Bosnia Erzegovina: stuprate e senza giustizia

Migliaia di vittime di violenza sessuale durante la guerra in Bosnia Erzegovina stanno ancora aspettando giustizia. I processi per accertare le responsabilità vanno a rilento. E ottenere un aiuto economico o psicologico è ancora troppo difficile. Lo denuncia un nuovo report di Amnesty International

Sono passati 25 anni dall’inizio dell’orrore in Bosnia Erzegovina. Eppure alle migliaia di donne e ragazze violentate e costrette ad altri sistemi di violenza sessuale non viene riconosciuto ancora nulla. Nessuna giustizia per le circa 20 mila vittime dei soldati dell’esercito e dei gruppi paramilitari. Che in molti casi sono state trattate come schiave, torturate e messe incinta in quelli che sono stati poi chiamati, appunto, i “campi degli stupri”.

A denunciarlo è Amnesty International, che pubblica oggi il report “Abbiamo bisogno di sostegno, non di pietà. L’ultima speranza di giustizia per le sopravvissute agli stupri di guerra”.

Elma, vittima di violenza di gruppo

Tra le storie raccolte dall’organizzazione che difende i diritti umani, c’è quella di Elma. Una donna che durante la guerra fu rinchiusa in un campo e violentata ripetutamente da diversi uomini. Elma era incinta, e parla di quello che è successo così:

«Erano ragazzi del posto, avevano tutti il passamontagna. A turno mi chiedevano se fossi in grado di riconoscere chi mi stava sopra».

Elma ha perso il bimbo che stava aspettando e, anche se è sopravvissuta alle violenze, ha avuto danni alla spina dorsale che non potranno mai guarire. Ebbene, dopo 25 anni la donna non ha un lavoro e non riceve una quantità di denaro «significativa» dal suo paese. Oltre a questo, come è facile immaginare, Elma ha una grande necessità di essere seguita a livello psicologico, oltre che di essere assistita da un dottore a causa dei suoi problemi di salute.

Nessuna giustizia per donne violentate in guerra

Bosnia Erzegovina donna
Donna sopravvissuta alla guerra nella sua casa in Bosnia settentrionale – Foto: Ziyahgafic

Il report di Amnesty denuncia che neppure l’1% di tutti i casi di stupro avvenuti durante la guerra ha raggiunto le aule di un tribunale, nonostante le prima cause in Bosnia legate ai crimini di guerra siano cominciate nel 2004, quindi ben 13 anni fa. In tutto si calcola che le sentenze emesse finora siano state appena 123.

Una situazione che ha effetti concreti molto pesanti sulla vita di questa donne. Come dice Gauri van Gulik, vicedirettrice di Amnesty International per l’Europa:

«Oltre due decenni dopo la guerra, decine di migliaia di donne in Bosnia stanno ancora rimettendo insieme i pezzi delle loro vite distrutte potendo contare ben poco sul sostegno medico, psicologico ed economico di cui hanno disperatamente bisogno».

Secondo le ricerche compiute dall’organizzazione in circa due anni di tempo, le vittime degli abusi sessuali compiuti tra il 1992 e il 1995 sono state di fatto costrette a un’esistenza precaria, «di stenti e penuria», anche per colpa di una mancata volontà politica di risolvere la situazione da parte delle autorità competenti.

Per approfondire:
Lo stupro come arma di guerra

Bosnia Erzegovina, vittime di guerra senza speranza

Oltre ad essere state vittime di violenze di ogni tipo, molte donne stanno perdendo ormai anche la fiducia verso le istituzioni della Bosnia Erzegovina che dovrebbero perlomeno sostenerle nella ricostruzione delle loro vite.

Sanja, una delle donne ascoltate da Amnesty, era stata vittima di stupro da parte di un comandante e della sua truppa. La donna aveva dunque deciso di denunciare il suo violentatore, ma polizia e giudici non hanno fatto nulla. Come conseguenza, dunque, il suo problema non è stato confermato dai servizi sociali, che non le hanno concesso l’assistenza necessaria.

«Non credo più a nessuno, specialmente allo stato. Mi hanno tradito», ha detto Sanja.

Alla donna fa eco va Gulik, che ha dichiarato:

«Via via che passano gli anni, passa anche la speranza di ottenere giustizia o ricevere il sostegno cui hanno diritto. Queste donne non riescono a dimenticare ciò che è accaduto e noi, a nostra volta, non dovremmo dimenticarlo», ha commentato van Gulik.

Giustizia per le sopravvissute: progressi a rischio

Bosnia Erzegovina
Una donna guarda la sua casa distrutta in Bosnia Orientale – Foto: Ziyahgafic

Alcuni progressi, ammette Amnesty, sono stati fatti, soprattutto per quanto riguarda il supporto alle testimoni. Però, insiste l’organizzazione, «l’alto tasso di assoluzioni in alcune giurisdizioni e di sentenze ridotte in appello potrebbero pregiudicare questi progressi». Inoltre, i tanti processi non possono aiutare a risolvere i ritardi che continuano ad essere «enormi».

Accade così che sono sempre di più le donne che rinunciano già in partenza a presentare la denuncia, deluse dall’andamento dei processi e dal sempre più diffuso senso di impunità.

Una vittima di stupro ha detto all’organizzazione per i diritti umani:

«Molte sopravvissute non vivranno abbastanza a lungo per ricevere giustizia. In pochi anni, i tribunali avranno chiuso tutti i casi e non ci saranno più sopravvissuti, criminali o testimoni vivi per poter avviarne altri».

Sul genocidio di Srebrenica:
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Vittime di violenza sessuale in situazioni precarie

Qualche miglioramento per garantire una maggiore assistenza alle vittime c’è stato nell’ultimo periodo. Ma sono ancora azioni «frammentarie» e «attuate in modo discontinuo nelle varie parti del paese», commenta l’organizzazione. Per essere davvero efficaci, dunque, le nuove misure dovrebbero perlomeno riguardare l’intero paese.

La situazione, del resto, è davvero preoccupante. La disoccupazione tra le vittime di violenza, infatti, è molto elevata e queste donne vengono classificate tra i gruppi «più vulnerabili» quanto a capacità economica. Quanto al sostegno, del resto, sono appena ottocento quelle che ricevono mensilmente una pensione o degli altri tipi di aiuti di base.

I lacci della burocrazia in Bosnia Erzegovina

Per ottenere giustizia o ricevere qualche aiuto, le vittime di questi crimini hanno a che fare con una burocrazia e una diversità di leggi che complica loro le cose. Anche perché, sottolinea Amnesty, pensioni e servizi sono diversi a seconda di dove si vive.

Chi abita nella Republika Srpska, per esempio, ha a che fare con un sistema in cui non esiste una protezione dedicata proprio a chi ha subito uno stupro durante la guerra e questo non permette di accedere a certi tipi di aiuti pubblici. Per chi abita nella parte serbo-bosniaca della ex Bosnia-Erzegovina, dunque, niente pensione, niente cure gratis e neppure psicologo o aiuto sociale pubblico.

Il sistema è così complicato che ci sono donne vittima di abusi che hanno raccontato all’organizzazione di essersi trasferite in un’altra città proprio per poter ricevere un aiuto economico.

«Le autorità devono rimuovere questi ostacoli discriminatori che impediscono l’accesso alle riparazioni e sostituirli con misure che garantiscano la stessa protezione e lo stesso sostegno a tutte le sopravvissute, a prescindere da dove vivono», ha commentato van Gulik.

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