Messico: migranti tra narcos e solidarietà

A Tijuana i migranti sono schiacciati tra narcos e trafficanti di esseri umani. L’ondata di violenza sembra crescere giorno dopo giorno. Ma la città messicana ha anche un'altra anima, quella della solidarietà. Da anni, infatti, accoglie migliaia di persone che arrivano dall'America Centrale per passare la frontiera con gli Stati Uniti

da Tijuana, Messico

Tijuana, un limbo dove si intrecciano storie di umanità, violenza e solidarietà. L’ondata di violenza in questa città sembra non fermarsi e cresce invece giorno dopo giorno. Un centinaio di omicidi solo nel mese di agosto, con una media di 6 morti ammazzati al giorno e migliaia le uccisioni registrate dall’inizio dell’anno.

Migranti, narcos e crimine organizzato

Cinque cartelli si disputano il territorio di Tijuana dove convergono le rotte della droga della Baja California. Si tratta di Arellano Félix, Jalisco Nueva Generación e Tijuana Nueva Generación, Sinaloa, Los Aquiles e Trigres. Dall’inizio dell’anno i morti ammazzati dal narcotraffico sono stati più di 1.300 e la sola Tijuana registra più di mille omicidi. La maggior parte delle uccisioni sono legate al narcotraffico e a regolamenti di conti tra bande criminali che cercano di spartirsi il territorio.

«Dopo l’arresto del famoso El Chapo – racconta Padre Patricio direttore della Casa del Migrante di Tijuana dei Padri Scalabrini – è iniziata una guerra tra bande per controllare il flusso di droga con gli Stati Uniti che genera quasi 6 morti ammazzati al giorno. Si ammazzano tra di loro, ma spesso ci vanno di mezzo anche gli innocenti»

Coyotes, i trafficanti di morte

Il crimine organizzato si concentra anche sul traffico di esseri umani tra Messico e Stati Uniti: i migranti sono disposti a pagare migliaia di dollari – fino a 12 mila – ai cosiddetti “coyotes” per attraversare il confine e arrivare negli Stati Uniti. Tuttavia, dopo aver pagato accade spesso che vengano sequestrati, picchiati e lasciati in zone impervie nel deserto dove il più delle volte trovano la morte.

Messico migranti
Tanica di acqua lasciata dai Border Angels nel deserto​ per aiutare i migranti – Foto di Cristina Mastrandrea

 

Le persone più vulnerabili non hanno altra possibilità che dipendere da queste reti criminali – trafficanti di morte – esponendosi a un gran pericolo di estorsione e violenza. Secondo lo United Nations Office on Drugs and Crime (Unodc) il traffico di esseri umani rende miliardi di dollari e negli ultimi anni i prezzi dei “passaggi” sono anche notevolmente aumentati, quasi duplicati.

I narcos e il business dei sequestri in Messico

Il traffico di esseri umani legato ai narcos e ai cartelli della droga sta puntando anche sul business dei sequestri di persone che vengono espulse dagli Stati Uniti. Vengono scaricate dai pullman e lasciate al confine. Solitamente è di notte, senza alcun tipo di protezione, che diventano vittime di queste organizzazioni criminali che le rapiscono e chiedono fino a 12 mila dollari alle famiglie residenti negli Stati Uniti.

Efren è uno degli ospiti della Misión Evangélica roca de salvación, mostra le ferite inflitte al suo corpo da questi criminali e racconta:

«Sono sopravvissuto al sequestro solo perché dopo che mi avevano picchiato violentemente ho perso i sensi e pensavano fossi morto. Mi hanno buttato in un fosso e mi sono salvato».

Nel tragitto tra la frontiera e la prima città messicana lo hanno fatto salire a forza su una camionetta, poi picchiato e minacciato di morte se la sua famiglia negli Stati Uniti non avesse pagato il riscatto.

«Oggi chiedono fino a 12 mila dollari, se la famiglia non risponde ti ammazzano. C’era una stanza con un tavolo pieno di cellulari con i quali chiamavano le famiglie dei sequestrati. Ogni tanto al mattino qualcuno lo portavano via, non so se lo ammazzavano o se la famiglia aveva pagato. Non so che fine abbiano fatto queste persone. Diversi uomini armati con il passamontagna controllavano la casa, gestita da una donna. Sono salvo per miracolo».

La solidarietà ai migranti, l’altra anima di Tijuana

L’altra anima di questa città è l’accoglienza. Da anni Tijuana continua ad accogliere migranti da tutta l’America centrale – in particolare dal Triángulo Norte de Centroamérica (Tcna) – haitiani, espulsi dagli Stati Uniti e persone che scappano dallo stesso Messico, da regioni violente come Guerrero, Michoacán e Veracruz. Secondo i dati del Comitato Strategico di Aiuto Umanitario di Tijuana si contano più di 34 alberghi-residenze per migranti.

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La mappa degli alberghi-residenze per migranti presenti nella città di Tijuana

 

Nel quartier generale dei Border Angels di San Diego, Enrique Morones, fondatore dellAssociazione Angeli della Frontierache opera al confine tra Stati Uniti e Messico, dice:

«Dal 1994, 11 mila persone sono morte nel deserto a causa di questo muro. Border Angels ha iniziato a portare le taniche d’acqua nel deserto dal 1996 per non far morire le persone».

«Facciamo molte attività in particolare ormai da cinque anni convinciamo la polizia di frontiera, in occasione del giorno della festa dei bambini, ad aprire “la porta” – chiamata “La porta della speranza” – tra Stati Uniti e Messico. A volte i bambini abbracciano i loro parenti o i nonni espulsi per la prima volta nella loro vita». E aggiunge: «L’amore non ha confini».

