fama di cui gode Kagame si basasse proprio su una versione parziale della storia? A causa delle indagini sul genocidio, i rapporti tra Kigali e Parigi sono ai minimi storici. Per la Francia, Kagame, all’epoca leader dei miliziani tutsi del Rwandan patriotic front (Rpf), oggi trasformato in un partito, avrebbe abbattuto l’aereo dell’ex presidente hutu, Juvenal Habayrimana, dando il via al genocidio in Rwanda.

Kagame, dal canto suo, liquida l’accusa come propaganda anti-rwandese e ribadisce che i francesi hanno armato gli hutu anche quando ormai era scattato l’embargo per evitare il genocidio.

Sul piano interno, questo conflitto sulla verità storica è servito a Kagame per accrescere il suo spessore politico e alimentare una narrazione per la quale sembra che non esista alternativa all’eroe nazionale Kagame. Forse non è un caso se, quando il presidente rwandese ha incontrato il nuovo inquilino dell’Eliseo Emanuel Macron al Palazzo di vetro, il 19 settembre, non c’è stato tempo per parlare della declassificazione dell’archivio Mitterand.

La passività americana nello scontro tra hutu e tutsi

In quello stesso Palazzo di vetro, nel 1994 è calata l’ultima cortina di nebbia, sotto la quale è scomparsa la speranza di fermare il genocidio. Quell’aprile di 23 anni fa, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, con un veto degli Stati Uniti, declassarono il genocidio. Gli interventi dei contingenti delle forze occidentali, in particolare di Usa, Francia e Belgio, servirono solo a portare via i connazionali che si trovavano in Rwanda.

Eppure il presidente dell’epoca, Bill Clinton, sapeva esattamente ciò che stava accadendo, anche se non lo riconobbe fino alla fine di maggio. Sapeva soprattutto del legame che Paul Kagame e il suo Rwandan patriotic front avevano con l’Uganda: come rivela il quotidiano britannico The Guardian, la Cia monitorava costantemente la fornitura di armi che dall’Uganda arrivava ai ribelli tutsi del Rpf.

Il presidente ugandese Yoweri Musuveni, con il quale Kagame ha un’amicizia burrascosa, era considerato un attore utile per mantenere la pace nella regione. Come nel 1994, così negli anni a venire le potenze occidentali hanno chiuso un occhio, mentre Kagame formava milizie in Congo per uccidere gli hutu, come il gruppo M23. Permettendo così che nascesse il mito di Paul Kagame.

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