Zimbabwe: quei maledetti diamanti di Stato

La crisi economica ha ridotto la gente alla fame. Il presidente Robert Mugabe ha nazionalizzato le miniere, promettendo ricchezze per tutti. Ma ormai è chiaro: era solo un imbroglio. A rimetterci sono le popolazioni locali, cacciate dalle zone minerarie. La denuncia di Global Witness

La storia della più grande miniera dello Zimbabwe si è rivelata un imbroglio per le popolazioni locali. Da quando la miniera di Marange è stata scoperta, nel 2006, avrebbe dovuto produrre una ricchezza di almeno 2 miliardi di dollari l’anno. Nel 2017, invece, nel paese 4,1 milioni di abitanti sono in condizioni di insicurezza alimentare, il debito pubblico ammonta a 10 miliardi di dollari (il 76% del Pil), le casse dello Stato non hanno liquidità e la disoccupazione è all’80% anche a causa della continua chiusura delle fabbriche.

In questo scenario disastroso, chi si è accaparrato le ricchezze dello Zimbabwe? A chi sono finiti i soldi dei diamanti? Sono domande alle quali cerca di rispondere Inside Job, l’ultimo report della ong Global Witness, che dal 1995 si occupa del nesso tra ambiente, potere, diritti umani e crimine organizzato.

La nazionalizzazione voluta da Robert Mugabe

Il sospetto ricade sugli alti papaveri del Paese, l’entourage fedele a Robert Mugabe, uno dei dittatori più longevi dell’Africa. Per volontà del presidente, lo Zimbabwe ha nazionalizzato la miniera nel 2011, dando vita alla Zimbabwe Consolidated Diamond Company (Zcdc). «Non ci si può fidare delle aziende private», diceva Mugabe intervistato dalla tv nazionale nel suo 92esimo compleanno. Nemmeno dallo stato, però, ci sono tracce dell’entità della ricchezza prodotta dalla miniera e un effettivo riscontro di benefici per la popolazione.

«Ciò che speravo era che la miniera diventasse un beneficio per noi, i locali per primi, e poi per tutto il paese. Ciò che è accaduto è invece esattamente il contrario. Guardiamo al nostro Paese, al modo in cui è carente nella sanità pubblica, nelle infrastrutture, in tutto».

Queste le parole di un membro della comunità di Marange intervistato dall’ong britannica. I dati esatti del volume d’affari prodotto dai diamanti e i reali beneficiari dietro le società parzialmente controllate dallo Stato, però, sono un segreto.

I diamanti finanziano i servizi segreti dello Zimbabwe?

Già nel 2012 Global Witness ha lavorato sulle miniere dello Zimbabwe, raccontando come molti dei direttori delle aziende che operano nella miniera provenissero dal comparto delle forze di sicurezza dello Zimbabwe. Ora emerge che una quota delle Kusena Diamond, una delle compagnie impegnata nel sito, «potrebbe appartenere» alla Central Intelligence Organisation, l’agenzia d’intelligence del governo.

Zimbabwe
I giacimenti dello Zimbabwe – Mappa di Global Witness, Google Imaginery, TerraMetrics

La Zcdc, la società nazionale che ha acquisito buona parte (o tutte) le quote delle aziende minerarie del Marange, vende i diamanti in tutto il mondo: da Dubai ad Anversa. La grande risorsa mineraria che doveva arricchire l’Intero paese, però, è già in declino e le esportazioni sono in diminuzione.

La macchina della repressione si alimenta coi diamanti

L’inchiesta di Global Witness è arrivata a stabilire una connessione tra Kusena, Anjin e Jinan e le forze di sicurezza dello Zimbabwe. Secondo la ong, infatti, i ricavi delle esportazioni dei diamanti finirebbero direttamente nelle casse della macchina delle repressione di Mugabe. Quando nell’area di Marange sono stati cacciati i cercatori “spontanei”, nel 2011, ci sono stati scontri che hanno portato a circa 200 morti, secondo Global Witness. Il caso di Anjin è il più evidente. Il 40% delle azioni dell’azienda sono proprietà dell’industria della difesa.

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Quote detenute dallo Zimbabwe nelle aziende coinvolte nell’estrazione di diamanti – Grafico Global Witness

Trafficava in diamanti, oggi è titolare della licenza

Un’altra delle storie paradossali contenute nel rapporto di Global Witness riguarda la Diamond Minig Corporation. La possibilità di esportare nel mondo è stata stabilita in Zimbabwe dal Processo di Kimberly, datato 2011. Eppure l’ong britannica ha raccolto prove di vendite già l’anno precedente. In più suona strano che il governo africano abbia concesso una licenza a un’azienda che aveva già un passato burrascoso e precedenti accuse per traffico di diamanti. Ma nello Zimbabwe di Mugabe tutto è possibile.

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