L’Ambasciata migrante a Tijuana

Border Angels a luglio 2017 ha anche aperto le porte dell’Ambasciata Migrante proprio a Tijuana, sotto la guida di Hugo Castro, da diversi anni volontario e coordinatore degli Angeli della Frontiera che, proprio per questo suo attivismo, nell’aprile scorso fu sequestrato da un gruppo di criminali e poi rilasciato.

Per Border Angels rappresenta la prima sede operativa dell’organizzazione in Messico e, come ha dichiarato Morones, «servirà per soddisfare le necessità dei migranti, sia dal punto di vista legale, educativo e di ricerca di un lavoro». L’Ambasciata si trova a due passi dal muro di frontiera tra Stati Uniti e Messico, sulla spiaggia di Tijuana.

«L’Ambasciata Migrante rappresenta una speranza per i rifugiati e per gli espulsi del Centroamerica per ricostruirsi un vita in questo angolo di Latinoamerica», commenta Hugo Castro coordinatore di Border Angels per la Baja California.

Per approfondire:
Tijuana, città di migranti e deportati

Attivista ritrovato vivo in Messico

Il Centro per madri e famiglie espulse

Vicino al valico di frontiera El Chaparral incontriamo invece Maria Galleta, fondatrice del Centro per madri e famiglie espulse. Quasi ogni giorno parte da San Diego per arrivare a Tijuana e assistere chi ne ha bisogno. Si tratta soprattutto di espulsi dagli Stati Uniti, uomini e donne generalmente con figli, sradicati dalla loro quotidianità, separati dalle famiglie senza sapere a chi rivolgersi. «Questo centro nasce con l’obiettivo di aiutare le persone espulse in Messico che vogliono costruirsi nuovamente un futuro».

«Molti arrivavano qui e non sapevano dove andare, stavano per strada. Noi cerchiamo di dare loro un orientamento, li indirizziamo nelle strutture dove possono dormire, li aiutiamo a richiedere lo stato di nascita e i documenti di identità per poi poter cercare un lavoro». Il Centro fornisce anche un supporto psicologico.

«Molti si trovano in stato confusionale, sono disorientati – aggiunge Maria – l’unica cosa che vogliono è ritornare negli Stati Uniti al costo di passare illegalmente il confine con il rischio di andare in galera, di essere sequestrati dalle bande criminali o di morire».

Molte giovani donne nella struttura

Al Centro si incontrano molte giovani donne, «sono donne espulse, alcune di loro sono qui con i figli, generalmente cittadini americani grazie allo ius soli. Altre per ragioni economiche hanno dovuto lasciare i bambini dall’altra parte, spesso in affido a parenti, a volte ad amici o vicini di casa. Ci sono situazioni di donne che hanno subito violenza domestica e in molti casi il padre, americano o residente negli Stati Uniti, nega alla madre il diritto di portare il figlio in Messico. È una situazione molto complicata perché queste donne hanno difficoltà sia economiche sia pratiche nel potersi mettersi in contatto con il consolato americano e chiedere di ricongiungersi con i loro figli. Spesso questo diritto gli viene negato», racconta Maria.

Maria ha sempre una parola buona per tutti, un pasto e un vestito di ricambio. «Alcuni arrivano con ancora addosso la divisa di quando erano nei centri di detenzione provvisoria prima di essere espulsi dagli Stati Uniti. Non possono andare in giro con quell’uniforme, così qui gli diamo dei vestiti di ricambio».

Il Comitato strategico di aiuto umanitario

L’avvocatessa e portavoce Soraya Vázquez Pesqueira spiega che il Comitato strategico di aiuto umanitario nasce da un gruppo di volontarie durante l’emergenza degli haitiani.

«Adesso ci occupiamo prevalentemente di dare supporto agli alberghi per migranti, in particolare quelli che non hanno aiuti pubblici».

Il gruppo fornisce informazioni e supporto, anche legale, a chi lo necessita e porta avanti un’attività di avvicinamento e mediazione con i diversi ordini istituzionali, con i media e con gli organismi internazionali che si occupano di questioni migratorie. Infine intercede con le istituzioni nel caso di violazioni dei diritti umani dei migranti.

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Centro per migranti Haitiani Embajadores de Jesus – Foto di Cristina Mastrandrea

Durante la grande crisi della migrazione haitiana, da settembre 2016 a febbraio 2017, si contavano fino a 34 alberghi per migranti nella sola città di Tijuana, per la maggior parte gestiti dalle chiese cristiane. Oggi questi spazi sono per lo più occupati da migranti Centroamericani.

Il governo del Messico assente sull’accoglienza

Soraya spiega anche che «il governo del Messico (statale, federale e comunale) ha progettato un programma per affrontare le presunte “espulsioni di massa”. Tuttavia non si è fatto carico degli altri flussi migratori. Non esiste un piano per ospitare i migranti provenienti dal “Triángulo Norte de Centroamérica” o altri migranti stranieri come haitiani e africani che, data l’impossibilità di asilo in Usa, decidono di soggiornare a Tijuana».

E aggiunge: «Le autorità hanno una visione semplicistica, poco umana della questione migratoria. Non riescono a vedere le ripercussioni psicologico-emotive, la sofferenza che impedisce loro l’inclusione sociale come le barriere culturali e la lingua. La mancanza di una politica istituzionale che aiuti l’inclusione sociale non fa altro che peggiorare la situazione. L’unica cosa che fa sì che le condizioni non peggiorino è la solidarietà e la generosità delle persone di Tijuana».

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